Antonella Ciccarelli, psicologa e criminologa
Antonella Ciccarelli

«Narrazione riparativa, il potere delle parole contro la violenza di genere»

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Ci sono parole che raccontano il mondo così com’è, e altre che lo mantengono così com’è sempre stato, poi ci sono parole che lo cambiano.

Nel lungo e faticoso percorso di contrasto alla violenza di genere, le conquiste legislative e giuridiche hanno segnato traguardi importanti, ma il vero cambiamento, quello profondo, passa per la cultura e il linguaggio.

Smantellare le narrazioni tossiche


Come osserva Antonella Ciccarelli, sociologa, psicologa e criminologa con oltre 25 anni di esperienza nel lavoro clinico e sociale:

«La violenza è prima di tutto una costruzione culturale, sorretta e legittimata da narrazioni che per secoli hanno reso il sopruso normale e il dominio naturale. Le parole che scegliamo di usare per descrivere i comportamenti, le relazioni e i ruoli di genere non sono mai neutre: esse possono consolidare un’idea di ordine sociale basata sul dominio, oppure possono contribuire a scardinarla».

È proprio su questo terreno che si gioca oggi una delle sfide più decisive: riconoscere e smantellare le narrazioni tossiche per sostituirle con narrazioni riparative, capaci di dare nome ai comportamenti abusivi e restituire dignità alle vittime.

Il potere maschile nel patriarcato

Per secoli, la società patriarcale ha affidato agli uomini il ruolo di decisori, di padroni dello spazio pubblico e privato, mentre le donne restavano confinate nel compito di cura e nel silenzio domestico.

Il potere maschile non si esprimeva solo attraverso le leggi, ma soprattutto attraverso i retaggi culturali: storie che spiegavano la supremazia maschile come dato naturale e giustificavano la violenza come gesto d’onore o impulso incontrollabile.

Fino a pochi decenni fa, nel nostro Paese esistevano il delitto d’onore, che prevedeva pene attenuate per chi uccideva una donna “disonorata” e il matrimonio riparatore procedimento che di fatto legittimava lo stupro.

«La narrazione riparativa non è un semplice cambio di linguaggio politically correct, è un atto politico e culturale».

Anche quando queste norme sono state abolite, la cultura che le aveva generate è rimasta, sedimentata nel linguaggio quotidiano, nei modi diversi con cui raccontiamo uomini e donne:

«Nella narrativa comune — spiega Ciccarelli — la violenza dell’uomo è scusata come impulsiva e frutto di una presunta provocazione della donna che è debole e fragile. Persino i termini che usiamo per descrivere i comportamenti sono sbilanciati: l’orgoglio è maschile, la delicatezza è femminile. Le parole costruiscono immagini mentali, creano aspettative, attribuiscono valore e peso ai comportamenti.

Dire di una donna che ‘se l’è cercata’ o parlare di ‘atto passionale’ quando si tratta di omicidio, significa minimizzare la violenza e assolvere culturalmente chi la compie».

La posta in gioco, dunque, non è soltanto giuridica, ma soprattutto simbolica e narrativa perché se chiamiamo “atto passionale” un femminicidio, attenuiamo la responsabilità, se di fronte a una violenza sessuale ci chiediamo se lei fosse consenziente, e interpretiamo il mancato dissenso come un sì, perpetuiamo quella stessa cultura che per secoli ha legittimato il sopruso.

Antonella Ciccarelli

Il consenso al centro del cambiamento

Il concetto di consenso, su cui molte battaglie femministe hanno lavorato, deve essere slegato dal concetto di mancato dissenso e dall’idea che se una donna non urla, allora acconsente, la dottoressa Ciccarelli lo definisce «uno degli snodi centrali del cambiamento narrativo: il consenso è un sì esplicito, non una mancata opposizione».

«Chiamare le cose con il loro nome aiuta a riconoscere che quello che per secoli è stato narrato come normale, in realtà non lo è mai stato»

Negli ultimi decenni, le leggi italiane hanno fatto passi da gigante nella tutela delle donne: la violenza domestica, lo stalking, il femminicidio sono oggi riconosciuti e puniti.

Tuttavia, dal punto di vista culturale, il terreno è ancora scivoloso, le narrazioni continuano a riprodurre modelli antichi in forme nuove e più subdole.

Basti pensare a certi discorsi politici e mediatici che promuovono leggi o bonus per incentivare le madri a restare a casa, dietro la retorica della protezione o del benessere familiare.

«È un racconto che ripropone, sotto altra forma, la donna vicaria — osserva Ciccarelli — quella che durante la guerra è stata protagonista della resistenza e della resilienza del paese, ma che poi è stata rispedita nel privato quando gli uomini sono tornati dal fronte».

La narrazione riparativa come atto politico

La narrazione riparativa non è un semplice cambio di linguaggio politically correct, è un atto politico e culturale, un modo di riscrivere la realtà affinché sia più giusta, significa imparare a riconoscere i comportamenti abusivi, nominarli senza edulcorazioni, e trasmettere questo sapere alle nuove generazioni, significa, per esempio, smettere di parlare di “lite finita male” quando un uomo uccide una donna che voleva lasciarlo, e definirlo per quello che è: femminicidio.

Significa non dire più “non mi ha detto di no”, ma chiamare molestia ciò che è molestia, abuso ciò che è abuso, perché finché continueremo a raccontare il sopruso con parole innocue, sarà difficile interromperlo.

«Chiamare le cose con il loro nome — conclude Ciccarelli — aiuta le persone, soprattutto i più giovani, a comprendere ciò che è lecito e ciò che non lo è e a riconoscere che quello che per secoli è stato narrato come normale, in realtà non lo è mai stato».

Cambiare il racconto significa cambiare il mondo, è tempo di restituire alle parole il loro potere di cura e di giustizia, perché una società si misura non solo dalle sue leggi, ma dalle storie che sceglie di tramandare.

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