Guerre e crisi, Elena Pigozzi dà voce alle donne della resistenza invisibile
Tempo di lettura stimato: 8 minuti

di Nicole Stefanini
In un contesto globale segnato da guerre e crisi umanitarie, la mobilitazione femminile assume un ruolo sempre più centrale. Donne che combattono in prima linea per la difesa dei loro diritti, tengono in piedi reti di sopravvivenza sotto ai bombardamenti, guidano iniziative e manifestazioni, denunciano violenze e soprusi da parte degli Stati e sono il motore che fa muovere intere comunità.
Si tratta di una resistenza concreta e quotidiana, spesso invisibile, ma in grado di incidere profondamente sulla realtà. Questa lotta affonda le radici in un passato a cui Elena Pigozzi decide di dare voce nel suo libro “Le Sarte della Villarey”, una memoria che dialoga con il presente e ci ricorda quanto la resistenza femminile sia stata, e continui ad essere fondamentale: «Le mie sono storie di donne e ho la necessità di dare loro voce».
Scrittrice, giornalista e insegnante, da sempre interessata alla letteratura al femminile e alla narrativa di genere, ha svolto una tesi di dottorato in narratologia incentrata sul genere rosa o romance.
Successivamente si è dedicata alla scrittura saggistica e umoristica: «Ho deciso di dare voce alle storie che avevo dentro, di lasciarle uscire, volevo raccontare le storie dei personaggi secondari, coloro che solitamente non appaiono nemmeno nei titoli di coda dei film».
Per Elena Pigozzi la scrittura è uno strumento di conoscenza, permette di entrare dentro sé stessi e acquisire consapevolezza della propria interiorità.
Le Sarte della Villarey: ricamare la resistenza
Come è venuta a conoscenza di questa storia? E soprattutto cosa l’ha spinta a raccontarla?
«Nel 2020, in piena pandemia Covid, cercavo una storia su cui poter ricamare qualcosa, una storia passata ma che potesse in qualche modo avere un impatto anche sul presente».
La scrittrice si è imbattuta in un saggio dal titolo “Fuga per la libertà. Storia di Alda Renzi e di un salvataggio collettivo nel 1943”, scritto dal professore Marco Severini. «Da subito ho capito che era quella la storia che volevo raccontare, sentivo come un filo che mi legava ad essa».
L’autrice ha avviato dunque una ricerca approfondita sulla città di Ancona, focalizzandosi in particolare sul 1943, periodo storico molto particolare per l’Italia e per il suo popolo, stremato da una guerra che durava ormai da 3 anni.
«Ancona rappresentava un po’ l’emblema del fronte interno, una resistenza e un modello che racchiudeva ciò che stava accadendo anche in tante altre piccole città italiane». Il romanzo inizia proprio nella primavera del 1943, un momento particolarmente significativo segnato da rivolte pacifiche portate avanti soprattutto da donne che, dopo anni di fame e sacrifici, chiedevano a gran voce “pane e pace”.
E alle donne chi ci fa caso? L’invisibilità come arma di contrasto alla guerra
Come sono nati i personaggi all’interno del libro? Si tratta di persone realmente esistite o interamente di finzione?
«Alda Renzi e Irma Baldoni sono le due donne di cui abbiamo un nome e un cognome documentati, questo ci permette di farle uscire dalla polvere, dall’anonimato e di dar voce anche a tutte quelle donne di cui non conosciamo l’identità».
Per la creazione degli altri personaggi l’autrice ha voluto ispirarsi alle persone che in quegli anni hanno vissuto nel “Pantano”, un quartiere degradato della città di Ancona; una parte di società vulnerabile, emarginata e che attraverso l’umiltà del lavoro è riuscita a salvare tante vite.

La caserma di Villarey, dove le sarte protagoniste del racconto rammendano le divise dei militari, viene occupata dopo l’armistizio dalle forze armate tedesche, che imprigionano al suo interno più di tremila soldati italiani destinati alla deportazione nei campi di lavoro in Germania. Grazie all’astuzia e alla tenacia di Alda e delle sue compagne, nasce quindi una resistenza silenziosa, alla quale iniziano a mano a mano a collaborare sempre più persone.
«Quando ci troviamo in una situazione difficile possiamo sempre scegliere di fare la differenza con ciò che abbiamo, fare del bene è contagioso. Alda nei prigionieri della Villarey non vede dei soldati, vede delle persone, e questo la porta a condurre una resistenza con ago e filo, come dice la copertina. Queste donne con quello che sanno fare, con i pochi mezzi che hanno mettono in atto un piano che salva, rischiando la loro vita».
C’è un personaggio a cui si sente più legata o che sente più affine a lei?
«Ce ne sono tanti. Milo e Laura, fratello e sorella di 11 e 18 anni che rimasti orfani dai genitori trovano la forza di crescere e farsi coraggio l’un l’altro. Milo rappresenta per me un po’ il fratellino che non ho avuto, ha questa rabbia dentro che riesce a trasformare in azioni di generosità verso gli altri, contribuendo anche lui a far funzionare la macchina di salvataggio messa in piedi all’interno di Villarey.
E poi Laura, una voce fuori dal coro, opposta alle altre donne presenti nel racconto, negata per i lavori manuali; per tutto il libro porta avanti questo dialogo a distanza con il padre che le ha trasmesso il suo amore per la poesia».
Nonostante la distanza storica, la determinazione delle protagoniste nel combattere le ingiustizie, anche a costo della vita, spesso richiama storie attuali di donne che lottano per i diritti e per la pace nei contesti di guerra.
È un aspetto a cui ha pensato mentre scriveva il suo libro?
«Dopo 4 anni di ricerche e moltissimi materiali raccolti mi sono detta che era giusto raccontare una storia del genere oggi, più che in altri momenti storici. Voltarsi dall’altra parte e fingere che non stia accadendo niente è quanto di peggio si possa fare, gli esempi a cui assistiamo nel quotidiano e quelli che racchiudo nel mio libro dimostrano che si può sempre dire di no alla ferocia del mondo».
Durante un viaggio di presentazione del libro nella città di Ancona, Elena Pigozzi ha voluto visitare la ex Caserma Villarey, divenuta oggi sede della facoltà di economia dell’Università Politecnica delle Marche. All’interno dell’edificio è stata affissa una targa dedicata ad Alda Renzi, che recita la frase: “Ci sarà un modo per salvarli, questi ragazzi”.
«È stata per me un’enorme emozione visitare quel luogo, vedere che ora è popolato da ragazze e ragazzi che studiano e che si stanno costruendo un futuro. Mi piace pensare che questa storia possa essere anche per loro motivo di ispirazione a conservare sempre la loro umanità e a diffondere il più possibile il bene».
C’è un messaggio che vorrebbe lasciare alle ragazze e donne che hanno letto o leggeranno il suo libro?
«Quando siamo in una situazione estremamente drammatica o difficile possiamo sempre fare una scelta, senza pensare di non essere in grado, possiamo sempre con i nostri mezzi fare la differenza come ci dimostra Alda. Questo ci rende in grado di affermare la nostra umanità più profonda, il bene non ha una definizione ma lo si riconosce nell’esperienza».
La newsletter di Donnemente
Ogni martedì Donnemente arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscriverti clicca qui
Se invece vuoi essere aggiornata via whatsapp, clicca qui
Leggi anche:







