Stem al femminile: l’erpetologa Noemi Pollonara tra biodiversità e pregiudizi
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Da qualche anno il numero delle donne e delle ragazze che scelgono un percorso di studi in ambito scientifico è in aumento, tuttavia il gender gap in ambito Stem è ancora alto.
Secondo il Rapporto di genere 2026 di Almalaurea, presentato questa mattina a Modena dalla direttrice Marina Timoteo, la componente Stem delle persone laureate vede il genere maschile fermo al 41,1%, sono il 36,7% le dottoresse di ricerca. Un dato stabile da dieci anni che testimonia uno squilibrio ormai strutturale e continua a influenzare anche le opportunità professionali successive.
A fronte di un aumento del numero di ragazze e donne che scelgono un percorso di studi scientifici e che generalmente ottengono punteggi del voto di laurea più alti rispetto agli uomini, le differenze sono ancora notevoli nel percorso post laurea, nel mondo del lavoro, dove sussistono ancora notevoli ostacoli alla carriera femminile in questo settore.
Le donne che trovano occupazione in ambito Stem sono in numero inferiore rispetto agli uomini e il mercato del lavoro non agevola il loro ingresso nel settore: le donne infatti percepiscono in media stipendi più bassi (gli uomini percepiscono in media il 15,4% in più) e incontrano diversi altri ostacoli occulti per raggiungere i propri obiettivi, ad esempio la segregazione orizzontale e verticale.
In occasione della Giornata Internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, Donnemente ha dunque incontrato Noemi Pollonara, erpetologa e naturalista libera professionista, che ci ha permesso di avere uno sguardo direttamente sul “campo” rispetto a questa situazione.

Cosa fa una erpetologa
Quella dell’erpetologa è di certo una qualifica poco nota ai più, che però è testimone della varietà delle possibilità che lo studio della Biologia può offrire.
Noemi Pollonara, giovane professionista di Falconara Marittima, racconta di aver intrapreso questa strada dopo la laurea magistrale in Biologia alla facoltà di Perugia, con curriculum specifico in Biodiversità e gestione delle risorse naturali.
Lavora più che altro come naturalista, si è occupata di monitoraggi della fauna ed educazione ambientale, ma anche di valutazioni di incidenza ambientale tra Umbria, Abruzzo e Molise.
Di recente è tornata nelle Marche, presso la Riserva Naturale Oasi Ripabianca, del Wwf, dove si dedica ancora all’educazione ambientale, ma anche al controllo delle specie esotiche invasive.
In particolare le specie che tiene sotto controllo sono la testuggine palustre americana e il gambero rosso della Louisiana, la cui presenza in Italia comporta gravi danni all’ecosistema autoctono e tra le prime cause di perdita di biodiversità.
Oltre a questo, la professionista si occupa anche di eseguire monitoraggi della erpetofauna, cioè anfibi e rettili, per studi naturalistici privati che hanno bisogno di questo servizio.
Le donne e l’ambiente naturale
Di certo, dunque, un mestiere particolare in un settore con poca presenza femminile.
«All’Università, a studiare Biologia, eravamo molte più ragazze che ragazzi, ma poi sono poche quelle che scelgono questo settore lavorativo.
Ho notato infatti una preponderanza maschile piuttosto evidente» precisa Noemi Pollonara.
Di certo le motivazioni di questa scelta possono essere diverse, compresa la poca confidenza femminile con ambienti aperti in natura, probabile frutto di condizionamenti sociali e culturali.
Storicamente le donne sono state sempre spinte a rimanere nei confini apparentemente più sicuri di un contesto urbanizzato e l’esplorazione è stata sempre associata alle attività più propriamente maschili: retaggi di questa mentalità sono forse in parte giunti fino a noi.
«Non è necessaria una particolare prestanza fisica per fare questo lavoro – continua Pollonara – forse un po’ di agilità e una buona capacità di adattamento, dato che si deve stare molto all’aperto in qualsiasi condizione ambientale, ma non è un’occupazione faticosa fisicamente».

Prevalenza maschile e pregiudizi
È probabilmente questa maggiore presenza maschile dunque, che favorisce l’esistenza di condizioni complesse e ostacoli per le donne che si trovano a percorrere questa strada lavorativa.
Non si tratta quasi mai di discriminazioni evidenti, salvo alcuni casi piuttosto espliciti, ma una sorta di modo di fare condiviso che spesso viene sminuito, o non percepito affatto da alcuni colleghi uomini, che lo agiscono quasi senza accorgersene.
Quando un contesto è storicamente più maschile, infatti, è difficile accettare che anche le donne possano muoversi in esso senza problemi e soprattutto con competenza, il che sfocia poi in atteggiamenti a metà fra il mansplaining e il sessismo condiscendente.
«Ricordo che una volta sono andata a fare un monitoraggio insieme ad un collega, il guardiaparco che ci aspettava all’arrivo ha chiesto al mio compagno di lavoro se io fossi la sua fidanzata – racconta con un sorriso amaro Noemi Pollonara – Non si è minimamente posto il dubbio che io potessi ricoprire lo stesso ruolo dell’altro professionista»
Un atteggiamento che si rivela poi anche in molte altre fastidiose situazioni che un uomo non vivrebbe mai, anche se giovane e alle prime esperienze.
Un mansplaining non richiesto
«Un altro episodio significativo mi è capitato tempo fa, quando sono andata al lavoro con la piega ai capelli appena fatta e lo smalto alle unghie.
Generalmente non mi trucco, ma quella volta ero andata dal parrucchiere e avevo curato le mani perché ero stata invitata ad un matrimonio il giorno dopo.
Oltre a sentirmi dire diverse battute che collegavano lo smalto ad una presunta incapacità di fare bene il mio lavoro, ho dovuto anche ascoltare i consigli di un signore che ci ha tenuto a darmi una lezione di economia personale: poiché non avevo potuto ancora comprare un modello costoso di Gps di cui avrei potuto aver bisogno nel mio lavoro, mi ha “paternamente” suggerito di risparmiare i soldi dati al parrucchiere e metterli da parte per l’acquisto dello strumento».

Quando la differenza è un privilegio non ammesso
Gli ostacoli poi si fanno più grandi quando si arriva ad intaccare i diritti cercando di far passare le discriminazioni come qualcosa di legittimo.
Continua infatti così il racconto della professionista:
«Finché non le vivi, certe situazioni non ti sembrano possibili, le senti al telegiornale e le avverti come lontane da te.
Io poi sono figlia di due insegnanti, quindi non avevo mai vissuto in prima persona un’esperienza del genere, ma poi entri nel mondo della partita Iva e capita anche a te di essere pagata meno di un collega uomo.
Ovviamente non ti viene detto esplicitamente “tu sei una donna e per questo ti paghiamo meno”, ma nel mio caso la differenza è stata giustificata con una presunta maggiore esperienza del mio collega, che però aveva solo pochi anni più di me e svolgeva il mio stesso identico compito.
Non mi sembra affatto giusto.»
La percezione della differenza passa anche attraverso la sicurezza
Altra questione fondamentale è quella della percezione di un divario di genere che investe anche quelli che possono essere definiti come “costi” non percepiti, che gravano solo sulle spalle femminili.
Davvero significative in tal senso le parole di Pollonara:
«È la solita storia che vivono tutte le donne e che gli uomini spesso non capiscono e non prendono nemmeno in considerazione: la percezione della sicurezza per noi comprende molte volte categorie diverse dalle loro.
Oltre ai vari rischi intrinseci proprio al tipo di lavoro, come bucare una gomma, andare fuori strada in ambienti solitari, oppure altre cose del genere, io devo tenere conto di essere una donna che va da sola in zone isolate e lì non ho paura degli animali che potrei incontrare o delle condizioni ambientali più o meno difficili, io ho paura di incontrare un uomo malintenzionato.
Preferisco di gran lunga andare in stazioni di monitoraggio nel bel mezzo del nulla, in cui non incontro proprio nessuno, piuttosto che in altre in cui magari posso incontrare qualcuno, perché io non so mai chi potrebbe essere».
Una sensazione di certo condivisa da molte altre donne, anche in ambienti differenti o semplicemente camminando in strada: la percezione del pericolo tra uomo e donna è decisamente diversa.

Pensare male è un modo di proteggersi
«Ricordo che una volta, in una zona industriale dove ero andata a fare un monitoraggio, ho incontrato un signore che mi veniva incontro. – continua Pollonara – Era l’unico altro essere umano presente oltre me: non nego di aver avuto un po’ di preoccupazione.
Ho pensato: “Oddio, adesso se questo qui mi vuole fare qualcosa, chissà quando mi ritrovano”
Fortunatamente era solo un signore anziano a caccia di asparagi».
Il senso dell’episodio sta tutto nell’allerta che scatta automaticamente nella testa di una donna che si trova sola, a tu per tu con un uomo sconosciuto e nella necessità di prevedere il peggio, molto più di quanto farebbe qualsiasi uomo.
«Chi mi affida il lavoro sa sempre dove sono e quali stazioni devo raggiungere quel giorno, però io di solito, sinceramente, mando sempre la mia posizione a qualche amico o a mia madre», precisa la professionista.
La necessità di andare comunque avanti
Un percorso ad ostacoli dunque, che rende di certo più ardua la strada verso una reale equità.
Nonostante le difficoltà però, l’idea di Noemi Pollonara sulla necessità di continuare ad andare dritte e senza indugi verso i propri obiettivi è una carta che risulterà senza dubbio vincente.
Oltre a questo, la professionista sottolinea infine l’importanza di dare voce alle tante situazioni che le donne, sia in ambito STEM che altrove, si trovano a vivere:
«A volte ho l’impressione che noi donne ce la cantiamo e ce la suoniamo solo tra di noi, però credo che parlarne rappresenti comunque un passo avanti.
Sento che devo comunque lottare per far valere i miei diritti, anche per dimostrare quello che già ho e che per altri magari viene dato per scontato ma per me no.
Penso poi che più siamo a fare questi tipi di lavori, tradizionalmente maschili, e più teniamo duro, più la situazione migliorerà.
Ci sarà magari ancora necessità di farsi valere, di rispondere a tono a quelli che non ti chiamano mai dottoressa o che non ti danno mai del lei in ambiente professionale, però io sono convinta che piano piano le cose cambieranno.
Più ci abituiamo a non associare determinate professioni o determinate materie con un genere specifico, più la testa delle persone si disabituerà a pensare in un modo discriminante».
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Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.







