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Bambole di pezza a Sanremo: 76 anni di attesa per una band femminile

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Tempo di lettura stimato: 7 minuti

Molti e molte ne hanno scritto, specialmente negli ultimi anni, ma quello della presenza femminile al Festival di Sanremo continua ad essere un tasto dolente.

Al di là delle “co-conduzioni” solo quattro donne dall’inizio hanno avuto la possibilità di presentare il festival di Sanremo da sole (Loretta Goggi nel 1986, Raffaella Carrà nel 2001, Simona Ventura nel 2004 e Antonella Clerici nel 2010) e anche dal lato canoro il numero delle partecipanti donne è da sempre inferiore a quello degli uomini.

Niente di nuovo sul fronte dell’equità dunque, dal momento in cui questo quadro rispecchia piuttosto fedelmente la situazione della società anche al di fuori del contesto artistico ed è anche per questo che nell’edizione 2026 la presenza della prima band tutta al femminile da settantasei anni ha attirato l’attenzione di quante e quanti lavorano ogni giorno per promuovere i diritti e lavorare sull’empowerment femminile.

Sarà infatti questo l’anno del debutto sul palco dell’Ariston de Le Bambole di pezza, band milanese di sole donne e per di più impegnata da sempre su tematiche femministe.

unica rock band femminile in 76 anni di sanremo

Le bambole di pezza: dalle Riot grrl a Sanremo

Nate nel segno del punk rock e scivolate in seguito più sul versante pop/rock, le Bambole di pezza non sono debuttanti.

Il loro gruppo esiste dal 2002, con un album di esordio che le collocava nella scena del punk/rock energico, sulla scia del movimento Riot grrrl, che in Italia è approdato a metà anni Novanta, con diversi anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti, dove è nato e si è sviluppato.

Erano i tempi di band come i CSI, eredi dei CCCP, dei Prozac+, dei Tre Allegri ragazzi morti, dei Verdena, dei Punkreas, degli Afterhours e molti altri, un contesto ricco e fertile, che ha movimentato una stagione unica della scena musicale italiana.

Dopo una prima fase di esordio e progressiva affermazione nella scena punk rock italiana, durata fin verso il 2006 e comprensiva anche di un primo cambio di formazione per l’abbandono della cantante, le Bambole di pezza si sono riunite, dopo una pausa, nel 2014, per poi ripartire nel 2021.

È stato allora che le due chitarriste fondatrici, Morgana e Dani, hanno ripreso in mano il progetto, restituendogli vita ed energia con una nuova formazione che ha compreso anche Cleo alla voce, Kaj al basso e Xina alla batteria.

Da quel momento in poi si sono susseguiti concerti, album, singoli, collaborazioni di rilievo e condivisioni del palco con artisti del calibro di SKA-P, Def Leppard, Mötley Crüe, Sex Pistols ed Editors in diverse occasioni.

La band, che ha all’attivo quattro album e diversi singoli, ha contribuito a consolidare un immaginario sonoro e visivo ben riconoscibile e nel 2025 ha firmato un contratto con la EMI Records.

La loro presenza sul palco più in vista della scena musicale italiana degli ultimi anni è allo stesso tempo un traguardo ma anche una prova: è vero che il loro pubblico è molto cambiato negli anni, ma le aspettative sono alte.

Ci si potrebbe infatti chiedere se riusciranno a mantenere la loro identità e un legame con le loro radici o se in qualche modo si adatteranno alle logiche del mainstream.

bambole di pezza

Anima rock e testi femministi

Le Bambole di pezza hanno sempre riversato nel loro lavoro il proprio impegno su tematiche di genere, lotta al sessimo, contrasto alla violenza e difesa delle pari opportunità.

Musica “leggera” ma fortemente impegnata in un racconto sociale specifico e in prese di posizioni esplicite, senza troppi compromessi.

La loro forza si è sempre espressa prevalentemente nelle esibizioni dal vivo, energiche e travolgenti, contesto perfetto per i loro testi diretti e spesso taglienti di critica sociale.

Ci si augura allora che la loro partecipazione a Sanremo non rappresenti solo un pink washing di un evento che è innegabilmente una delle principali espressioni del pop e del populismo italico in salsa musicale, ma che possa mantenere l’identità del gruppo con forza e, perché no, anche dissacrazione.

rock al femminile a sanremo

Una power ballad identitaria

Il pezzo che porteranno all’Ariston tuttavia non è un brano irriverente e sfacciato come molti altri loro lavori, bensì una ballata che unisce forza e fragilità e che utilizza il rock come linguaggio di verità.

Non si tratta di una canzone d’amore, ma di un racconto che parte dall’intimità ma che poi si allarga e accoglie altre storie, altre vite sospese, altre resistenze.

“Resta con me”, questo il titolo, racconta notti insonni, sogni tenuti aperti, vite osservate passare: il tutto modellato – secondo quanto affermato dalla band – “in riff incisivi con un impianto sonoro magnetico”.

Le ragazze che si prendono tutto senza permesso e che gridano dal palco “se mi tocchi mordo”, avranno dunque il compito di veicolare, attraverso il potentissimo medium della scena musicale più attenzionata d’Italia, un messaggio potente di cui abbiamo ancora molto bisogno: l’affermazione della libertà femminile.

C’è chi ha detto che il punk a Sanremo è accettabile solo se diluito in carnevalata e le da per scontate, definendo il loro sound come un “punk rock omeopatico, sgasato e in zona retrocessione”.

Il nostro augurio è quello di poter dimostrare invece che l’energia, la creatività e la passione di queste ragazze che gridano “Mi hai rotto il caxxo”, possano essere più forti di ogni pregiudizio e di ogni mansplaining.

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Il tour 2026, in partenza dopo l’esperienza a Sanremo

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Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.

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