Il fiume sull'Arno
Il fiume sull'Arno

Da un ponte sull’Arno a un film e un quadro: invisibile è controcorrente

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Tempo di lettura stimato: 8 minuti

La bellezza e la forza delle donne invisibili sono come una marea. Potenti.

Parlare di donne invisibili può sembrare, a prima vista, un discorso di nicchia. In realtà è un momento di straordinaria normalità che finisce per addentrarsi nella vita di tutti. E scopriamo che le donne invisibili ci portano nell’arte, nello spettacolo e perfino nelle grandi opere di architettura. Nomi famosi e carriere strepitose fatte di successo e denaro? Anche no. Eppure protagoniste.

Basta guardare a film, quadri e libri che hanno scelto di raccontarle. Titoli che ci fanno riflettere, a volte sorridere, altre volte emozionare, e che ci invitano a guardare avanti con uno sguardo diverso. Sono una marea silenziosa e potente, fatta di vite che scorrono senza clamore ma con una forza capace di attraversare la famiglia, il lavoro, la cultura, la società.

La memoria collettiva in un ponte sull’Arno

Prendiamo una donna che entra nella memoria collettiva senza fare rumore. Angela Fiume era una donna qualunque, nel senso più pieno e bello della parola: lavoro, famiglia, sogni semplici costruiti giorno dopo giorno dentro relazioni d’amore. Una vita ordinaria, fatta di quelle cose che raramente finiscono nei libri di storia ma che tengono insieme la società.

La normalità di Angela fu spezzata una notte del 1993 con la strage dei Georgofili, nel cuore di Firenze. L’esplosione mafiosa portò via l’intera sua famiglia, comprese le due bambine, Nadia e Caterina Nencioni. La prima aveva nove anni, l’altra appena tre mesi.

La loro storia sembrava destinata a rimanere una delle tante ferite del Paese. E invece, più di trent’anni dopo, i loro nomi tornano a vivere con il nuovo ponte in costruzione sull’Arno a Firenze che a loro sarò intitolato. Così la vita semplice di una donna invisibile come Angela entra da ora nella cultura di una città, ricordando che dalle vite che definiamo comuni nasce spesso la parte più resistente della memoria collettiva.

Nel film “Le invisibili” una resistenza che non fa rumore



Andiamo al cinema e prendiamo il film “Le invisibili” per scoprire che la resilienza femminile si racconta anche attraverso lo sguardo ironico. E’ un film francese del 2018 ora disponibile sulla piattaforma Amazon Prime.

Nel film prendono forma storie di donne che vivono per strada e che hanno attraversato voragini più che difficoltà. Drammi che lasciano segni permanenti. Eppure, dentro quelle crepe, s’intravede una forma di resistenza che non fa rumore ma esiste: la capacità di ricominciare anche ai margini, anche quando la società sembra averti tolto il posto nel quadro.

Le invisibili, il film
I protagonista del film “Le invisibili”



Il film mescola attrici professioniste e donne che quella vita l’hanno davvero conosciuta. E forse è proprio questo il punto: l’invisibilità non è un’idea astratta, ma una condizione concreta che può essere raccontata, e perfino illuminata, dalla narrazione.

“Le invisibili” di Louis-Julien Petit racconta la vicenda di quattro assistenti sociali di un centro diurno francese che fornisce assistenza alle donne senza fissa dimora. Quando il Comune decide di chiuderlo, si lanciano in una missione impossibile: dedicare gli ultimi mesi a trovare un lavoro al gruppo delle loro assistite. Ne succederanno di tutti i colori.

Cesarina, il dipinto dell’amata senza fiaba


Poi c’è un quadro. Nella vasta produzione artistica del pittore Antonio Ligabue – in questo periodo esposta a Pisa a Palazzo Blu – si trova il ritratto di Cesarina. Era la donna che il pittore guardava con una specie di devozione timida e ostinata. Lui avrebbe voluto sposarla, portarla a vivere in un castello immaginato più che reale.

Nel dipinto, però, non c’è nessuna fiaba: c’è una donna vera, concreta, quasi trattenuta. Non una musa celebrata, non un’eroina, ma una presenza. Anche qui: invisibile, se si guarda la storia dell’arte dai suoi titoli più rumorosi. Ma fondamentale se si osserva il quadro con attenzione.

Cesarina di Ligabue
Cesarina di Ligabue



E poi ci sono i libri. La letteratura è piena di donne invisibili: protagoniste silenziose che non cercano la scena ma reggono il racconto. Donne che studiano, lavorano, crescono figli, tengono insieme comunità, inventano soluzioni quando tutto sembra complicarsi. Non sempre vincono premi, non sempre finiscono nelle citazioni celebri. Ma senza di loro le storie, e spesso anche la realtà, semplicemente non funzionerebbero.

Forse è per questo che oggi parlare di “donne invisibili” è quasi un’azione controcorrente. Perché se si guarda bene, queste donne sono dappertutto. Non hanno nomi altisonanti, non sono famose, non fanno notizia. Però la loro presenza, nel lavoro, nella famiglia, nello studio, nella vita quotidiana, produce effetti molto concreti. Cambiano gli ambienti, tengono insieme relazioni, costruiscono pezzi di società.

Il sistema preistorico senza divisioni di genere



L’invisibilità spesso è una questione di sguardo: basta cambiare prospettiva, e improvvisamente il mondo si riempie di protagoniste. A questo sguardo si collega anche una tesi affascinante e decisamente controcorrente proposta nel libro “Le donne invisibili della preistoria” (Venexia editore).

Il punto di partenza è semplice: la storia che abbiamo imparato a scuola ci viene spesso raccontata come una lunga marcia dall’oscurità alla civiltà, da un passato selvaggio verso un presente sempre più giusto e razionale. Un progresso lineare, dove le violenze appartengono soprattutto ai nostri antenati e dove il sistema di potere patriarcale appare quasi naturale, inevitabile.
E se invece la storia fosse stata, almeno all’inizio, molto diversa?

Le autrici Judy Foster e Marlene Darlet riprendono e sviluppano le ricerche dell’archeologa Marija Gimbutas e propongono un’ipotesi che cambia radicalmente prospettiva: le prime civiltà umane potrebbero essere state società relativamente pacifiche, senza forti gerarchie di ricchezza e senza divisioni rigide tra uomini e donne. Comunità in cui la conoscenza, la cura e la continuità della vita, simbolicamente rappresentate dalle figure della Madre, occupavano il centro dell’organizzazione sociale.

Secondo questa lettura, un lunghissimo periodo della storia umana, milioni di anni di esperienze e invenzioni, avrebbe visto le donne protagoniste silenziose ma decisive nello sviluppo delle comunità. Solo negli ultimi sei millenni, con l’affermarsi di strutture di potere più violente e gerarchiche, il dominio maschile avrebbe progressivamente ridisegnato gli equilibri sociali.

Allora domandiamoci: se il passato non fosse stato soltanto guerra e competizione, ma anche cooperazione e sapere condiviso, allora forse diventa più facile immaginare, ai tempi di oggi, nuovi modi di organizzare la vita comune. E magari accorgersi che molte “donne invisibili” non stanno semplicemente entrando nella storia, potrebbero esserci sempre state.

Pillole di concretezza

Seguendo il mood di Donnemente, equità in pratica, prendiamo tre pillole di concretezza da trattenere e portare via.

Cambiare sguardo.
Le donne invisibili non sono rare, sono ovunque. Nella famiglia, nel lavoro, nella ricerca, nella cultura quotidiana. L’equità comincia quando impariamo a riconoscere valore anche dove non ci sono riflettori.

Raccontare nuove storie con i linguaggi dell’arte.
Film, libri e arte stanno già facendo la loro parte: cambiano la narrazione e rendono visibili vite che prima restavano ai margini. Dare spazio a queste storie significa ampliare l’immaginario collettivo.
Trasformare la memoria in futuro.

Dalle intuizioni sulla preistoria alle storie contemporanee, fino ai nomi che diventano ponti e luoghi pubblici, la memoria delle donne non è solo ricordo, è un modo concreto per costruire una società più giusta.


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Giornalista e scrittrice, formatrice sul tema della comunicazione.
Ha scritto “Equilibriste” (AltreVoci), un libro che affronta con ironia il tema dell’equilibrio tra vita personale e professionale. E’ autrice di due romanzi gialli Alzati e corri, direttora (Mondadori) e Il silenzio dell’erba (Kobo Originals), tiene corsi di comunicazione e svolge ricerche sul tema donne e lavoro. Ha ideato e dirige i percorsi “Equilibri al centro” per crescere e migliorarsi tra vita e lavoro. Collabora con riviste e tv.
Il suo motto è #conleparole

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