Milva Facchetti
Milva Facchetti

La sfida della Casa delle Donne: uomini in video per dire che il femminicidio esiste

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Le parole di chi ne nega l’esistenza “uccidono”, di nuovo, le vittime. E feriscono chi resta e chi combatte da anni per aiutare chi subisce violenza. L’intervista a Milva Facchetti, presidente di Casa delle donne di Treviglio e a Sara De Concilio, sopravvissuta a un tentativo di femminicidio


Tempo di lettura stimato: 8 minuti

Le parole, quando pronunciate da chi ricopre ruoli istituzionali o gode di una vasta esposizione mediatica, non sono mai neutre. Hanno un peso specifico, capace di plasmare la percezione pubblica di fenomeni sociali complessi. È proprio partendo da questa consapevolezza che la Casa delle Donne di Treviglio (Bergamo) ha deciso di rompere il silenzio in merito alle recenti dichiarazioni del generale Roberto Vannacci sul femminicidio, lanciando una sfida diretta alla cittadinanza maschile.

«In questi giorni qualcuno (Vannacci, ndr) ha sostenuto che il femminicidio non esiste – racconta a Donnemente Milva Facchetti, presidente dell’associazione -Noi pensiamo invece che le parole siano importanti e che chiamare le cose con il loro nome sia il primo passo per comprenderle e contrastarle».

Un appello agli uomini: “metteteci la faccia”

Per rispondere alla negazione del fenomeno, l’associazione sta raccogliendo brevi video che chiunque può inviare ma sono particolarmente graditi se sono stati realizzati da uomini che scelgono di prendere posizione pubblicamente. “Chiediamo di registrare con il cellulare un breve video leggendo queste parole: «Dietro a un femminicidio non c’è soltanto un uomo violento. C’è una cultura che per secoli ha considerato le donne una proprietà e non persone libere».

E concludere con «Il femminicidio esiste. Riconoscerne le radici culturali è una responsabilità di tutti gli uomini». I video, inviabili al numero 335 5856839, verranno pubblicati sui canali social dell’associazione.

«Le parole di Vannacci ignorano anni di lavoro e ricerche»

«Ci siamo interrogate se dare pubblicità a questo signore ma abbiamo ritenuto di esserci – spiega Facchetti – Il termine femminicidio non è nato per creare categorie di omicidi, ma per descrivere una realtà specifica: l’uccisione di una donna in quanto donna, frutto di un sistema di potere e possesso che ha radici profonde e lontane».

Ogni volta che qualcuno contesta il termine femminicidio, secondo la presidente, il dibattito si concentra sulla parola e non sul problema: «Continuano a morire donne uccise da mariti, da partner e da uomini che non accettano la loro libertà. Donne che sono uccise da uomini con cui c’è stata una relazione affettiva. Noi possiamo anche discutere sulle parole, ma non possiamo permetterci di ignorare la realtà che queste parole descrivono e ci descrivono.

Non ci interessa alimentare scontri personali: questo signore può dire quello che vuole e ognuno si farà il suo pensiero; ci interessa invece continuare a costruire consapevolezza. Come associazione cerchiamo di rispondere con competenza con i dati, con il lavoro quotidiano, con la vicinanza alle donne che ci portano nella loro storia di maltrattamento. Perciò chiamare le cose con il loro nome non è un’ideologia, è il passo utile, necessario, per comprendere e per cambiare le situazioni».

Se fino a qualche tempo fa i femminicidi venivano archiviati come raptus; negli ultimi anni per Facchetti sono stati compiuti passi avanti. «C’è sicuramente una maggior consapevolezza pubblica. Non sento più dire: “Eh ma va, figurati, ma non è possibile che questa donna venga picchiata”. Oggi, chiamare le cose con il loro nome significa riconoscere il problema come sociale. Per questo le parole di Vannacci sono anacronistiche: ci riportano indietro, ignorando anni di ricerca e di sensibilizzazione».

Il negazionismo ferisce chi resta

Per l’associazione, negare la specificità del femminicidio è un ostacolo anche alla prevenzione. «Ogni volta che si nega o si ridimensiona il concetto di femminicidio, si contribuisce a rendere invisibili le cause profonde di questa violenza. Le associazioni come la nostra lavorano nelle scuole, nei territori, cercando di spiegare ai ragazzi che la violenza non nasce all’improvviso, ma che nasce da stereotipi e che i modelli culturali, degli uomini, qualche volta, sono costituiti solo e unicamente da stereotipi.

Quando si sostiene che il femminicidio non esiste o che è soltanto uno omicidio come un altro, si manda un messaggio: che non è necessario interrogarsi sulle cause che lo producono».

Silvia Betti
Sara De Concilio

Il rischio, oltre alla sottovalutazione del fenomeno, è quello di infliggere nuovo dolore a chi ha già perso tutto. «Dietro a ogni femminicidio ci sono vite spezzate, famiglie distrutte che rimangono senza madri e anche comunità che vengono ferite. Io ricordo che a Treviglio, quando Silvia Betti è morta (uccisa nel 2010 dal marito che non accettava la decisione della donna di separarsi, ndr), c’era tutta la comunità Trevigliese presente. Quando si mettono in discussione delle parole che servono a dare il nome a quella sofferenza, il rischio è di infliggere altro dolore a chi sta già affrontando una perdita che è devastante».

La voce di chi ha guardato in faccia l’abisso

A testimoniare l’urgenza di questo dibattito c’è Sara De Concilio. Qualche anno fa, è stata vittima di un tentato femminicidio: il suo ex compagno ha cercato di ucciderla, tagliandole la gola e colpendola ripetutamente. Oggi Sara, protagonista del libro “E vissero tutte felici e vincenti” e di diverse interviste e incontri pubblici, racconta la sua esperienza soprattutto nelle scuole, per aiutare i ragazzi e le ragazze a capire le dinamiche del maltrattamento.

Una iniziativa della Casa delle donne

«In quanto donna che ha subito violenza, ritengo che questo argomento debba mettere d’accordo tutti. È un fattore umano, non politico – spiega Sara – Non si vuole distogliere l’attenzione dagli altri omicidi. Il termine serve a specificare il movente: la donna viene uccisa perché vuole essere libera, perché un uomo non accetta la sua indipendenza. Viste le statistiche, penso che noi donne possiamo permetterci di pretendere questo riconoscimento».

I conti col sistema giudiziario

A distanza di anni, Sara si ritrova ancora a fare i conti con un sistema giudiziario che non garantisce piena protezione. Lei, ad esempio, è stata esclusa dal gratuito patrocinio perché all’epoca dei fatti, il tentato femminicidio non rientrava nelle casistiche specifiche che ne permettevano l’accesso e si è vista costretta a far fronte alle spese legali.

Inoltre, per chi come lei sopravvive, il tribunale diventa spesso un secondo calvario: la pena del carnefice ha una fine e le donne che intanto si sono ricostruite, tornano a vivere nella paura e nell’incertezza, non solo per loro stesse, ma anche per i loro parenti e per i figli, come nel caso di Sara. «Credo sia urgente rivedere molti aspetti del sistema, a partire da un inasprimento concreto delle pene» conclude.

Scuola e educazione affettiva

Se la consapevolezza pubblica è cresciuta, la strada rimane in salita. La presidente Facchetti denuncia la carenza di investimenti strutturali: «Autonomia economica, case e sostegno psicologico restano spesso promesse disattese. E, con le limitazioni all’educazione all’affettività nelle scuole introdotte dal decreto Valditara, il timore è quello di un passo indietro abissale.

La vera sfida è costruire una società in cui «nessuna donna debba scegliere tra la propria sicurezza e la propria libertà – conclude Facchetti – Dietro un femminicidio non c’è soltanto un uomo violento, c’è un’intera idea di proprietà maschile sulla donna trasformata in un silenzio che dura da secoli. E finché ci sarà questo silenzio, noi continueremo a contrastarlo».


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Gaia Bonomelli

Gaia Bonomelli

Giornalista |  Altri articoli

Giornalista professionista, con la passione per le storie fin da bambina. Oggi racconta quelle degli altri, con uno sguardo attento su attualità, cronaca e temi sociali. Laureata in media, comunicazione digitale ed editoria all’Università degli Studi di Bergamo, nella sua tesi ha indagato le forme di medialità nella ricerca dei bambini scomparsi, dagli anni ’80 a oggi. Prima ancora, ha conseguito una laurea in sociologia all’Università di Milano-Bicocca, approfondendo la risposta femminile alla violenza maschile attraverso l’esperienza alla Casa delle Donne di Treviglio, associazione dove è volontaria da anni e dalla cui esperienza è nato il suo primo libro, "E vissero tutte felici e vincenti", edito da Gruppo Albatros Il Filo. E' relatrice in numerosi seminari sul tema della violenza di genere, in scuole, aziende e manifestazioni culturali.

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