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Ruth Lara Reyes: abbracciare il cambiamento come strada per il successo

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Nella vita non è raro vedere i propri progetti modificarsi, ma, parafrasando Pessoa, gli dei possono anche cambiare a loro piacimento i nostri sogni, purché non ci venga sottratto il dono di sognare.

Questa capacità non è mai mancata a Ruth Lara Reyes, professionista del digitale, intervistata da donnemente, che ha dovuto più volte cambiare la sua vita privata e lavorativa, senza mai perdere di vista se stessa e la propria volontà di farcela.

Ruth Lara Reyes, professionista del marketing digitale, nata in Ecuador, vive oggi a Firenze con la sua famiglia, dopo aver trascorso alcuni anni anche negli Emirati Arabi Uniti e in Inghilterra.

Cittadina del mondo, ma allo stesso tempo fieramente legata alle sue radici, è un valido esempio di come la consapevolezza di sé e del proprio valore, la capacità di adattamento e un costante lavoro possano concretamente rappresentare elementi vincenti per emergere.

La sua particolare storia professionale è uno spunto di ispirazione ma anche di riflessione sulla condizione femminile e sulle possibilità di conciliazione di vita e lavoro attraverso quattro paesi diversi.

Partenza dal sud del mondo

Da Riobamba, 200 chilometri da Quito, capitale dell’Ecuador, 2754 metri di altitudine sulla Cordigliera delle Ande, Ruth ha fatto del cambiamento la sua forza e degli ostacoli i suoi limiti da superare, riuscendo ogni volta a far prevalere tenacia e positività.

In patria ha conseguito una laurea in Comunicazione Sociale e un’altra in Commercio Estero, seguite da un Master in Scienze sociali e Comunicazione concluso con il massimo dei voti, il che le ha dato l’opportunità di vincere una borsa di studio per un dottorato di ricerca in Cooperazione internazionale in Italia, all’Università di Bergamo, base di partenza per una storia lavorativa e personale di stampo nomade, ma saldamente ancorata alla concretezza.

Ruth proviene da una famiglia matriarcale, dove l’indipendenza femminile è stata, insieme all’importanza dello studio, uno dei capisaldi della sua giovinezza.

«Sono cresciuta con mia madre, mia nonna e mia zia, donne di stampo piuttosto tradizionale, ma che hanno voluto lasciarmi seguire i miei sogni e nel farlo ho realizzato in qualche modo a anche i loro.

Studiare per migliorare e migliorarmi è sempre stato il mio obiettivo, soprattutto considerando il contesto socio politico ed economico di un paese del Sud del mondo, come quello da cui provengo. Ho sempre cercato di andare oltre» e di fatto Ruth ha sempre continuato ad inseguire i suoi traguardi anche quando la vita l’ha costretta a cambiarli.

Durante l’ultimo periodo di studi per il dottorato di ricerca arriva la prima svolta: conosce il futuro marito, un giovane ingegnere civile italiano, e decide di seguirlo a Dubai, dove lui era stato assunto da un’azienda petrolifera:

«Se fossi tornata in Ecuador avrei probabilmente continuato con la carriera accademica, che era il mio sogno, e invece ho dovuto reinventarmi ogni volta che ho cambiato paese».

ruth lara reyes a ginevra

Emirati Arabi: un primo cambio di rotta in un contesto complesso

Arrivare negli Emirati Arabi Uniti senza nessuna conoscenza, senza contatti, donna e straniera, poteva essere visto come un ostacolo o come un’opportunità. Ruth ha preferito considerare la seconda ipotesi.

«È stato molto interessante: negli Emirati Arabi quasi nessuno conosceva l’Ecuador o al massimo lo ricollegava a qualche giocatore di calcio.

Mentre ero lì e finivo gli studi di dottorato ho già iniziato a reinventarmi utilizzando le mie competenze: insegnavo spagnolo e facevo servizi di interpretariato, soprattutto italiano, nelle fiere internazionali, spesso per enti pubblici.

È stata un’esperienza che mi ha arricchito molto come persona, mi ha aiutata anche a definire cosa mi piaceva e cosa no».

Un paese certamente diverso dalla realtà europea, dove è necessario saper leggere con criticità il contesto in cui ci si trova ad operare.

«Ho potuto constatare che c’è molta più stratificazione a livello sociale e poi il ruolo della donna è un po’ ambiguo: da un lato si cerca di mostrare che le donne sono presenti a livelli corporativi anche con incarichi di una certa importanza, però contemporaneamente quando sei lì leggi notizie locali o straniere che mostrano una realtà diversa. Sicuramente è un contesto complesso da capire e da seguire».

ruth lara digital marketer ad abu dabi

La scelta più difficile

Ottenuto il dottorato e dopo quattro anni a Dubai, Ruth e suo marito, che nel frattempo ha cambiato azienda, si trasferiscono in Inghilterra, vicino Londra.

Come migrante e senza un contratto lavorativo già esistente, ottenere un lavoro in linea con le sue competenze e i suoi studi sembra molto difficile, ma grazie ai contatti stretti durante il dottorato di ricerca, le offrono una cattedra di insegnamento in Ecuador, all’Università. Il tutto succede però quando resta incinta del primo figlio.

«Mentre ero incinta ho avuto la fortuna di poter tornare in Ecuador e realizzare il mio sogno, che era quello di insegnare all’Università.

Ero visiting professor, insegnavo Negoziazioni internazionali e anche Cittadinanza e Diritti umani, ma ho dovuto lasciare tutto per andare a partorire mio figlio in Inghilterra.

Mio marito aveva un lavoro stabile lì e l’ho raggiunto. Tutto quello che avevo costruito in quei sette mesi allora si è convertito in un’altra sfida: quella di trasferirmi in un nuovo paese e adattarmi a una nuova vita come mamma».

Diventare madre però non significa per Ruth mettersi l’anima in pace e farlo a tempo pieno, nonostante le difficoltà derivanti dalla mancanza di una rete familiare e di altri supporti.

«Una volta lì ti rendi conto che i primi i lavori generalmente li trovi tramite il passaparola, quindi ho condotto una piccola ricerca sulla Storia del giornalismo e dei mass media in Ecuador, dal primo giornale del 1792 fino al 2012.

Mi occupavo di alcune provincie del paese ed è stato un lavoro interessante dal punto di vista della ricerca e da quello della gestione del tempo, perché lavoravo con l’Ecuador e abitavo in Inghilterra, però cercavo comunque di dedicare un po’ del mio tempo anche per il mio sviluppo personale e professionale».

ruth lara reyes networking event at dubai

Dalla ricerca al digital marketing

La necessità di una scelta si fa sempre più stringente e le nuove dinamiche personali e familiari, unitamente ad alcune situazioni contingenti, spingono Ruth ad un nuovo cambio di rotta.

«Intorno al 2016-2017 ho cercato di capire cosa volevo fare. Vedevo l’Accademia ogni volta più lontana perché non avendo contatti, non avendo costruito una base solida sulla quale appoggiarmi, era molto difficile continuare, anche se avevo tutti i titoli giusti.

A volte bisogna essere realisti e quindi ho cercato di fare leva sulle mie conoscenze e sulla mia passione, che era comunque la comunicazione.

Mi sono rimessa in gioco e ho cercato di formarmi ancora una volta, di studiare e di cominciare anche a dare un pochino di me.

Mi sono dedicata al volontariato, quindi dare per ricevere, come si dice lì “giving back”.

Ho iniziato a lavorare nell’ambito dei social network e della comunicazione, dopo di che mi sono formata, ho preso una certificazione in Digital Marketing e finora non ho mai smesso di studiare».

Nuova sfida in Italia

Dopo un soggiorno di cinque anni in Inghilterra, durante i quali nasce la sua seconda bambina, Ruth e la sua famiglia tornano in Italia dove è necessario un nuovo adattamento in un paese molto diverso da quello appena lasciato.

«Per me è stata ancora una volta una nuova sfida perché credo che qui in Italia, o almeno in alcune parti dell’Italia, l’idea di una città, di un paese multiculturale non esiste ancora.

Spesso quando sentono il mio nome mi chiedono da dove vengo.

Magari a Londra tu sei solo un altro straniero, tra i tanti che ci sono lì, quindi non si fanno distinzioni tra chi viene da un posto e chi da un altro, mentre qui la gente si incuriosisce per capire chi sei.

È interessante, di certo una dinamica su cui ancora rifletto per cercare di capire. Sicuramente l’Italia è ancora un po’ indietro dal punto di vista della multiculturalità e anche delle politiche dell’inclusione».

ruth lara reyes onu

Donne e lavoro in un viaggio tra quattro culture differenti

Aver vissuto e lavorato in posti così diversi e lontani fra loro ha certamente permesso a Ruth di avere una visione piuttosto variegata della condizione femminile, delle politiche sul lavoro e sulla maternità.

«Come già detto, negli Emirati Arabi, più precisamente a Dubai, si vive un po’ un contrasto tra spinte verso l’equità di genere e limitazioni più sotterranee derivanti dalla mentalità, dagli usi e dai costumi locali.

La società latinoamericana da cui provengo è senza dubbio di stampo maschilista e patriarcale.

Magari negli ultimi anni si sono sviluppate maggiori politiche per l’equità e anche per la distribuzione delle donne, soprattutto nei lavori pubblici, ma 10 – 15 anni fa ancora era tutto molto diverso».

Entrando più nel dettaglio Ruth riesce a tracciare un quadro più preciso.

«Ancora il glass ceiling è una costante. Di solito c’è una tendenza a vedere la donna in modo subordinato.

La donna è quella che sta a casa, è quella che si occupa dei familiari. Anche se parliamo di violenza di genere, è colpa della donna se le succede qualcosa. Lì c’è ancora questa mentalità.»

Il confronto con l’Italia viene spontaneo, tuttavia Ruth Lara Reyes non da giudizi netti.

«È importante fare le dovute differenze» precisa.

«Ho pubblicato alcuni studi sull’immigrazione femminile latinoamericana in Italia e ne è emerso un mercato molto femminilizzato rivolto prevalentemente verso la cura degli anziani, nonostante molte delle donne che arrivano siano persone che hanno studiato, che hanno lauree e specializzazioni.

C’è una gerarchia dei lavori e alle donne sono destinati per lo più questi. Credo che questo aspetto debba essere approfondito».

Paese che vai, welfare che trovi

L’indipendenza femminile passa anche dalle politiche di welfare, dalla possibilità, per le donne, di conciliare in modo efficace i tempi di vita e di lavoro.

La visione di questa lavoratrice e madre “globalizzata” riserva a tal proposito alcune sorprese.

«In Inghilterra hai un “maternity leave”, un congedo di maternità, di un anno, che non hai in Italia, dove però hai dei bonus statali per gli asili nido fin dal primo anno di nascita, mentre nel Regno Unito non hai nulla del genere fino al terzo anno di vita.

Sarebbe molto bello che le politiche inglese e italiana su questi temi potessero diventare complementari per arrivare ad uno stato ideale delle cose!».

professionista comunicazione digitale

Reti familiari

Per quanto riguarda le reti di supporto familiari, la situazione sembra essere simile tra Italia ed Ecuador.

«In entrambi i Paesi le famiglie si affidano molto ai nonni e alle nonne e questa è una grande differenza che in Inghilterra non trovi.

Lì vedi donne che si prendono un “career break” per dedicarsi alla cura dei bambini per più tempo, mentre in Italia è differente, le madri devono rientrare al più presto al lavoro, ma visto che lo Stato in teoria ti garantisce il nido, si può fare».

A volte poi la situazione può essere anche più complicata, perché in alcuni Paesi essere madre straniera comporta delle limitazioni ancora più grandi.

«Durante il mio primo periodo in Inghilterra non potevo lavorare perché mi hanno ritirato il passaporto per sei mesi. Era necessario per poter processare i miei i documenti, quindi lì non ero nessuno. Non potevo cercare un lavoro, non potevo fare nulla e avendo un bambino piccolo potevo solo occuparmi di lui».

Quando poi i figli crescono, per una madre lavoratrice subentrano altre complicazioni.

«Il periodo delle vacanze scolastiche in Italia è il più lungo di tutta Europa. Malta lo ha cambiato pochi anni fa e così l’Italia è tra gli ultimi paesi dal punto di vista della gestione dei bambini.

Questa è una criticità che penso tutte le mamme sperimentino: arriva giugno e fino a settembre tu devi giocare col tempo per trovare un modo di accudire i bambini, per far sì che crescano bene, stiano bene e siano sicuri».

digital marketer professionista

Equità in casa: non smettere di provarci

L’equità passa senza dubbio anche attraverso la gestione del ménage familiare, specchio di mentalità e condizionamenti a volte ereditati inconsapevolmente.

È tuttavia nel tentativo e nell’autocritica che può nascere un vero cambiamento.

«Ci proviamo. Ci sono situazioni che a volte noi donne ci prendiamo come nostre, come la gestione dei bambini, dei tempi, cose che magari agli uomini non vengono nemmeno in mente, faccende pratiche.

Non posso parlare di un’equità al cento per cento, perché credo che per noi donne sia molto radicato l’istinto della cura, ma ci stiamo lavorando.

Forse sono stata più io a cercare una partecipazione attiva del partner per ridistribuirci i compiti. Non è solo la donna a dover stare in cucina. Siamo mamme ma anche lavoratrici e dovrebbe esserci equilibrio, quindi, ecco, almeno ci proviamo a casa, nonostante ci siano delle difficoltà».

Uno sguardo al futuro

Guardare avanti, guardare oltre. Due figli, un maschio e una femmina, ancora bambini ma non per sempre. La nostra eredità sono soprattutto i valori che lasciamo, nella speranza di costruire qualcosa di migliore.

«Vorrei che entrambi fossero sempre resilienti, perché la resilienza è quell’elemento che ti aiuta a far diventare bello ciò che prima ti sembrava brutto.

Tutto però dipende da te, da come tu vedi il contesto. I miei figli sono stati abituati fin dalla nascita ai cambiamenti e sono stati entrambi molto bravi in questo.

Viviamo in una società in cui ancora la donna è oggetto di critica se è madre e se non è madre, fa notizia se qualcuna ha deciso di non truccarsi o di truccarsi troppo.

Per mia figlia vorrei un mondo dove ognuno possa sentirsi libero di essere come vuole, quindi a lei cerco di insegnare a non vivere delle apparenze, ma di seguire quello che a lei piace, quello che la appassiona, come ha fatto mia madre con me, altrimenti non sarei uscita dal mio Paese e oggi non sarei qui».

Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.

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