Daniela Minerva
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Medicina genere-specifica, Daniela Minerva: «Non è una ideologia, è scienza»

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Per secoli hanno curato senza essere riconosciute. Prima delle università e degli ordini professionali, la medicina era anche pratica quotidiana: osservazione, esperienza, trasmissione di saperi. E spesso erano le donne a custodire queste conoscenze.

Levatrici, erboriste, guaritrici, farmaciste: figure rimaste ai margini della storia ufficiale, ma centrali nella costruzione del sapere medico. Non episodi marginali, ma parte strutturale della medicina che conosciamo oggi.

Nel suo ultimo libro Medicina femminile plurale (Bollati Boringhieri), Daniela Minerva, giornalista e saggista, ricostruisce questa storia dimenticata, una storia di cura, ma anche di esclusioni. Oggi, mentre la presenza femminile nella professione medica è in crescita e la medicina genere-specifica si afferma come ambito di ricerca sempre più riconosciuto, quella storia torna ad avere un significato e un ruolo nella medicina di oggi. Ne parliamo con Daniela Minerva.

Una medicina non solo femminile, ma plurale

Per secoli la medicina è stata anche una pratica quotidiana tramandata tra donne. Che cosa abbiamo perso quando questo sapere è stato delegittimato?

«Abbiamo perso quello che oggi ci piacerebbe recuperare: lo sguardo del nostro genere, lo sguardo del femminile. Che non è un mood, ma è una sapienza, un sapere, un’intelligenza che ha attraversato la storia delle grandi innovazioni mediche portate dalle donne al letto del malato, negli ospedali, senza che ci fosse un riconoscimento.

Anzi, senza che ci fosse proprio l’idea che le donne potessero essere mediche. Erano altre figure, facevano un sacco di cose, ma non erano medici blasonati. Non erano riconosciute dalle istituzioni, dalle accademie, dalle città. Abbiamo perso quello sguardo e abbiamo perso la possibilità di una medicina plurale. Non solo femminile, ma plurale. Una medicina di uomini e donne. Perché i bisogni sono di entrambi i generi. Se invece si risponde soltanto ai bisogni di un genere, è chiaro che la medicina è zoppa.»

Ildegarda di Bidgen, ultima rappresentante del sapere femminile

Nel libro riporta alla luce molte figure straordinarie. Tra queste, quale l’ha colpita di più?

«Io ho un grande amore: Ildegarda di Bingen. È una monaca benedettina che entra in convento a otto anni e poi cresce fino a guidarlo. Secondo me è una delle ultime rappresentanti di quel sapere femminile che poi scompare proprio in quella fase storica, quando nascono le università e il sapere colto diventa appannaggio degli uomini. Era un genio. Mistica, certo, ma anche studiosa. Scrive opere naturalistiche straordinarie, costruisce una classificazione di piante, animali e minerali in base alla loro utilità per la medicina. Ma soprattutto aveva un’enorme esperienza clinica.

Nei monasteri arrivavano donne con problemi di gravidanza, di parto, di salute. Lei osservava, ascoltava, capiva. Aveva una conoscenza profonda del corpo femminile. Addirittura descrive aspetti intimi della fisiologia, perfino dell’orgasmo, con una precisione sorprendente.

Quindi non solo aveva un’esperienza clinica vastissima, ma dice cose davvero rivoluzionarie per il suo tempo. Per esempio quando collega l’amore alla capacità procreativa: tanto più i coniugi si amano e più il piacere è reciproco, meglio è per la prole. Aveva anche un ruolo politico, dialoga con tre papi, con Federico Barbarossa e persino Bernardo di Chiaravalle, che era un grande misogino, la stima e la rispetta. Nel libro ci sono tante storie e mi piace l’idea che ogni lettrice scelga la sua preferita».

Se non tiene conto delle differenze, la medicina non è equa

Oggi si parla sempre più di medicina di genere, o meglio genere-specifica. Quali conseguenze ha avuto il fatto di considerare il corpo femminile una variante di quello maschile?

«La medicina di genere è oggi un approccio fondamentale, ma che deve anche essere in via di superamento. È necessario uno sguardo genere-specifico: lo abbiamo capito. Sappiamo che la maggior parte delle malattie si manifesta in modo diverso nelle donne, che i corpi sono diversi e che tutta la medicina deve essere letta attraverso questa diversità. In sua assenza, non esiste una cura equa.

Il libro di Daniela Minerva "Medicina femminile plurale"
Il libro di Daniela Minerva “Medicina femminile plurale”



Si pensi a quanto a lungo le donne siano state curate male, e in parte lo siano ancora, in ambito cardiologico le donne portatrici di cardiopatie. L’idea che le donne non avessero infarti è stata radicata per anni e, ancora oggi, molti ne sono convinti come conferma la dottoressa Daniela Trabattoni, responsabile del Monzino Women Unità Operativa Cardiologica.

Esiste ancora una forte ignoranza, non solo sul piano della prevenzione, ma anche a livello clinico.
Ci sono aspetti molto concreti, per esempio gli stent cardiologici in caso di infarto. Per anni non ci si è chiesti perché gli esiti fossero peggiori nelle donne. La risposta era semplice, non erano dispositivi progettati per loro, la donna è fisicamente più piccola.

Abbiamo anche buone leggi sulla medicina di genere, ma spesso restano lettera morta. Negli studi si presta ancora poca attenzione alle differenze di genere, anche sul piano farmacologico.
Serve un lavoro enorme e va fatto senza ideologia, non è una posizione ideologica, è un dato scientifico. Se non si tiene conto delle differenze, la medicina non è equa».

Seguire la propria vocazione è rivoluzionario

Nel suo libro affronta anche il tema della comunicazione, soprattutto in oncologia. Perché proprio lì emerge con più forza?

«Non mi piace molto l’idea che ci siano cose che riescono meglio alle donne. È una semplificazione che rischia di diventare uno stereotipo. Anche gli uomini sanno comunicare, ma spesso sono vincolati a un modello che li vuole più distaccati. Allo stesso modo, le donne rischiano lo stereotipo opposto. Una donna che ha grandi capacità scientifiche ma meno inclinazione alla comunicazione non deve essere penalizzata.

La vera rivoluzione sarà quando ognuno potrà seguire la propria vocazione. L’oncologia è una disciplina dura, complessa, che mette ogni giorno a confronto con la morte. Eppure è attraversata da una forte presenza femminile. Questo perché la cura è parte della nostra evoluzione, ma anche perché richiede una grande tenacia. E con l’ingresso delle donne, l’oncologia cambia. Porta uno sguardo diverso.

Penso alla scoperta dei geni Brca o al lavoro di Lucia Del Mastro (per la conservazione degli ovociti). Quando le ho chiesto se il fatto di essere donna avesse influito, inizialmente ha detto di no. Poi ha aggiunto: “Quando ho iniziato a pensarci, ero incinta”. È probabile che questo abbia influenzato il modo in cui guardava alle pazienti».

La perdita di conoscenza che impoverisce l’intera impresa medica

Oggi le donne sono la maggioranza nelle facoltà di medicina e rappresentano oltre la metà dei medici in Italia. Ma la questione non è solo rivendicare spazio: è il paradigma di fondo che va cambiato. Quale dovrebbe essere la priorità?

«La possibilità per le ragazze di seguire le proprie vocazioni. Io non ne posso più di vedere donne che restano indietro perché devono tornare a casa a curare i figli, che non possono fare le notti, che più avanti lasciano il lavoro per occuparsi dei genitori. Questo è un freno non solo al diritto delle donne di partecipare alla medicina, ma anche alla costruzione di una medicina davvero genere-specifica, quindi più equa e più utile.

Il progresso della medicina deve passare dalla possibilità, per tutti, di esprimere i propri talenti senza ostacoli. Altrimenti ci si priva di un pezzo di sapere. E questo è il punto, non è solo una questione politica, è una questione scientifica. Si perde conoscenza, e questo impoverisce l’intera impresa medica.

Quando si guarda al tema dei salari, per esempio, si scopre che il problema non è il salario base, ma tutto il resto: turni, notti, possibilità di accesso. E quindi, nella pratica, l’equità non c’è».

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Daniela Minerva


Giornalista e saggista, è una delle voci più autorevoli in Italia sui temi della salute e della medicina.
È direttrice responsabile della piattaforma «Salute», online e in edicola con «la Repubblica» e «La Stampa», ed editorialista de «la Repubblica»; è stata vicedirettrice di «Sapere» e caporedattrice de «L’Espresso». È tra le fondatrici dell’Associazione Donne e Scienza, nata dall’esperienza del Coordinamento nazionale Donne di Scienza.

Con Medicina femminile plurale (Bollati Boringhieri) propone una rilettura della storia della medicina attraverso il contributo delle donne, mettendo in luce il valore di uno sguardo plurale nella costruzione del sapere scientifico. Non è solo una questione di equità, è una questione di qualità della medicina.
Perché ogni volta che una voce resta fuori, non perdiamo solo un diritto, perdiamo conoscenza.


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Claudia Brattini, farmacista con specializzazione in nutrizione e chimica degli alimenti, laureata in Scienze della Nutrizione. È Giornalista pubblicista e si occupa di comunicazione nel mondo della salute. Ha conseguito un master in Comunicazione della Salute & Digital Marketing Sanitario, Giornalismo e Data
Journalism organizzato dal Corriere della Sera. È autrice del libro di cucina per bambini "Gustosissimo, favole ricette ed emozioni da impastare".

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