Arianna Chieli e la rivoluzione della midlife: a 50 anni tutto è possibile
Prima era una dimessa mezza età, ora è una fase della vita che segna ormai il momento in cui smettiamo di chiedere il permesso: una riflessione su corpo, lavoro, desideri e libertà per riscrivere, senza stereotipi, il significato di questa stagione
Tempo di lettura: 17 minuti
C’era una volta la mezza età, un memento mori inquietante che calava inesorabile sulle teste di chi si aggirava intorno ai quaranta, cinquant’anni e, specialmente se eri donna, significava declino e invisibilità.
Oggi i cinquanta arrivano chiaramente lo stesso per tutte e tutti, ma la definizione è cambiata e si parla sempre più spesso di “midlife”.
Non è solo la traduzione inglese del termine a fare la differenza, ovviamente, ma quello che si intende con una definizione che modifica del tutto la prospettiva con cui si considera questa fase della vita.
La midlife oggi comprende la fascia di età che va grossomodo dai 40 ai 65 anni circa e, dal punto di vista femminile, non riflette più le immagini e le storie di signore attempate alle prese con fastidi, acciacchi e rassegnazione.
Per comprendere meglio il fenomeno, ne abbiamo parlato con Arianna Chieli, milanese, 54 anni, lunghi capelli chiarissimi, look contemporaneo, già fashion influencer, giornalista di moda, esperta di digital marketing e seguitissima creator, che negli ultimi anni ha effettuato un personal rebranding coraggioso, mettendo al centro del suo storytelling proprio il modo in cui una donna vive questa fase della vita.
Midlife: un doveroso cambio di prospettiva
Tra i tanti argomenti trattati durante la lunga chiacchierata con Arianna Chieli, una frase in particolare racchiude il senso della riflessione sulle donne e la midlife oggi: «Se pensiamo a come erano le nostre madri o le nostre nonne a cinquant’anni ci possiamo rendere conto molto bene di quanto le cose siano cambiate».
L’immagine evocata da questo paragone è molto forte e fa emergere la necessità di una modifica della marcia: non è più possibile raccontare o rivolgersi alle donne di questa età con argomenti ormai fin troppo lontani dalla loro realtà.
«Ho sempre visto la midlife raccontata male, come declino, come mancanza, come decadimento, come la fine di qualcosa. – Spiega Chieli – Io c’ero in mezzo a questa midlife, ma non la vedevo e non la vivevo così e soprattutto tutte le donne di quella età che avevo attorno erano donne che stavano prendendo la loro vita in mano e facendo delle cose meravigliose, cose che probabilmente dieci anni prima per mille motivi, la famiglia, i figli, un retaggio culturale differente, non si davano il permesso di fare.
A quel punto ho detto: “Io ho bisogno di raccontare questa parte della mia vita che non è solo mia, ma probabilmente è anche di qualcun’altra e lì ho iniziato a cambiare completamente i contenuti che stavo producendo».
Dopo anni di lavoro come professionista del web, Arianna Chieli ha dunque deciso di affrontare la difficile sfida del rebranding, che porta con sé sempre una dose non indifferente di rischio, specialmente per chi, come lei, ha lavorato per anni nel settore del Fashion.

Una generazione senza bussola
Essere una donna di quaranta o cinquanta anni oggi è dunque un’esperienza assolutamente nuova rispetto al passato, complici i miglioramenti riguardo a lunghezza e qualità della vita degli ultimi tempi.
Ci si trova spesso a doversi destreggiare tra convinzioni ormai obsolete, nuove esigenze, ataviche paure e una buona dose di incertezza, tipica di una fase che possiamo tranquillamente definire pionieristica.
L’esperienza di Arianna Chieli è dunque paradigmatica dell’evoluzione che molte donne stanno vivendo e ha rappresentato uno dei primi riferimenti per chi, come lei, si è trovata a muoversi lungo un sentiero non ancora battuto:
«Ho iniziato a parlare di menopausa quando in Italia veramente non lo faceva nessuno. Ho parlato poi anche di crisi del mercato del lavoro per la nostra età, ma anche di speranza, di come fosse necessario prendere atto di una trasformazione, perché le nostre vite si sono allungate il nostro modello di vita è cambiato.
Noi siamo la prima generazione a vivere la midlife in questo modo, senza nessuna bussola, senza nessun punto di riferimento, senza che quelle che sono venute prima di noi lo lo abbiano già fatto, quindi sicuramente sbagliamo, è tutto un tentativo, però dentro questo tentativo c’è la volontà di riappropriarsi di uno spazio e io questa la trovo una cosa meravigliosa».
Uno storytelling in cui riconoscersi davvero
Viene ancora abbastanza naturale associare l’idea di una content creator, di una influencer, con una persona molto giovane. Dimentichiamo spesso però che il web 2.0 ha più di venti anni e c’è chi ci è cresciuto dentro, evolvendo con esso.
La stessa Arianna Chieli è una professionista digitale di lunga esperienza, che ha aperto la sua prima web agency nel 1998, e dunque rappresenta un riferimento fondamentale per comprendere bene i cambiamenti che riguardano la nostra società, che ormai non può più essere spiegata prescindendo dalla rete.
Riuscire ad esprimere qualcosa in cui una larga fetta di pubblico può riconoscersi davvero è sicuramente un valore che permette a chi comunica di raggiungere concretamente i propri obiettivi e a chi riceve il messaggio di sentirsi compreso e parte di una comunità.
«La prima volta che ho postato una story sulla menopausa, è stato forse tre anni e mezzo fa. Ero molto in imbarazzo, perché non avevo mai parlato di qualcosa del genere e quindi ho lasciato lì il telefono e non l’ho guardato per 12 ore.
Quando l’ho riaperto c’erano centinaia di messaggi veramente da brividi, in cui mi dicevano “finalmente qualcuno ne parla” “finalmente non sono sola” “finalmente si può parlare di questo argomento!”. La reazione è stata assolutamente di sollievo.
Non voglio ovviamente che il mio profilo diventi uno spazio dove si parla solo di menopausa, prima di tutto perché non sono un medico, e poi perché è una parte della nostra vita ma non ci delinea, tuttavia ne parlo e trovo che sia ancora un fortissimo tabù.
Se però da un lato trovo una grande ritrosia ancora a trattarne, dall’altro ci sono delle cose che mi fanno ottimamente sperare, come delle donne un po’ più giovani che mi scrivono “meno male che ne hai parlato, perché adesso so come affrontare questa cosa”, o anche addirittura degli uomini che mi hanno ringraziato perché non stavano capendo che cosa stesse succedendo.
La normalizzazione dei sintomi, la sveglia alle tre del mattino, per esempio, o il brain fog o il fatto che io ero freddolosissima e adesso ho sempre caldo, è importante per molte persone che finalmente si riconoscono».

Donne e sofferenza obbligata: una catena da spezzare
Le donne indipendenti storicamente hanno sempre spaventato o messo in allarme la società.
Dalle accuse di stregoneria ai facili internamenti in manicomio, quando una donna esercita un certo potere, dimostra di avere competenze particolari o esce dal percorso socialmente accettato, la condanna civile è stata sempre inesorabile.
Ancora oggi ci troviamo spesso a confrontarci con retaggi culturali che provengono direttamente da un passato ormai superato e diventa allora davvero molto importante fare leva su un’informazione che possa permettere di liberarsi dal pregiudizio e riappropriarsi a pieno della propria vita.
Continua Arianna Chieli: «Ho parlato anche di terapia ormonale sostitutiva, che in Italia segue meno del 10% delle donne, perché c’è uno stigma sopra enorme e perché prima i medici non erano formati per dirti “Signora, ci sono delle soluzioni a quello che lei sta passando”.
È un po’ causa anche di questa cultura del dolore, “tu donna devi soffrire”, che in Italia piace tantissimo.
Poi, insomma, agli uomini è sempre piaciuto disquisire di che cosa fare del corpo delle donne e questo è un tema che arriva nel momento in cui le donne diventano più libere, perché non procreando più, mancando quella parte di fertilità, è vero che per una parte della società perdono valore, ma è anche vero che diventano ingestibili.
Quindi questo fatto di diventare meno gestibili, meno accondiscendenti, meno pronte a sopportare tutta una serie di cose che abbiamo sopportato per anni, beh, questa cosa qua fa paura, accidenti!
Insomma, in qualche modo abbiamo aperto la strada alle possibilità di una fase di vita che fino a 10 anni fa era solo declino e adesso invece vogliamo sottolineare che così non è».
A chi parlano i brand?
Nonostante il cambiamento in atto, ancora oggi molti brand continuano a non considerare il pubblico femminile nella fase della midlife oppure a raccontarlo male, commettendo un grande autogol.
Ancora una volta il punto di vista di Chieli è frutto di un’analisi lucida sul campo: «Nell’ultimo anno ho visto cambiare in parte questa cosa. Come creator collaboro con molti brand e devo dire che ho notato una crescente attenzione per il target 45 – 65.
Chiaramente nessun brand è una onlus, quindi la motivazione è prettamente economica, perché le aziende cominciano a capire che questo è il mercato alto spendente.
Sembra che alcuni brand abbiano iniziato ad accoglierci, ed è una buonissima cosa, perché noi non ci sentivamo rappresentate, ma se un brand smette di raccontarti tu quel brand smetti di guardarlo perché non ti ci ritrovi più.
Il mercato dice che i soldi sono lì e dove sono i soldi normalmente vanno i brand e i brand hanno bisogno di costruire un immaginario che per chi compra sia riconoscibile: se non lo fanno rischiano di perdere il cliente.
Purtroppo molto spesso i direttori marketing delle aziende sono degli uomini di 60 anni che hanno veramente poco interesse o magari non hanno proprio la capacità culturale di capire chi è davvero il cliente finale e quindi ci parlano come se dovessimo per forza ringiovanire facendo leva sull’estetica del declino.
Evidenziano cosa stai perdendo: giovinezza, forma fisica, capacità di fare, ma il mercato non reagisce bene a questo tipo di comunicazione.
Credo quindi che ci saranno delle cose da cambiare nei prossimi anni, se i brand vorranno continuare a parlare con noi, perché altrimenti diventa difficile.
Faccio banalmente un esempio che si basa su due concetti fondamentali, il riconoscimento e il linguaggio: se io, brand, sponsorizzo una crema pro-age è ridicolo metterci una donna di 30 anni, perché sicuramente non è il target giusto e non ci si riconosce.
Le parole poi comunque plasmano il nostro immaginario e quindi usare pro-age invece che anti-age è già qualcosa di interessante».

Donne e lavoro: è vero che a 50 anni i giochi sono fatti?
Altro tema fondamentale che riguarda da molto vicino le donne e la midlife è quello del lavoro.
Alle donne è stato sempre detto che ad una certa età ormai il dado è tratto e il cambiamento non è più possibile.
Sebbene rimettersi in gioco a 50 anni non sia facile neanche per gli uomini, di fatto sono loro che registrano un tasso di occupazione strutturalmente più alto, una rete professionale generalmente più forte e meno carichi di cura familiare, cosa che rende le aziende meno inclini a scegliere le lavoratrici.
Scardinare questa narrazione è l’inizio di un concreto empowerment, che diventa necessario per un numero sempre maggiore di donne.
Ancora secondo Chieli: «C’è questo trend, soprattutto americano, che è super documentato sui social, delle donne attorno ai 45 – 50 anni che perdono il lavoro e non riescono a ritrovarlo, nonostante l’invio di centinaia di curricula a cui non arrivano neanche risposte.
Io ci vedo due tipi di problemi: intanto il lavoro dei colletti bianchi che con le AI sta iniziando ad avere dei seri problemi, e poi il secondo è che sono proprio le AI a fare screening e se non ti scelgono tu non arrivi neanche a parlare con le persone che ti potrebbero assumere, ma chi è che forma le AI?
In Italia abbiamo un problema di lavoro importante, abbiamo un problema di salari importante e le donne, specialmente se vengono da maternità, che in Italia non è sostenuta, si ritrovano ad accettare dei part-time, a togliere degli anni alle proprie esperienze lavorative, perché qualcuno con questi figli ci deve stare, dagli asili escono alle tre del pomeriggio e vanno comunque seguiti.
C’è quindi un gap a livello pensionistico e a livello di salita nella carriera che diventa estremamente rilevante, con il quale magari vai a fare i conti nella midlife».
Formazione continua come chiave per il cambiamento
In questo scenario emerge dunque la necessità di un cambio di mentalità, che deve basarsi su flessibilità, apertura verso il nuovo e investimento su se stesse, con lungimiranza.
Aggiunge quindi Chieli: «Sicuramente quello che consiglio sempre è di continuare a fare formazione continua, perché se prima era un’opzione adesso è fondamentale, come è fondamentale lavorare, specialmente alla nostra età, sulla propria visibilità.
Se tu lavori sul tuo personal branding e sulla tua visibilità, quello è qualcosa che nessuno ti potrà portare mai via ed è il tuo biglietto da visita, che arriva molto prima di quanto potrebbe arrivare un curriculum.
La verità è che nessuno sa come sarà il mercato del lavoro nei prossimi 10 anni, perché le AI hanno avuto un impatto così forte, che ignoriamo che cosa potremo continuare a fare o non fare: è un mercato in piena trasformazione.
Quello che possiamo continuare a fare è sicuramente formarci: quando sento donne della mia età dire “Io l’AI non la uso perché non mi piace”, rispondo “no, tu la devi studiare la devi conoscere meglio degli altri, perché quello è un vantaggio competitivo, come molti altri che tu hai già accumulato.
Io credo che a 50 anni ti aspettano ancora almeno altri vent’anni di lavoro, se va bene.
Se tu pensi alla prima parte della tua vita, a quello che è stato il tuo lavoro nei primi vent’anni, hai tutto il diritto di cambiare, di scegliere delle strade completamente diverse.
Io sono una persona che caratterialmente non si pone i limiti e penso che sia molto importante non farlo in questo momento, adottare una fluidità, che è anche un sistema di sopravvivenza in un mercato estremamente vario come quello attuale.
Poi noi donne abbiamo questa famosa sindrome dell’impostora, che ci fa dire “io sono capace”, “se lo faccio io lo fa chiunque”, invece no, magari lo sai fare solo tu».
Uomini e donne: differenze di percezione della midlife
Ovviamente anche gli uomini alle prese con la mezza età hanno a che fare con una serie importante di cambiamenti, tuttavia nel contesto femminile la considerazione sociale è ancora fortemente in svantaggio.
«Un uomo di sessant’anni, ben tenuto, è un uomo affascinante. La donna di sessant’anni ben tenuta è comunque al massimo una fuga.
Io penso che ci sia differenza anche a livello di carriera a livello lavorativo, a livello percepito.
Se gli uomini andassero in menopausa, avremmo praticamente dei distributori automatici di ormoni messi in ogni parte della città, sarebbe promulgata una legge per dare loro, non so, due mesi di aspettativa gratuita!
Questo è un paese ancora estremamente maschilista: guardiamo ad esempio il congedo paritario che non è stato riconosciuto, insomma, abbiamo dei grandi temi di cui parlare.
È anche vero però che secondo me le cose stanno cambiando e anche molto velocemente.
Vedo sempre più donne che stanno con uomini molto più giovani di loro, senza nessun tipo di stigma, mentre prima sarebbe stato impensabile.
Chi è cresciuto in una cultura patriarcale ha goduto dei propri privilegi, dei propri diritti senza esserne cosciente e non ha fatto nulla per cambiare, quindi adesso c’è un lavoro da fare enorme da parte delle donne.
Il femminismo non è contro gli uomini, ma è per la parità verso le donne e questo è l’obiettivo a cui stiamo lavorando tutte.
C’è un percepito molto diverso sull’invecchiare per una donna e sull’invecchiare per un uomo.
La buona notizia è che alle donne importa sempre meno degli uomini, perché vedo che più si va avanti con la vita e più diventano importanti la rete di amiche, le persone con cui fai delle cose in gruppo, il sostegno tra donne, che è una cosa che io ho sempre apprezzato e alla quale ho sempre creduto.
Diciamo che questa necessità del partner, che magari quando sei un po’ più giovane è così assillante, passata una certa età diminuisce.
A questo proposito, ho scritto un articolo sulle dating app: gli uomini le utilizzano di più quando sono separati, perché cercano una compagna per la vita al 70%, mentre le donne meno del 30%, quindi già questa è una bella indicazione.
La maggior parte dei divorzi poi avvengono esattamente nell’età della perimenopausa e menopausa, quindi 45 – 55 e sono le donne che li chiedono, sono le donne che se ne vanno.
Questo è un tema importante: la tolleranza comincia ad abbassarsi».
Non è mai troppo tardi
Quello che Arianna Chieli auspica, quindi, è una presa di coscienza che parte inevitabilmente dal mettersi in discussione, senza paura di lasciare la strada vecchia per la nuova.
L’immagine che ne esce è quella di una donna potente, indipendente e dinamica, che guarda avanti senza porsi limiti inesistenti, forte della sua maturità e delle proprie capacità.
«Se tu non ti immagini in un futuro diverso, – conclude – non ci riuscirai mai a costruirlo quel futuro, quindi, se non abitui te stessa a pensarti in una maniera diversa, resterai sempre lì.
Questo “troppo tardi” è qualcosa che ci è stato raccontato per tantissimo tempo, ma adesso la vita si è allungata, le capacità delle donne sono cresciute, come l’indipendenza, la cultura, l’informazione.
Ci sono un sacco di progetti che nascono da donne nella nostra della nostra età, ci sono un sacco di persone che stanno provando a fare cose interessanti.
Dovremmo allontanarci anche da questa cultura del fallimento, tutta italiana, per cui se hai fallito sei una fallita, ma in realtà in una vita è bene anche fallire, anzi, è dai tuoi fallimenti che poi tiri fuori l’energia per fare cose nuove e diverse.
Darsi il permesso anche di sbagliare, secondo me è qualcosa di fondamentale.
E poi l’ultima cosa che voglio dire è: mi raccomando, conti correnti separati, sempre! È una questione fondamentale di indipendenza».
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Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.







