Fiaccola per femminicidi

Perché non facciamo la cronaca dei femminicidi

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A Loreto il 9 luglio Luigia Fortunato è stata massacrata dall’ex marito in casa. Non lo abbiamo raccontato. Vi spieghiamo la nostra scelta


Tempo di lettura stimato: 6 minuti

L’ultimo femminicidio (anche se la fattispecie giuridica riconosciuta è quella di omicidio volontario) è avvenuto a poche decine di chilometri dalla nostra redazione. A Loreto, il 9 luglio Luigia Fortunato è stata massacrata in casa dall’ex marito al culmine di una lite. Domani, venerdì 17 luglio, sarà ricordata con una fiaccolata silenziosa in cui gli organizzatori vogliono «rivolgere un pensiero a tutte le donne che vivono situazioni di violenza e ribadire, con convinzione, il rifiuto di ogni forma di violenza di genere».

In questi giorni, dettagli su dettagli, testimonianze, ricostruzioni si sono susseguite abbondantemente sui media e attraverso i social su Luigia, sulla situazione della coppia, sul loro rapporto, sul figlio e così via. Noi di Donnemente abbiamo deciso di continuare sulla nostra linea e di non fare la cronaca dell’ennesimo femminicidio, il 35esimo in Italia dall’inizio dell’anno. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio nazionale di “Non una di meno” che ha l’obiettivo di «denunciare la violenza sistemica esercitata sulla vita delle donne e di tutte le libere soggettività che si sottraggono alle norme di genere imposte» erano stati 34 fino all’8 luglio.

Perché non li raccontiamo?

Innanzitutto non facciamo la cronaca dei femminicidi perché la narrazione di un femminicidio richiede, secondo noi, una serie di attenzioni e cautele che ci porterebbero a omettere una serie di dettagli, di parole pronunciate da carnefici, familiari e legali. Sono spesso proprio quei dettagli a ricevere maggiore attenzione mediatica e a generare più interesse.

Sono proprio questi dettagli che, spesso, trasformano la cronaca in spettacolarizzazione di fatti e che aumentano esponenzialmente il rischio di rendere nuovamente vittima la persona offesa (ad esempio descrivendo comportamenti e modi di fare che, anche involontariamente e non esplicitamente, giustificano l’offender). È quello che non vogliamo.

Oltre al fatto che crediamo sia necessario del tempo per comprendere cosa è accaduto veramente. Nelle prime ore prevalgono inevitabilmente informazioni frammentarie, testimonianze parziali e ricostruzioni ancora da verificare con la raccolta di elementi e una volta rimesse in fila le cose con lucidità, si può raccontare con più precisione e avvicinarsi alla verità sostanziale dei fatti.

Tra femminicidi normalizzati e negati

Altra conseguenza che vogliamo assolutamente evitare è la normalizzazione dei casi di femminicidio. Sarà capitato anche a voi di sentire persone che all’ennesimo caso di violenza esclamano «Eccone un’altra» come se fosse attesa e prevedibile. O peggio ancora come se le morti per mano di partner ed ex partner non possano più avere rimedio. Una sorta di pericolosissima rassegnazione a un fenomeno strutturale e strutturato che richiede invece di intervenire in ogni modo possibile e in profondità.

Fenomeno che qualcuno continua anche a negare e a sminuire, come il generale Roberto Vannacci che ha inserito «il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri» tra i suoi cavalli di battaglia, tra una remigrazione e l’altra e non perde occasione per ripeterlo.

Femminicidi tra stereotipi e pregiudizi

Infine un altro motivo. I femminicidi sono la punta di un immenso iceberg fatto di violenze domestiche, atti persecutori e violenze sessuali che rischiano di essere trascurate. Lo mostra chiaramente lo schema elaborato da Flaminia Saccà, presidente e responsabile dell’osservatorio Step che si propone di indagare gli stereotipi e i pregiudizi che colpiscono la donna vittima di violenza in ambito giudiziario e sulla stampa.

I casi di violenza riportati dalla stampa a confronto con i dati registrati dalle forze dell'ordine (Osservatorio Step)
I casi di violenza riportati dalla stampa a confronto con i dati registrati dalle forze dell’ordine (Osservatorio Step)

Nel 2024 tra i casi di violenza di genere riportati dalla stampa, il 27% erano femminicidi pur essendo lo 0,3% dei casi registrati dalle forze dell’ordine. Nello stesso periodo, i casi di violenza domestica riportati dalla stampa erano il 15% anche se le forze dell’ordine hanno registrato maltrattamenti domestici nel 51,7% dei casi.

Evidenziare esclusivamente i femminicidi non equivale a onorare le vittime ma a dare una rappresentazione falsata e che continua ad abbinare la violenza di genere solo alla violenza fisica quando è ormai chiaro che le prigioni in cui vivono le donne non hanno sbarre di ferro nella grande maggioranza dei casi

Strumenti per liberarsi dalle prigioni

La nostra scelta è di intervenire prima, di sostenere con i nostri approfondimenti, con i servizi e con tutti i nostri canali, le donne nella presa di consapevolezza, nella crescita personale e nell’acquisire gli strumenti per liberarsi da ogni forma di prigione. Allo stesso tempo di insistere sugli uomini e diffondere le tematiche che ci stanno a cuore anche nella sfera maschile nella ferma convinzione che il futuro dell’equità cammina con le gambe di tutti i generi esistenti.

Quindi non ci tappiamo certo gli occhi, seguiamo con attenzione e partecipazione sincera questi casi, continueremo ad analizzare anche con l’aiuto di esperte ed esperti l’evoluzione di un fenomeno inaccettabile, intollerabile e innegabile. Vogliamo provare a spostare l’attenzione dalle modalità del delitto alle condizioni che lo rendono possibile. Non crediamo che la semplice cronaca dell’ennesimo femminicidio, soprattutto quando privilegia i dettagli rispetto alla comprensione del fenomeno, contribuisca a costruire una cultura dell’equità.



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Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.

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