Dee, medichesse e levatrici: Erika Maderna ritrova la storia sommersa delle donne che curano
Scrittrice e studiosa, ha parlato del sapere femminile antico al Montelago Celtic Festival, nel cuore dei luoghi legati alla Sibilla, simbolo di sapienza ma descritta dagli uomini come seduttrice. Al suo fianco, in un dialogo profondo, Loredana Lipperini, punto di riferimento per l’evento e per queste tematiche
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E’ quasi solenne parlare di medichesse, dee e levatrici al Montelago Celtic Festival dove lo spirito della Sibilla aleggia e tocca la terra, dove il cielo sembra più vicino ed energico. Ad accrescere la potenza del momento le parole traboccanti di conoscenza ma pronunciate con voce soave di Erika Maderna, scrittrice e studiosa del mondo femminile antico, ospite ieri della Tenda Tolkien.
Ad accrescere ulteriormente il pathos del momento la guida sicura di Loredana Lipperini, ex giornalista e scrittrice che per questi temi è uno straordinario punto di riferimento.
Un dialogo che ha attraversato millenni, dalle divinità greche alle levatrici, dalle guaritrici alle donne perseguitate come streghe, fino alle sante invocate durante il parto. Al centro, un sapere femminile legato al corpo, alla nascita, alle erbe, al tocco e soprattutto alle parole.
«Già le parole ci ricordano una storia», ha sottolineato Maderna, ricordando come nel mondo greco esistessero termini specifici per indicare le donne che praticavano la medicina e assistevano le partorienti e come nel mondo romano fossero presenti figure come la medica e l’ostetrica.
Una storia che, però, in gran parte è stata cancellata o dimenticata.
Il parto, un’esperienza da lasciare fuori scena
Loredana Lipperini ha ricordato un particolare significativo della società spartana: soltanto due categorie avevano diritto a una lapide con il proprio nome sulla tomba, gli uomini morti in guerra e le donne morte di parto.
Nascere e morire, guerra e maternità. Eppure, nonostante il parto rappresentasse per le donne una delle esperienze più rischiose della vita, la sua rappresentazione è rimasta a lungo ai margini.
«Il parto è qualcosa di osceno, da lasciare fuori scena», ha spiegato Maderna. Quasi fosse impossibile mostrarlo e raccontarlo. Un tabù che ha riguardato per secoli anche altri aspetti del corpo femminile, dalle mestruazioni alla gravidanza.
E proprio attorno al parto si muovevano divinità, riti e figure femminili depositarie di conoscenze.
Ecate e Artemide, le dee sulla soglia della nascita
Tra le divinità evocate da Maderna c’è Ecate, colei che sta sulla porta, sulla soglia tra buio e luce. La chiave è uno dei suoi talismani e la sua natura liminale ne fa quasi una “protostrega”, una figura capace di attraversare mondi e confini.
Poi Artemide, dea lunare, giovane e vergine, ma anche sorprendentemente legata alla nascita. Secondo il mito, Latona partorisce prima Artemide e poi Apollo. Appena nata, Artemide diventa a sua volta levatrice della madre e la aiuta a mettere al mondo il fratello.

Non solo. La dea avrebbe trovato un’erba capace di attenuare il dolore delle doglie. Un dettaglio tutt’altro che secondario perché sottrarre dolore al parto significava, in qualche modo, contravvenire a ciò che la società riteneva dovesse essere il destino delle donne.
Un tema che attraversa i secoli. Maderna ha ricordato come alcune guaritrici siano state perseguitate anche per aver dichiarato di essere capaci di alleviare i dolori del parto attraverso erbe, formule e altri rimedi.
Lipperini ha riportato il discorso al presente: «Ancora oggi – ha osservato – ottenere l’epidurale non è sempre facile».
La Sibilla, la donna che insegna il sapere
«In questo momento i lavori delle donne vengono raccontati anche perché è diventato di moda farlo – ha osservato Loredana Lipperini –. Erika, invece, ha fatto un lavoro serissimo, che qui nella terra della Sibilla assume ancora più senso».
Un territorio nel quale la figura della Sibilla è stata a lungo raccontata attraverso uno sguardo maschile, come donna seduttrice, incantatrice e corruttrice di uomini. Un’immagine alla quale si contrappone quella recuperata anche attraverso il lavoro di Joyce Lussu: la Sibilla come donna depositaria di conoscenza.
Non colei che seduce gli uomini, dunque, ma colei che insegna alle altre donne. Che trasmette i saperi legati alla terra e all’agricoltura, alle arti e alla vita quotidiana.
Una figura che dialoga idealmente con le levatrici raccontate da Maderna. Anche loro sono custodi di un sapere che passa da donna a donna e che raramente viene scritto. «Sono quelle stesse donne – va avanti Lipperini – i cui saperi le hanno portate a essere bruciate come streghe
«Il lavoro della levatrice è stato per millenni solo femminile – ha ricordato Maderna – Per tutte le altre professioni c’è uno sviluppo al maschile specie se richiedono studio e coscienza. Invece non esiste la parola levatore.
Esiste una professione con una tradizione esclusivamente femminile almeno fino al 1600. È un mondo che ci racconta la magia della medicina femminile, sacerdotale e rituale. Strumento della cura sono le erbi i gesti, le mani e la memoria nelle mani, un mondo di saperi tramandati oralmente in modo completamente diverso da come faceva medicina gli uomini».
Una stanza piena di donne, parole e riti
Il racconto di Maderna ha restituito anche l’immagine della stanza del parto come uno spazio profondamente femminile, nel quale si intrecciavano esperienza pratica, religiosità e ritualità.
Nulla doveva essere annodato: sciogliere nodi, capelli, cinture e legacci significava simbolicamente favorire l’apertura del ventre e la nascita.
Dalle dee si passa così alle levatrici e poi alle sante. Un testimone che attraversa il tempo: dalla Sibilla alle figure della devozione cristiana.
Tra gli oggetti utilizzati c’era, per esempio, la cintura di Santa Margherita d’Antiochia, alla quale si attribuiva la capacità di aiutare le donne a partorire felicemente. E la treccia di Ildegarda di Bingen che veniva legata al ventre delle partorienti in difficoltà per aiutarle e così le reliquie di altre sante
Intorno alla donna che partoriva si attivava una vera rete femminile. Si ripetevano formule, preghiere, invocazioni. Le parole ordinavano simbolicamente al bambino di venire al mondo senza provocare la morte della madre.
«Le parole hanno potere», ha ricordato Maderna.
Le mani delle donne come strumento di cura
Parole, erbe, talismani e anche le mani alle quali Erika Maderna ha persino dedicato un libro: La memoria nelle mani. Storie, tradizioni e rituali delle levatrici
Nel racconto di Maderna emerge una familiarità femminile con il corpo che attraversa la storia: le donne assistono, toccano, curano, accompagnano altre donne nella malattia e nel parto.
Un patrimonio di conoscenze tramandato spesso oralmente e proprio per questo difficile da ricostruire attraverso le fonti ufficiali.
La levatrice diventa così una figura ambivalente: necessaria alla comunità e contemporaneamente guardata con sospetto perché depositaria di conoscenze sul corpo femminile che appartengono a uno spazio al quale gli uomini hanno avuto per lungo tempo un accesso limitato.
Anche il controllo della fertilità faceva parte di questo universo. Maderna ha sottolineato che non esistono prove che nel mondo classico l’aborto fosse considerato in sé un crimine. Le fonti parlano di erbe utilizzate anche per espellere un feto morto, mentre è molto probabile che alcune sostanze fossero impiegate pure per interrompere gravidanze.
Quando la levatrice diventa strega
Quel sapere diventa pericoloso, a un certo punto,
Il passaggio più oscuro del racconto conduce al Malleus Maleficarum, il trattato quattrocentesco destinato a diventare uno dei testi simbolo della persecuzione delle streghe e che Maderna ha definito «il testo più misogino della storia».
Alla base c’è un’idea precisa della donna: più debole nella fede, più carnale e dunque, secondo gli autori del trattato, maggiormente esposta all’influenza del demonio.
E tra tutte le possibili streghe ce n’è una considerata particolarmente pericolosa: proprio l’ostetrica.
La donna che conosce la nascita, la sessualità, la fertilità e i segreti del corpo diventa sospetta. Le vengono attribuiti poteri terribili, tra cui quello di rendere impotenti gli uomini.
Con la persecuzione delle streghe, un patrimonio di competenze femminili viene così progressivamente delegittimato, represso e cancellato.
«La storia delle donne è ancora sommersa»
È questo forse uno dei fili più potenti dell’incontro di Montelago. Non soltanto recuperare curiosità dal passato, ma interrogarsi su chi abbia avuto il diritto di lasciare traccia nella storia e su quante vite e conoscenze siano rimaste fuori dal racconto ufficiale.
«La storia delle donne è ancora sommersa – ha detto Maderna –. Ogni volta scopro tantissime storie da raccontare». Per secoli, del resto, la storia sociale delle donne è rimasta quasi completamente fuori dalla ricerca storica.
È proprio in questa zona rimasta a lungo in ombra che si muove il lavoro di Maderna, autrice per Aboca Edizioni di libri dedicati al sapere femminile, alla medicina antica e alle figure delle guaritrici e delle “medichesse”.
Loredana Lipperini: «Cerchiamo dove le altre non guardano»
Non è casuale, dicevamo all’inizio, che un dialogo del genere abbia trovato casa nella Tenda Tolkien di Montelago.
Loredana Lipperini, intervistata a margine dell’incontro, ha raccontato il rapporto ormai decennale con il festival. «L’incontro con Montelago nasce casualmente perché Serravalle è il mio territorio del cuore, dove abito e ricado spesso. Mi sono sempre occupata di letteratura fantastica ed è stato un incontro folgorante».
Da circa dieci anni Lipperini segue la Tenda Tolkien, uno spazio nato quasi in sordina e che nel tempo ha allargato lo sguardo dalla letteratura fantastica ad altri territori culturali.

«A dominare simbolicamente questi luoghi – ha ricordato Lipperini – è una donna: la Sibilla, la signora di Montelago, figura che le narrazioni maschili hanno spesso trasformato in corruttrice e seduttrice. Ma c’è un’altra lettura possibile: quella della donna che sa, che svela il destino e che tramanda arti e conoscenze, dalla tessitura agli altri saperi femminili».
Durante i due anni in cui il festival non si è potuto svolgere, nel 2020 e nel 2021, Lipperini e la scrittrice Lucia Tancredi, presenza fissa e grande amica del festival, hanno persino immaginato, nel Pian Grande vuoto, un dialogo tra Ildegarda e la Sibilla.
Le donne di Montelago
«Le donne – ha sottolineato Lipperini -non sono soltanto sul palco di Montelago. Sono nel pubblico, nei gruppi che animano il festival e tra le autrici invitate negli anni».
Una presenza costruita senza ragionare in termini di una quota da riempire: «Non si tratta di applicare una quota, ma di cercare dove gli altri non guardano».
Tra le protagoniste passate dalla Tenda Tolkien ci sono state, fra le altre, Vera Gheno e Maura Gancitano. E lo stesso principio guida un’altra esperienza curata da Lipperini, Le forme dell’acqua, rassegna che dallo scorso anno vede protagoniste esclusivamente scrittrici.
Una scelta che mette in discussione un luogo comune ancora resistente: quello secondo cui le voci davvero autorevoli, quelle da chiamare quando si vuole parlare di letteratura, cultura, storia o scienza, sarebbero prevalentemente maschili.
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Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.







