Cambiare il futuro dei piccoli borghi, l’idea vincente di Isabella Parrucci
Ideatrice del Ginesio Fest, racconta la nascita del progetto pensato per ridare luce a San Ginesio dopo il terremoto: «Ai piccoli borghi va riconosciuta un’identità. Cultura e teatro possono generare economia, lavoro, coesione sociale e futuro»
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Ridare vita a un piccolo borgo ferito dal terremoto attraverso il teatro. Trasformare un limite – le dimensioni, la distanza dai grandi centri, la carenza di spazi – in un elemento di forza. E dimostrare che investire nella cultura nei territori dell’entroterra non significa soltanto organizzare eventi, ma produrre economia, lavoro, relazioni e nuove prospettive.
È da questa visione che nasce il Ginesio Fest, ideato da Isabella Parrucci, comunicatrice e giornalista, profondamente legata a San Ginesio. Un progetto nato sulla carta quando il borgo marchigiano stava ancora facendo i conti con le ferite del terremoto e diventato realtà proprio negli anni difficili della pandemia.
Oggi il festival è cresciuto, ha una direzione artistica affidata a Leonardo Lidi, porta a San Ginesio protagoniste e protagonisti della scena teatrale nazionale e ha dato origine a nuovi progetti destinati a vivere durante tutto l’anno. Ma per Parrucci resta soprattutto una creatura costruita attorno all’identità del paese. Un «abito cucito su misura» che dimostra quanto idee, energie e risorse possano fare la differenza nei piccoli borghi.
L’identità di un borgo
Come è nata l’idea del Ginesio Fest?
«Il mio primo motivatore è stato mio padre, che è stato sindaco di San Ginesio e mi ha trasmesso un fortissimo attaccamento al mio paese. Poi è stato fondamentale il sindaco Giuliano Ciabocco, che ha creduto nel progetto e mi ha sostenuta. Volevo costruire qualcosa che partisse proprio dall’identità di San Ginesio e dal suo patrono, San Ginesio, protettore degli attori. L’idea era fare del teatro anche uno strumento di marketing territoriale per il borgo».
Quindi fin dall’inizio teatro e valorizzazione del territorio erano due aspetti dello stesso progetto?
«Assolutamente sì. Il festival nasce per ridare luce a San Ginesio, che dopo il terremoto stava vivendo una delle pagine più brutte della sua storia recente. Già nel 2019 ne avevo parlato a Fabriano, durante l’evento Unesco, confrontandomi anche con realtà di altri Paesi del mondo colpite da calamità naturali. Avevo il progetto scritto sulla carta, ma in quel momento era ancora pura astrazione. Poi mi sono messa d’impegno per trasformarlo in qualcosa di concreto».
Remo Girone, ispirazione e poesie
E in questa trasformazione quale ruolo ha avuto Remo Girone?
«È stato fondamentale. Remo già conosceva San Ginesio e il sindaco e si ricordava della medaglietta con l’effigie del santo che gli era stata consegnata. Con lui abbiamo dato vita anche al premio che si svolge parallelamente al festival, in concomitanza con la festa del patrono.

Volevamo valorizzare soprattutto gli attori e le attrici teatrali: professionisti straordinariamente bravi che magari il grande pubblico conosce meno e che difficilmente si avrebbe occasione di incontrare fuori dai grandi teatri italiani».
Quest’anno il legame con Remo Girone (morto il 3 ottobre dello scorso anno) sarà ancora più forte.
«Sì, questa edizione è dedicata a lui. Abbiamo anche progetti legati alla sua voce e conservo tantissime poesie che mi mandava. Il festival inizierà il 25 agosto con Valeria Binasco e Maria Paiato. È un modo per continuare un percorso che abbiamo costruito insieme e custodirne la memoria».
I borghi tornano a raccontarsi
Il festival, però, è nato proprio a ridosso di un altro momento drammatico, quello della pandemia. Un ostacolo ulteriore?
«Paradossalmente il Covid ha anche contribuito a rilanciare l’attenzione sui piccoli borghi. Mentre le grandi località facevano i conti con problemi come l’overtourism, si è cominciato a parlare molto di più di turismo lento, spazi aperti, luoghi meno affollati. Nello stesso periodo era fortissima la protesta degli artisti, fuori dai teatri e dai cinema. Il nostro progetto è arrivato in quel momento e ha trovato un terreno fertile: ha avuto attenzione da parte della stampa, dei professionisti e di tante persone che hanno deciso di arruolarsi in questa avventura».
In un certo senso il Ginesio Fest ha anticipato un modo di guardare ai borghi che poi è diventato una strategia turistica più ampia.
«Credo di sì. Siamo stati pionieri rispetto a una strategia che successivamente è stata sviluppata anche dalle istituzioni: i borghi che tornano a raccontare le proprie storie e la propria identità. Ma bisogna stare attenti a non pensare che basti portare un evento qualsiasi in un piccolo paese per rivitalizzarlo. Noi non abbiamo chiamato una grande società di eventi per organizzare il maxi concerto e poi andarsene. Il Ginesio Fest è nato qui, pensando a questo luogo. È un abito cucito su misura e credo che questo si percepisca».
Il networking come necessità
Anche le difficoltà logistiche sono diventate parte dell’identità del festival.
«Certo. In un piccolo borgo gli spazi sono quelli che sono e bisogna trovare soluzioni. Ma proprio da una criticità possono nascere opportunità. Durante il festival mangiamo tutti insieme nella mensa comunale: artisti, tecnici, organizzatori e tutte le persone coinvolte. In questo modo si crea un dialogo reale tra tutti i protagonisti della scena. Non è qualcosa che abbiamo progettato a tavolino come operazione di networking: nasce da una necessità e diventa uno dei punti di forza dell’esperienza».
Quanto è difficile convincere che investire cultura in un borgo di queste dimensioni possa avere davvero un impatto?
«C’è ancora un pregiudizio verso i piccoli borghi. Quando rappresenti una cittadina che numericamente conta poco ma ha voglia di fare molto, a volte vieni guardata con sufficienza. Poi, quando ho portato le persone a vedere concretamente il festival, si sono ricredute. Perché qui non stiamo parlando soltanto di teatro, che qualcuno può considerare una nicchia. Qui parliamo di economia, sviluppo e coesione sociale».
Isabella Parrucci e la forza di non abbassare mai la guardia
Qual è l’impatto concreto sul territorio?
«Il festival genera lavoro e un indotto che arriva a coinvolgere un centinaio di persone. E soprattutto ha fatto nascere altri progetti. Stiamo lavorando alla realizzazione di una dimora degli attori, che potrà ospitare residenze artistiche e masterclass, con uno spazio per eventi, una cucina e la valorizzazione dei prodotti tipici. Quindi non è più un “giochetto”, ma un progetto che ha costruito fondamenta solide sulle quali adesso possiamo alzare altri piani. Anche quando il teatro di San Ginesio riaprirà, non rischierà di essere un contenitore vuoto: intorno ci sarà già un’attività culturale viva».
E il lavoro non si limita ai giorni del festival.
«No, lavoriamo durante tutto l’anno, anche con progetti dedicati all’infanzia e all’adolescenza. Il festival deve lasciare qualcosa sul territorio, creare abitudine alla cultura e coinvolgere le nuove generazioni. Durante i giorni del Ginesio Fest non abbiamo le migliaia di persone dei grandi eventi, ma riempiamo tutto e i nostri spettatori arrivano in grandissima parte da fuori. Questo significa persone che vengono a San Ginesio, lo conoscono e vivono il territorio».
Leonardo Lidi ha assunto la direzione artistica. Cosa ha significato per il festival?
«Con Leonardo Lidi abbiamo fatto un salto importante. La sua direzione ha permesso al Ginesio Fest di acquisire una personalità artistica forte e riconoscibile, di diventare un festival che sa distinguersi. I riconoscimenti ottenuti anche a livello ministeriale ci dicono che la strada intrapresa è quella giusta. Io continuo a occuparmi in particolare dell’accreditamento, dei partner istituzionali, degli enti e dei rapporti con le università».
Dietro un progetto di queste dimensioni quanto contano l’idea e quanto, invece, la capacità di non mollare?
«È stata l’idea giusta al momento giusto, sicuramente. Ma poi servono abnegazione, sacrificio e tantissimo lavoro. Se smetti di lavorarci, quello che hai costruito rischia di perdersi. Per portare avanti un progetto del genere servono lucidità e impegno continui, un profondissimo senso di responsabilità. Non puoi mai abbassare la guardia».
Un festival generato come un figlio
Ha paragonato il festival a un figlio.
«Sì, perché io ho partorito il festival come ho partorito mia figlia. Tecla e il Ginesio Fest sono i due figli che sto crescendo di pari passo. È difficile. Credo però che una donna abbia spesso una visione e un approccio all’organizzazione che la portano a mantenere costantemente alta l’attenzione, quasi con la sensazione di non potersi mai rilassare».
Essere una donna ha reso più difficile affermare e difendere questa visione?
«Per una donna è sempre tutto più difficile: imporsi, farsi rispettare, far valere le proprie idee e riuscire a essere trascinatrice di un progetto che per te è bellissimo, ma che devi convincere gli altri a vedere con i tuoi stessi occhi. A questo si aggiunge il fatto di partire da un piccolo borgo. Ma so anche che se all’inizio non avessi avuto quella determinazione oggi il festival non esisterebbe».
Dopo questi anni, che cosa vede quando guardi il Ginesio Fest?
«Vedo una creatura che ormai ha una sua bella identità. È qualcosa che appartiene profondamente a San Ginesio perché è stato pensato a partire da questo territorio, dalle sue caratteristiche, persino dai suoi limiti. Ai piccoli borghi bisogna riconoscere un’identità, non imporne una dall’esterno. E bisogna avere il coraggio di investirci. Perché qui le risorse possono fruttare molto più che altrove: possono generare cultura, economia, relazioni e soprattutto una nuova possibilità di futuro».
Parliamo di teatro e nicchia ma qui è economia, è sviluppo, coesione sociale, ha dato vita ad altri progetti come la costruzione di una dimora degli attori per fare residenze artistiche e masterclass, spazio evento con cucina e progetti tipici.
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Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.







