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Farwa Zulfiqar: dal Pakistan in Italia, cucire come atto di libertà

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«Quando ero bambina, in Pakistan, ad una donna si chiedeva solo che sapesse cucinare, ricamare e cucire, ovviamente in casa. Per me invece la libertà di esprimersi è stata sempre fondamentale».

Farwa Zulfiqar, Ceo del brand di moda etica Farway Milano, nata in Pakistan, ma in Italia fin da quando aveva otto anni, inizia da qui a raccontare la sua storia.

Un viaggio attraverso paesi e culture diverse, ma per certi versi simili, un percorso, spesso in salita, che è stato anche interiore, verso risultati concreti e soprattutto verso la conquista dell’autodeterminazione, che è fondamentale, soprattutto se provieni da una realtà in cui ci si aspetta da te solo la cura della famiglia.

Questa giovane donna dallo sguardo deciso e lunghi capelli neri sa bene ciò che vuole e non ha mai accettato che un no mettese un limite ai suoi sogni.

Le attività delle donne sono inferiori

«Mia madre faceva la sarta, ma non come lavoro retribuito, solo in casa.

Aveva imparato a cucire e ricamare fin da piccola e le è sempre piaciuto molto, ma non ha mai potuto portare fuori dalle mura domestiche la sua competenza e la sua passione», prosegue Farwa.

In Pakistan infatti, come anche in Italia fino a qualche decennio fa, per una donna di condizioni medio alte, era considerato disdicevole lavorare fuori casa: era solo il marito a dover provvedere alla famiglia.

«Oggi in Pakistan la situazione è cambiata, ci sono sempre più donne in carriera, anche in politica, ma rimangono sempre alcune zone un po’ più arretrate», aggiunge.

Nel paese dunque, ancora oggi, ci sono moltissime artigiane estremamente competenti ed esperte in lavori complessi e di alta qualità, tuttavia il loro prezioso know how è restato per secoli quasi interamente invisibile.

Nonostante la maestria, frutto di esperienze pluriennali ed eredità trasmesse ancestralmente in linea matrilineare, il lavoro delle donne è stato considerato comunque inferiore a qualsiasi altra attività maschile.

È da questa amara considerazione che Farwa Zulfiqar ha deciso che per lei tutto questo non andava bene.

«Mia madre ha sempre avuto un forte desiderio di avere una suo atelier, però non ha mai avuto il permesso di andare oltre i suoi limiti, mentre per me è fondamentale avere la propria libertà».

Da questo forte anelito di indipendenza nasce il desiderio di ribellarsi, anche per dare voce alle donne che non hanno potuto farlo.

Farwa Zulfiqar
Farwa Zulfiqar

Dal villaggio senza nome alla capitale della moda

A raccontarlo sembra quasi una favola.

Farwa Zulfiqar ci racconta che il villaggio dove è nata non ha un nome, ma solo un numero a contrassegnarlo: quella che oggi è una stilista emergente non è dunque partita da zero, ma da 419.

La permanenza qui è breve: i genitori, che hanno sempre tenuto in gran conto l’istruzione delle due figlie e del figlio, spostano tutti nella vicina Burewala, dove Farwa inizia gli studi.

Dopo pochi anni il primo grande cambiamento conduce Farwa in Italia, in provincia di Macerata, dove suo padre aveva trasferito tutta la famiglia dopo aver lavorato alcuni anni in giro per l’Europa.

«Mio padre è sempre stato un amante della natura e nelle Marche ha trovato un ambiente dove si è sentito più a suo agio, rispetto alle grandi capitali europee dove era stato a lavorare.

Alle scuole superiori, un po’ per caso un po’ perché forse era destino, ho scelto il corso di Produzioni tessili e sartoriali all’Ipsia di Tolentino, che mi ha dato proprio tutte le basi necessarie per entrare in questo mondo.

Tutto quello che so oggi – parlo di pratica e modellistica – l’ho appreso in quella scuola, che è stata fondamentale.

Finite le superiori ho frequentato il corso di Fashion Design all’Accademia delle Belle Arti di Macerata».

Dopo la laurea la strada lavorativa di Farwa ha continuato ad avanzare nel settore della moda, muovendosi tra Manchester e un ritorno in Pakistan, dove ha avuto una breve esperienza nel mondo del cinema, come stylist di un’attrice locale.

Approda infine a Milano, dove inizia nel Department Store de La Rinascente.

Farwa Zulfiqar Farway Milano
Farwa Zulfiqar al lavoro

Non perdere di vista l’obiettivo

Riguardo ai primi periodi a Milano Farwa ricorda che, senza nessun aiuto, sola, in una città nuova, facendo affidamento solo sulle proprie forze, non è stato di certo semplice:

«Avevo bisogno di capire come girava il mondo a Milano, com’era la clientela, assorbire questa città internazionale e capire come muovermi.

Per quattro o cinque anni ho lavorato moltissimo, giorno e notte – Milano ti chiede tanto per mantenerti -, poi nel periodo Covid mi sono fermata un attimo e mi sono detta che ero arrivata lì per realizzare il mio sogno, ma ero talmente concentrata sul lavoro che non avevo avuto proprio il tempo di pensare alla mia passione e a cosa che volevo fare io, al perché ero arrivata fin lì.

Il mio vero obiettivo era quello di avere la mia etichetta».

Da quel momento in avanti Farwa si divide tra il lavoro in boutique e l’avvio della sua impresa, continuando a lavorare di giorno alla Rinascente e dedicando la sera all’avvio della sua start up.

Da lì a breve arriva la prima collezione e il progetto prende finalmente vita: nasce Farway Milano, moda sostenibile ed ecologica per bambini e bambine, che approda inizialmente in un atelier di lusso a Brera.

Seguono poi Pitti Bimbo, New York e Doha, confermando la riuscita e suggellando il successo di questa giovane donna che ha fatto della determinazione la sua cifra stilistica.

Farway Milano

Il valore etico della moda

La scelta di orientarsi verso una moda di tipo sostenibile per bambini si può considerare un ponte tra le radici e il volo di Farwa Zulfiqar.

«Il target di Farway è medio alto, però il mio obiettivo è sempre stato quello di dare a tutti la possibilità di vestire i bambini con prodotti di qualità.

Il nostro è un vero e proprio manifesto di valori etici e innovazione tessile: ogni capo è realizzato in Italia da piccoli artigiani, in edizione limitata, ma il concetto che vogliamo trasmettere è un po’ quello che seguivano le nostre mamme o le nostre nonne.

Una volta c’erano negli armadi quei pochi capi di alta qualità, magari fatti su misura dalle donne di casa, che duravano nel tempo e che venivano tramandati da generazione in generazione: noi vorremmo che gli abiti di Farway assumessero un po’ quel valore.

Una moda senza tempo, dalle linee pulite, creata con abilità, che unisca classico e contemporaneo e che abbia come messaggio quello di crescere un bambino o una bambina che domani diventerà un uomo etico o una donna etica, perché sono stati cresciuti con consapevolezza.

Credo che bisognerebbe abituarsi alle cose belle fin da piccoli».

farway milano moda sostenibile bambini

Fast fashion e finta sostenibilità

In una fase storica in cui anche nei grandi magazzini è possibile trovare capi di abbigliamento con la loro bella etichetta di sostenibilità, Zulfiqar ci tiene a precisare l’importanza di educare il cliente a riconoscere il vero valore di un prodotto.

«È vero, anche da Zara ci sono capi in cotone biologico, ma se leggi bene l’etichetta, scopri che è solo 4% e il resto è altro.

Per essere davvero biologico, un capo deve avere il 95% del cotone organico. Se compri qualcosa di diverso non stai aiutando l’ambiente.

Un’altra cosa a cui teniamo è la durata dei vestiti: specialmente per i più piccoli, dopo 6 mesi non stanno più bene, contribuendo a scarti e sprechi.

Noi di Farway abbiamo risolto con taglie che “crescono” col bambino, studiate appositamente per durare più tempo.

I nostri vestiti poi sono per la maggior parte unisex e soprattutto sono comodi, che è una cosa importante, perché bambine e bambini devono potersi muovere liberamente».

farway milano farwa zulfiqar
Uno dei modelli di Farway Milano

We stand for humanity

Ma non finisce qui: l’impegno sociale della Ceo di Farway sfocia anche in un progetto speciale, dedicato al contrasto della crisi umanitaria che ha lasciato molte donne e famiglie senza casa, specialmente nelle zone di guerra.

Si tratta di T-Shirt etiche, sia per bambini che per adulti, il cui ricavato di vendita è destinato a raccogliere fondi e offrire supporto ai civili rimasti senza casa in Palestina.

«Le T-Shirt non sono prodotte in Italia, ma sono comunque etiche e sostenibili perché vengono fatte da donne del Bangladesh.

Tutto è garantito dal progetto Cocomero & friends».

Farway Milano
Uno dei capi di Farway Milano

Se sei donna, non puoi evitare di lottare

Guardare un percorso dalla fine, spesso non fa percepire le difficoltà che ha presentato a chi lo ha intrapreso.

Alle donne che in qualche modo riescono a raggiungere i propri obiettivi succede spesso: l’idea è che siano state aiutate, facilitate o che non debbano poi aver faticato molto.

La realtà però è ben diversa ed è proprio Farwa Zulfiqar a spiegarci quanto sia denso di ostacoli il cammino verso il successo per ogni donna, che viva in Pakistan o in Italia o in altre parti del mondo:

«Ho sempre dovuto lottare per avere quello che ho: dalla scelta di una scuola di Fashion Design, che i miei non sapevano neanche bene cosa fosse, al trasferimento a Milano, comprendendo tutto quello che c’è stato nel mezzo.

Sono cresciuta con tantissime sfide da affrontare, come bambina, come ragazza, come figlia: nelle Marche c’erano e ci sono tante famiglie pakistane e quando io ho iniziato, le ragazze non studiavano.

Però ho capito che tu non le affronti sfide perché sei pakistana o perché sei italiana, tu le affronti le sfide perché sei donna.

Tantissime volte ho dovuto far ascoltare una voce maschile al telefono per dimostrare che ero protetta.

Mi capitava spesso con gli uomini, soprattutto quelli che gestivano gli showroom, che quando vedevano che ero una ragazza, avevo appena iniziato, ero bella, si chiedevano come fosse possibile che non avessi nessuno al fianco.

Farwa Zulfiqar Farway Milano

Un esempio da seguire

La cultura pakistana è molto conservatrice, per cui una delle difficoltà più grandi di Farwa è stata proprio quella di abbattere pregiudizi molto difficili, perché legati anche alle relazioni familiari.

«Adesso sono le stesse famiglie che mi guardavano con sospetto a farmi i complimenti e magari hanno anche famiglia e mi portano ad esempio per le figlie.

Ho dovuto lottare contro il limite culturale pakistano, dimostrando che le donne non devono solo sposarsi e fare figli, ma possono realizzare anche tanto altro.

Tantissime ragazze pakistane o di altre culture, hanno l’impressione che dire di no le trasformi subito in figlie cattive.

La nostra società ci ha insegnato che se tu dici di no, se dici che le tue passioni valgono, allora sei una brutta persona.

Rompere queste barriere per me è stato uno dei miei grandi successi e credo che abbiamo bisogno di esempi di donne che ce l’hanno fatta in un modo sano.

Il mio obiettivo è anche questo: dare un esempio alle ragazze che non riescono mai a dire di no agli altri o ai genitori, perché per noi i genitori rappresentano un po’ la figura di Dio».

La forza del sostegno femminile

Quello che emerge infine dal racconto di Farwa Zulfiqar è anche l’importanza per le donne di sostenersi l’un l’altra in una sorellanza che va oltre il personale, ma che diventa globale.

«Quando ho avuto modo di lavorare con le donne, mi sono sempre sentita a mio agio.

Due dei laboratori che hanno seguito la mia produzione sono solo di donne e l’intesa è sempre stata perfetta.

Fare rete fra donne conta moltissimo, perché sappiamo quali sono le sfide che dobbiamo affrontare e cerchiamo di aiutarci a vicenda, con consapevolezza.

Le donne hanno sempre cercato di aiutarmi a realizzare i miei sogni, di fare quel piccolo passo in più che mi avvicinava all’obiettivo e quindi si è formata una bellissima connessione: oltre al lavoro poi ti ritrovi a condividere anche altro e allora quell’unione diventa un po’ famiglia.

La figura più importante per me però è sempre stata quella di mia madre.

Lei mi ha sempre detto di non essere riuscita a realizzare il suo sogno, ma non voleva permettere a nessuno di impedirmi di realizzare il mio.

Mi ha sempre sostenuta, inizialmente proprio in modo pratico, cucendo con me fino alle cinque del mattino, poi anche in modo discreto, facendo da mediatrice con mio padre, per permettermi di realizzare quello che volevo».

Farwa Zulfiqar Milano

Sognare ad occhi aperti

La storia di Farwa Zulfiqar è di certo un esempio e un incoraggiamento soprattutto per le ragazze più giovani.

La stilista conclude dunque la sua intervista per Donnemente con un invito, che colpisce nel profondo e spinge alla riflessione ma anche all’azione:

«Sognate sempre, ma sognate a occhi aperti, non tenete gli occhi chiusi: tirate fuori i sogni dai cassetti, teneteli proprio davanti ai vostri occhi.

Leggete ogni giorno, scrivete ciò che desiderate e andate a rileggerlo ogni tanto e scegliete la vostra strada da sole.

Sembra difficile, ma in realtà abbiamo sempre un intuito che ci guida, non abbiate paura di sbagliare perché io ho sbagliato tantissime volte, ma più sbagli più fai strada.

Se hai una visione chiara di dove vuoi arrivare, poi tutto l’universo inizia a connetterti con le persone e le situazioni giuste.

Sognate alla grande, non sogni piccoli, ma sognate proprio l’impossibile».

Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.

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