Il messaggio femminista di Jennifer Guerra: «Siamo noi le artefici del nostro futuro»
La giornalista e scrittrice di Brescia ha di recente pubblicato il libro “Giù le mani dal femminismo”. Interessante la sua scelta di allontanarsi da Instagram: «Non volevo prendere parte a un sistema che ho criticato io stessa»
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Jennifer Guerra è giornalista e scrittrice femminista. È nata nel 1995 nella provincia di Brescia, è laureata in Lettere, Moda e Filosofia ed autrice di cinque libri.
Se dovesse spiegare alla mia nonna di 80 anni di che cosa si occupa, che cosa le direbbe?
«La versione semplice è che sono una giornalista e una scrittrice, ma in realtà faccio molte altre cose, tra cui attività di formazione, culturali e di divulgazione. Al momento sono in una fase di transizione che mi sta portando a mettere un po’ da parte il giornalismo, per spostarmi verso l’ambiente accademico perché mi piace e soddisfa di più».
Il femminismo rende artefici del proprio destino
Jennifer ha già tre lauree di cui due triennali e una magistrale e vorrebbe intraprendere un progetto di dottorato incentrato sulla teoria della Moda da una prospettiva femminista. Il femminismo è un po’ il fulcro del suo lavoro, cosa l’ ha portata ad avvicinarsi ad esso e alla tematica delle discriminazioni di genere?
«Per me il femminismo non è tanto un argomento, ma parte integrante della mia identità, del mio modo di essere e di vivere. Il mio interesse è proprio connaturato alla mia esperienza lavorativa, nel senso che io ho cominciato a scrivere proponendo articoli su femminismo e questioni di genere, è sempre stata la mia specializzazione.
Ho avuto anche la fortuna di lavorare per una rivista che mi lasciava molto spazio e che era molto vicina a questi temi».
Jennifer sottolinea di non essersi interessata al femminismo per una ragione specifica o un fattore scatenante: «Semplicemente, io, come tante donne della mia generazione, ho conosciuto il femminismo un po’ per caso su internet, e credo che abbia intercettato dei bisogni emotivi che avevo all’epoca, quando ero un adolescente un po’ sfigata, che viveva in una provincia di Brescia molto industrializzata, chiusa e che mi offriva poche prospettive.
Quindi il messaggio che ho trovato nel femminismo è stato quello di non avere un destino già scritto ma di poter essere artefice del mio futuro».
Quando i comportamenti sessisti e discriminatori sono intrinsechi
Di recente mi è capitato di avere uno scambio con un’autrice e attivista che stimo molto e che mi ha fatto riflettere su una questione: ci sono dei comportamenti sessisti e discriminatori che sono ormai talmente intrinsechi alla società da non essere quasi più nemmeno percettibili e in cui, anche persone più sensibili a certe tematiche delle volte incorrono. Questo fa sì che tali comportamenti o frasi continuino a far parte di una narrazione quotidiana senza margine di miglioramento o cambiamento. Da dove si parte secondo lei per sovvertire questa narrazione?
«Io personalmente credo, e questa è anche una convinzione che nasce da varie esperienze di formazione che ho fatto nelle aziende, che ci siano persone con delle convinzioni molto radicate nel loro stile di vita.
Per questo ritengo che sia un tipo di lavoro che va fatto con un po’ di indulgenza; è molto difficile far uscire qualcuno dalla cultura in cui è cresciuto. Spesso le persone si adeguano all’ambiente esterno con cui si relazionano, a certi usi, abitudini, e se non si ha la volontà di staccarsi da queste dinamiche, di mettersi in discussione, è molto difficile che possa avvenire un cambiamento reale.
Mi ritrovo frequentemente in situazioni in cui le persone si mostrano oppositive o contestano tutto ciò di cui parlo durante i miei incontri, in questi casi non credo sia possibile agire molto sul pensiero della persona. D’altro canto mi rendo conto che la società oggi funziona in modo diverso rispetto al passato e quello che mi viene da dire è che il lavoro di divulgazione e sensibilizzazione non può mai dirsi concluso o completo.
Tutti noi, anche involontariamente, mettiamo in atto dei comportamenti discriminatori che derivano da forme e abitudini, che abbiamo appreso e ci portiamo dietro ed è anche giusto e normale che sia così. La cosa più importante secondo me è imparare a riconoscerle e comprenderle per poterci lavorare».
Il femminismo non è un brand
Nel 2024 ha preso la decisione di allontanarsi da Instagram. Pur lasciando aperto il profilo ha infatti precisato di voler mettere una distanza da quello spazio e dalle dinamiche che si sono create al suo interno. Da cosa è scaturita questa decisione?
«È una decisione che è arrivata pian piano, sempre nel 2024 ho scritto il libro “Il femminismo non è un brand” in cui parlo degli ultimi dieci anni di femminismo e della grande popolarità che questo aveva raggiunto nelle aziende, nella cultura di massa e anche sui social.
Scrivendo questo libro e parlando con le persone durante gli incontri mi sono sentita di essere in una posizione molto scomoda, perché in un certo senso mi sembrava di prendere parte attivamente al sistema che io stessa criticavo.

Una delle tesi centrali del libro era che la grande diffusione del femminismo aveva fatto sì che sempre più persone potessero conoscerlo, però dall’altro lato i canali di divulgazione che lo hanno permesso non sono fatti per cambiare le cose a livello sistemico e rivoluzionare nel profondo i ruoli di genere.
E questo vale soprattutto per i social media, che non sono uno strumento il cui scopo è creare comunità, fare politica o portare avanti un certo tipo di discorso. Al loro interno le persone sono inondate da pubblicità, i contenuti scomodi vengono censurati e spesso l’idea di mantenere alta la propria visibilità prevale sul tipo di contenuti che vengono pubblicati.
Mi sono resa conto che questo non faceva per me, quindi ho deciso di concentrarmi di più su altri canali e metodi comunicativi e di lasciare un po’ da parte il profilo Instagram, pur mantenendolo aperto».
Il numero di follower e il successo dei libri
In questi anni ha scritto vari libri, l’ultimo uscito proprio a marzo di quest’anno dal titolo “Giù le mani dal femminismo” in collaborazione con Rosi Braidotti e Giorgia Serughetti. Pensa che l’editoria in questo periodo storico sia un canale di diffusione efficace per generare un cambiamento? Le faccio questa domanda perchè, ricollegandomi al discorso precedente, mentre i contenuti pubblicati sui canali social possono effettivamente circolare in maniera più rapida e diffusa, i libri tendenzialmente vengono acquistati da un pubblico di lettori più specifico e interessato a quella tipologia di argomento.
«Secondo me questa è una grande illusione dell’editoria, la mia impressione è che si pensi che nel momento in cui una persona ha un certo numero di follower allora sicuramente se scrive un libro questo avrà successo.
A mio parere però non è necessariamente vero che se un certo numero di persone è interessata ad un argomento questo numero si converte automaticamente in vendite. Nella mia esperienza ad esempio il mio pubblico di lettori è principalmente fuori dai social perché è composto da persone che frequentano spazi femministi o vengono ai miei incontri e questo per me è molto bello e gratificante.
Proprio per la facilità con cui le dinamiche cambiano all’interno dei social io non li trovo un canale affidabile per valutare l’efficacia di un lavoro o in questo caso di una possibile diffusione di un prodotto editoriale. Quando ho pubblicato il mio secondo libro avevo già un seguito più alto sui social e ricordo di essere rimasta molto male dopo aver letto un commento su Amazon in cui un lettore scriveva “di solito non compro i libri delle influencer”.
La cosa che mi ha devastata è che io non mi sono mai definita una influencer ma mi sono sempre pensata come una giornalista, una scrittrice, mi sono sentita come se il mio valore in quanto tale venisse sminuito o messo in discussione.
Anche ora che sto entrando in Accademia mi rendo conto di come a volte sia difficile essere presa sul serio, come se il fatto di aver fatto divulgazione sui social faccia sì che le mie capacità intellettuali o le mie doti possano essere messe in discussione.
Ovviamente penso che ci sono molte persone valide che fanno divulgazione sui social e hanno una enorme capacità intellettiva, però nel mio caso preferisco utilizzare canali che siano più in linea con le mie corde, come appunto la scrittura, e che mi rappresentano di più, anche se possono essere meno “efficaci” a livello di vendita o diffusione».
Le discriminazioni di genere tra frenate e contraccolpi
In questi anni di lavoro hai percepito un cambiamento nella società? Credi che ad oggi possiamo riscontrare dei miglioramenti tangibili per ciò che riguarda le discriminazioni di genere?
«Il vento è cambiato molto velocemente, secondo i dati rilevati dalle Nazioni Unite nel 2024 un paese su quattro è tornato indietro in merito ai diritti delle donne e nel 2025 la rappresentanza politica femminile è diminuita anziché aumentare per la prima volta nella storia.
Siamo in un momento storico in cui l’estrema destra sta prendendo piede a livello mondiale e questo rende il lavoro fatto dal femminismo fino ad ora molto vulnerabile. Nel mio ultimo libro scritto con Giorgia Serughetti e Rosi Braidotti trattiamo di come la destra si approccia ai temi femministi, manipolandoli, invertendo la narrazione o spostando l’attenzione della violenza su altro.
D’altra parte però, negli anni il movimento femminista ha fatto un grande lavoro, soprattutto sul lessico e sull’importanza di parlare di violenza di genere con termini appropriati. Quindi sicuramente ora c’è più consapevolezza di ciò che si dice, anche quando si parla di fatti di cronaca. Ovviamente il fatto che se ne parli e che ci sia più attenzione è una magra consolazione rispetto all’alta percentuale di casi di violenza e femminicidi che continuano a verificarsi quotidianamente».
La giornalista spiega che negli ultimi anni, assieme ad altre colleghe che si occupano di femminismo, ha potuto constatare che c’è stata una grande frenata rispetto ai traguardi che si stavano raggiungendo in termini di discriminazioni e pari opportunità.
«Purtroppo non è la prima volta che accade a livello storico, sembra che ogni volta che si raggiungono dei risultati concreti arriva subito un contraccolpo. Sicuramente a peggiorare il tutto incide enormemente anche la situazione di incertezza che stiamo vivendo a livello di geopolitica e dinamiche mondiali, siamo in un’epoca storica in cui la violenza è diventata parte della quotidianità».
Un cane carlino come regalo di nozze
Uscendo un po’ dalla sua sfera lavorativa, le va di raccontarci tre curiosità di Jennifer Guerra?
«La prima che mi viene in mente è che io adoro Hernest Hemingway, so che può risultare strana per una femminista, però sono anche andata alla sua casa natale a Chicago o in tanti luoghi hemingwayani che si trovano qui in Veneto (dove ora mi sono trasferita). La seconda è che ho un carlino che si chiama Alvaro e in generale ho una grande passione per questa razza di cane, quindi la mia casa è tutta a tema “carlino”.
E proprio per questa mia passione la terza curiosità è che Alvaro mi è stato preso come regalo di nozze dai miei amici. In realtà il fatto che io mi sia sposata ha scatenato molti commenti negativi: “ma come, lei che ha criticato l’istituto del matrimonio ora si sposa?”. In realtà ciò che io ho criticato non è il matrimonio come celebrazione dell’amore, quanto il retaggio che questa cosa ancora ha, perché esiste ancora l’idea di doversi sposare per avere documenti, uno status sociale di un certo tipo, per migliorare le proprie condizioni economiche; spesso si preferisce un amore più conveniente, più socialmente accettabile rispetto a quello che invece consente di seguire i propri legittimi desideri.
È molto difficile trasmettere questo messaggio all’interno del contesto femminista, ma quello che vorrei che passasse è che non è giusto rinunciare ai propri desideri per voler sembrare più coerenti o in linea con un determinato pensiero. Per me e mio marito sposarci era un punto importante e di grande significato, e questo non toglie nulla al mio lavoro o al mio impegno come femminista».
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Nicole Stefanini
Una laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Macerata e una magistrale in Cooperazione Internazionale presso l'Università degli Studi di Bologna, oltre a un'esperienza Overseas di sei mesi in Cile all'Universidad de Valparaiso e un Master in Editoria presso l'Accademia Treccani. Esperienze nel mondo delle ONG e della Cooperazione Internazionale, nell'Organizzazione di grandi eventi e nella stesura di progetti, articoli e documenti formali. Consulente esterna per l'IILA- Organizzazione Internazionale Italo Latinoamericana dal 2022 al 2024. Impiegata amministrativa presso la Fondazione Lega del Filo d'Oro dal 2024 al 2026. Scrittrice freelance per il magazine Donnemente. Assistente alla Direzione Organizzativa del Festival di Saggistica Passaggi della città di Fano.







