Il corteo per il consenso a Roma
Il corteo per il consenso a Roma

La battaglia di Roma per il “consenso”

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Chiara Ascani
Chiara Ascani

di Chiara Ascani

Definire lo stupro come un crimine contro la donna non è scontato. Sono serviti decenni di lotte per arrivare a una legge che oggi, paradossalmente, viene messa in discussione. Solo nel 1996 lo stupro è diventato ufficialmente un reato contro la persona; prima di allora, la violenza non era considerata un crimine contro la vittima, bensì un’offesa alla “morale pubblica e al buon costume”.

Il fulcro del problema non era il corpo violato, ma lo scandalo sociale che ne derivava. Fino al 1981, inoltre, è rimasto in vigore il matrimonio riparatore: se il carnefice sposava la propria vittima, il reato decadeva. Oggi, a trent’anni da quella conquista storica nata da vent’anni di mobilitazioni femminili, quel diritto viene nuovamente minacciato.

Il Ddl e le modifiche della Senatrice Bongiorno


Alla fine del 2025, la Camera aveva approvato all’unanimità un testo — frutto di uno storico accordo tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Pd, Elly Schlein — che introduceva un principio cristallino: solo “sì” significa “sì”. Qualsiasi atto sessuale privo di un consenso libero, attuale ed esplicito doveva considerarsi reato. Tuttavia, l’intervento della senatrice Giulia Bongiorno ha cambiato radicalmente le carte in tavola, toccando il cuore giuridico della definizione di violenza sessuale.


La prima versione della Camera allineava l’Italia alla Convenzione di Istanbul, spostando il focus dal “no” della vittima (spesso impossibile da gridare in caso di shock o freezing) alla presenza di un “sì” consapevole. La modifica della Commissione Giustizia all’articolo 609-bis del Codice penale sposta invece l’asse sul tema del dissenso: non si punisce più l’assenza di consenso, ma l’atto compiuto contro la volontà della persona”.

Sulla necessità di un cambio di passo rispetto al 1996, Flavia Cardini, presidente Pari Opportunità del VII Municipio di Roma, è netta: «Se l’art. 609 bis c.p. non tutela più la pubblica morale, ma l’autodeterminazione sessuale della persona, come è possibile che la libera e attuale manifestazione di volontà non assuma alcun ruolo all’interno della fattispecie?».

Cardini ricorda: «Per tutte queste ragioni, la Camera dei Deputati aveva, in data 19 novembre 2025, approvato un nuovo testo per l’art. 609bis c.p., frutto di una proposta di legge a prima firma della deputata Laura Boldrini».

«Inoltre – aggiunge – il primo comma della modifica stabiliva che: ‘Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni. equiparando questa ipotesi di violenza sessuale a quelle già
individuate dall’art. 609bis c.p.’».

Il corteo nazionale a Roma con il Ddl Bongiorno
Il corteo nazionale a Roma contro il Ddl Bongiorno



L’approdo in Senato ha però introdotto una modifica decisiva firmata dalla presidente Giulia Bongiorno, scatenando lo sconcerto delle opposizioni e dei movimenti femministi. Il nuovo testo abbandona il modello del consenso per quello del dissenso (no means no), introducendo una preoccupante gerarchia delle pene.

Come spiega ancora Cardini, il rischio è di sancire che non tutti gli stupri abbiano lo stesso peso: «La violenza sessuale commessa con il semplice superamento del dissenso della vittima viene punita con una pena meno grave (dai 4 ai 10 anni) rispetto a quella commessa mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica (dai 6 ai 12 anni), il che significa che le viene attribuito un disvalore penale inferiore».

Roma: la voce unanime di chi tutela le donne


Dalle piazze romane dello scorso 15 febbraio al corteo nazionale di oggi, sabato 28: il fronte del dissenso contro il Ddl Bongiorno cresce e si compatta. Le strade della Capitale si riempiono per rifiutare un impianto normativo che declassa il valore del consenso.

Secondo Flavia Cardini, il testo «rispetto a quello approvato dalla Camera, segna un arretramento nella tutela delle donne. Il modello basato sul consenso, infatti, dà un preciso significato giuridico alla passività della vittima, e elimina qualsiasi onere di resistenza in capo alla stessa.

Il reato, davanti a una formulazione simile, dovrebbe essere accertato concentrandosi prevalentemente sul comportamento del presunto autore (ci si chiederà se si è occupato di verificare la volontà dell’altra persona coinvolta, e come la ha verificata) piuttosto che su quello della persona offesa». Inoltre, avverte, «tale modello espone la persona offesa a maggiori rischi in termini di vittimizzazione secondaria».

In piazza, il presidio vibra di una consapevolezza che rompe il silenzio istituzionale. «La piazza aveva colto il senso positivo dello sforzo innovativo , sia di superamento dell’attuale modello coercitivo, che nel 1996 aveva ripreso e non modificato la impostazione del Codice fascista Rocco del 1930, impostato su ‘costringe, con violenza e minaccia’, sia la volontà di volersi adeguare agli altri paesi e soprattutto alla normativa sovranazionale , cioè la Convenzione di Istanbul 2011 che invita gli Stati a criminalizzare la penetrazione non consensuale» racconta Maria Milli Virgilio, avvocata della rete nazionale antiviolenza Reama di Fondazione Pangea.

Il corteo a Roma per il consenso



Per l’avvocata, la nuova scrittura è «un’ occasione mancata di riflessione e discussione allargata per un nuovo diritto penale, costruito e elaborato dentro e fuori le istituzioni». È necessario un cambio di paradigma: «Occorre ripensare a fondo l’uso del diritto penale. Finora le modifiche intervenute non lo hanno messo in discussione, riproponendo solo modelli punitivi basati su nuove ipotesi di delitti e trattamenti sanzionatori comunque resi più severi ( aumento pene e nuove aggravanti)».

A farle eco è Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea, che afferma: «È urgente fermare il disegno di legge attuale che è meglio non averlo se deve passare con questo testo».

Lanzoni aggiunge che «bisognerà tenere conto della giurisprudenza che si è evoluta sino ad oggi sulla violenza sessuale e lo Stupro» sottolineando infine che «bisogna rispettare le richieste della società civile specializzata».

Il consenso al centro: la sfida culturale che il DDL ignora


Anni di lotte, di attivismo e una scia ininterrotta di femminicidi dovrebbero aver impresso nella coscienza collettiva una verità ormai innegabile: l’equilibrio sociale è profondamente compromesso. Ogni volta che leggiamo dell’ennesima violenza, ci viene ricordato che non si tratta di episodi isolati, ma di una struttura patriarcale arcaica e ramificata. Le voci che riempiono le strade di Roma urlano a nome di chiunque abbia riconosciuto quanto sia marcia questa impalcatura sociale.

Non basta più “correggere” un comportamento a danno compiuto; bisogna parlare di consenso attivo e prevenzione. Come conclude Flavia Cardini: «È evidente che il diritto penale interviene solo in una fase eventuale (perché molte violenze non vengono denunciate) e successiva rispetto alla violenza. È quindi fondamentale che le istituzioni intervengano anche e soprattutto sulla prevenzione, e, nel tema specifico della violenza sessuale, sull’educazione sesso-affettiva, al consenso, al rispetto, delle ragazze e dei ragazzi.

Si tratta di un passaggio che richiede un fattivo impegno, anche in termini di risorse economiche, ed è l’unico metodo che può portare a un effettivo superamento del modello patriarcale su cui la violenza di genere si fonda».

Intanto, a Roma, le strade continuano a riempirsi.


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