Violenza di genere e salute mentale, Giuseppina Gazzella sceglie l’arte come catarsi dall’abisso del dolore
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Violenza di genere e salute mentale sono due temi estremamente delicati e complessi, a volte anche correlati, di cui è difficile parlare senza scivolare nei soliti cliché.
Ancora più arduo è parlarne su di un palco, se di certe tematiche si è state in qualche modo protagoniste: quando infatti il privato diventa pubblico, non è semplice esprimersi.
Capita però talvolta di riuscire a superare gli ostacoli, trascendere dalla propria singolarità e arrivare a trasformare un’esperienza personale in qualcosa che possa arrivare ad essere insegnamento per molte e molti.
È questo che è riuscita a fare Giuseppina Gazzella, autrice, cantante, vocal coach e attrice, che ha scelto di utilizzare l’arte per dare voce al suo dolore personale e trasformarlo in occasione di educazione ed empowerment sia femminile che maschile.

Non una di più, non una di meno: parlare di violenza quando sei stata una vittima
L’assunto da cui è scaturita la riflessione dell’artista è stato quello di constatare come troppo spesso gli spettacoli che si occupano di violenza di genere trattano l’argomento in modo superficiale e generico.
Come lei stessa afferma: «Da ex vittima di violenza ne ho visti tanti e da moltissimi sono uscita arrabbiata o ferita perché si tratta spesso il tema con modalità tipiche di chi si ferma proprio alla superficie, visto che non ha vissuto quell’esperienza».
Giuseppina Gazzella, infatti, la violenza l’ha subita sulla propria pelle, una pelle che ha dovuto cambiare, mutare, lasciare dietro di sé come un’exuvia, per poi indossarne una nuova, più forte e resistente agli urti orrendi che la vita a volte ci infligge.
Ex vittima di violenza, subita dapprima in famiglia, da suo padre, e poi nella relazione di coppia, dove ha vissuto per anni in un vischioso rapporto tossico, Giuseppina ha ora ben chiaro cosa passi nella testa di chi ha vissuto esperienze come le sue.
«Io ci ho messo 10 anni per rielaborare il tutto – dice – , anche perché chi è stata vittima di violenza la prima cosa che deve fare è perdonare se stessa, per aver permesso ad un altro individuo di distruggerla, di destrutturarla a tal punto da non sapere più chi sia.
Se poi riesci a perdonarti, devi capire che cosa farci di tutto quello che certe esperienze ti hanno lasciato».
“Non una di più, non una di meno” è il modo in cui Giuseppina ha deciso di rielaborare il suo vissuto: uno spettacolo che parli di violenza di genere, con la sensibilità di chi l’ha attraversata e sappia lanciare un messaggio chiaro.

L’arte come salvezza
Narrare l’indicibile, comprendere che il proprio dolore è il riflesso del dolore altrui, trasmettere ciò che è troppo penoso svelare senza protezione: da Aristotele a Schopenauer, la funzione catartica dell’arte è una verità che continua a riconfermarsi nei secoli.
L’arte da sempre è un mezzo per dare voce quando le sole parole non bastano.
Continua quindi Gazzella: «La scrittura è stata sempre la mia salvezza, fin da quando ho imparato a farlo, e poi anche il canto. Ho messo insieme tutte queste cose ed è nato “Non una di più, non una di meno”.
Lo spettacolo è un intervallarsi di monologhi teatrali brevi e canzoni d’autore italiane, che parlano di “amore bianco” e “amore nero”, nel senso di amore sano e amore tossico.
È un viaggio che attraversa varie situazioni di una storia d’amore, nel bene e nel male: quindi ad esempio anche nel momento in cui ci si lascia, perché ci si può lasciare anche bene, non è detto che uno debba ammazzare se succede.
Particolarmente intensa è poi la chiusura, in cui viene indossato un costume teatrale realizzato dalla sartoria Lilium di Jesi: questo abito simboleggia l’unione tra uomo e donna.
Infine io finisco con un mio breve monologo, che non scrivo mai, ma faccio a braccio, captando le vibrazioni del pubblico e dicendo quello che penso. Funziona sempre».
In un crescendo di empatia e coinvolgimento, il pubblico entra dunque nella scena e nell’emozione dettati dalla compagnia formata dall’Associazione “Più artisti APS”.
Oltre a Giuseppina Gazzella, si occupano della parte musicale Niki Romagnoli, suo marito, alle tastiere, Matteo Falone e Daniela Poli alle voci, Matteo Salvucci che è il batterista, Andrea Di Lupidio al basso, Eddy Giunchi il chitarrista e Roberto Maccaroni, secondo chitarrista ma anche cantautore e chitarrista di Fabrizio Moro.
I monologhi invece sono interpretati dagli attori Marco Squarcia e Sara Sonaglioni.
La maggior parte degli uomini sono giusti
L’idea di fondo dello spettacolo è quella di sensibilizzare in modo corretto gli spettatori, evidenziando come l’origine della violenza di genere sia rintracciabile in gran parte della società, non solo nel lato maschile.
Come spiega Gazzella: «Ci sembra sbagliato idolatrare in assoluto la figura della donna e affossare in assoluto la figura dell’uomo. Perché non è così e non è giusto.
Ci sono molti uomini giusti, la maggior parte degli uomini sono giusti. Il problema è che, come in tantissimi casi, il male fa molto più rumore del bene.
È la società tutta che è responsabile di quello che succede: quando io vivevo la mia situazione di violenza, i miei vicini di casa sentivano quello che succedeva in casa, ma nessuno si è mai mosso a compassione, nessuno ha mai detto “Chiamo i carabinieri” o “Fammi sentire se questa è viva” oppure “La fermo per strada per vedere come sta”.
La società tendenzialmente fa una cosa peggiore di farsi gli affari propri: di facciata se li fa, dietro poi fa le chiacchiere».

Se una donna è vittima di violenza, difficilmente parlerà
Partendo dunque dall’assunto che le violenze sono responsabilità comune e non di singoli “mostri” o uomini colti da raptus, l’intento dell’impegno di Giuseppina Gazzella è quello di sensibilizzare quanto più possibile le persone sull’argomento, svelandone i meccanismi intrinseci.
«Una donna che è vittima di violenza, difficilmente parlerà – continua Gazzella – e non ha nessuno, perché è isolata, perché non può uscire liberamente, perché spesso viene allontanata dalla famiglia.
Una vittima di violenza ha bisogno di aiuti esterni autonomi. È molto importante poi spronare gli uomini giusti ad attenzionare amici e parenti anche nei loro discorsi.
Frasi come “Mia moglie a quest’ora deve stare a casa perché è roba mia” non possono passare inosservate. Che poi a molte sembra ancora una cosa positiva: “è carino, è geloso perché ci tiene”, e invece deve essere chiaro che non è così».
Dal palcoscenico alle scuole: un impegno costante
L’impegno di Giuseppina Gazzella va poi anche oltre il palcoscenico, perché viene spesso invitata dalle scuole a parlare di queste tematiche ed è proprio negli ambienti giovanili che il suo impegno si fa ancora più incisivo.
Proprio dagli interventi nelle scuole emerge una grande presa di coscienza della responsabilità che abbiamo tutti nei confronti dei ragazzi e delle ragazze.
L’artista infatti segnala situazioni che sono purtroppo all’ordine del giorno: «Una cosa che ho notato è che tantissimi giovani ritengono normale che il partner controlli il telefono, ma sappiamo che questa cosa non lo è assolutamente.
Molte ragazze in particolare ritengono assolutamente normale che il partner abbia da ridire su come sono vestite o sulle loro amicizie».
Senza dubbio questo apre la strada a molte riflessioni sull’infosfera e conferma che avere troppa informazione non organizzata equivale a non averla affatto: è come trovarsi di fronte ad una enorme biblioteca senza che nessuno l’abbia catalogata, il che rende impossibile trovare le informazioni giuste.
«Tanti genitori non sono consapevoli – continua Gazzella – e, rispetto ad una volta, tra di loro non c’è collegamento.
Oggi i genitori sembrano palline matte che girano per i fatti loro e quindi non c’è un’interconnessione che possa portare ad un controllo incrociato. I ragazzi di conseguenza sono lasciati a loro stessi.
Anche gli insegnanti non sono più come prima, perché magari hanno paura che poi il genitore gli vada a rompere le scatole, o perché sono talmente presi da tantissima burocrazia che la parte umana ne risente parecchio, quindi succede che tu vai a scuola e senti una ragazza che ti dice: “Se il mio ragazzo vuole fare sesso, anche se a me non va, come faccio a dire no?”
In realtà sarebbe semplice: gli dici no. Però è proprio una mentalità tanto difficile da sradicare, tantissimo».
Blu Mare: le conseguenze delle relazioni sbagliate possono essere terribili
L’impegno artistico e sociale di Giuseppina Gazzella non si ferma alle tematiche strettamente connesse con la violenza di genere, ma diventa trasversale, sebbene resti collegato all’indagine sulle sue dinamiche.
È il caso di “Blu Mare”, lo spettacolo che Giuseppina ha scritto ispirandosi ad un altro fatto personale che l’ha profondamente segnata: il suicidio di sua sorella minore Ilaria, di soli 26 anni.
Il tema della salute mentale, dunque, entra di diritto nella riflessione sulla violenza di genere, ma si allarga, fino ad abbracciare tematiche senza tempo, diffuse, ma troppo spesso taciute o ignorate.

Anche in questo caso l’arte diventa mezzo per amplificare, denunciare e sensibilizzare in modo incisivo.
«La storia di Ilaria è anche la mia. – precisa Gazzella – Dentro c’è una parte che parla anche di violenza e viene simboleggiata con un passo a due, eseguito sulle note di una musica scritta da mio marito, inedita.
“Blu mare” parla di salute mentale ed è ambientato in un reparto psichiatrico dopo un TSO, il TSO che sono stata costretta a firmare io per mia sorella nella realtà ed esprime la volontà di abbattere gli stereotipi su queste tematiche».
Non capita solo a poche persone fragili
Uno dei punti cardine del lavoro è quello di spiegare che la salute mentale è qualcosa che riguarda tutti e che spesso viene sottovalutata.
Chi arriva a compiere gesti estremi non è necessariamente una persona triste, sola, schiva, ma la sua esteriorità può essere esattamente il contrario.
Anche in questo caso entrano in gioco le dinamiche della società, dei luoghi comuni, dei pregiudizi che da sempre ruotano attorno alle fragilità umane.
Giuseppina Gazzella ci tiene a precisare: «Una storia familiare particolare, una famiglia non accudente, una famiglia che non tutela la formazione dell’autostima e della struttura della personalità condanna la persona ad essere fragile mentalmente.
Io stessa ho avuto problemi con attacchi di panico, ho tentato il suicidio, ho avuto problemi alimentari, ma per me c’è stata una differenza rispetto ad Ilaria».

Un bivio decisivo e un seme di speranza
Lo spettacolo “Blu Mare” è il riadattamento per il teatro di un racconto scritto da Giuseppina Gazzella, che ha vinto un concorso letterario, è stato pubblicato e si è poi trasformato nella sua versione per il palco.
«Quando ti succede qualcosa di brutto, davanti a te si presentano due scelte: diventare come il tuo aguzzino e quindi nemica di te stessa, oppure allontanarti completamente da quello che hai vissuto e trasformarlo in qualcosa che possa essere d’aiuto a te, ma anche agli altri».
Dunque proprio la volontà di scorgere in un abisso di dolore la possibilità di piantare un seme di speranza è stato il motore della creazione artistica.
È con grande coinvolgimento che Giuseppina Gazzella ripercorre la genesi di “Blu Mare” e ne spiega l’epilogo:
«Ho pensato che sarebbe stato bello che qualcuno accogliesse e desse voce a tutto quello che pensava lei. Lei amava scrivere, amava cantare, era una bravissima fotografa, le piaceva tanto recitare.
Ho pensato che a modo mio potessi in qualche modo prendere il suo testimone e intrecciare la sua storia con la mia: la protagonista non si chiama Ilaria si chiama Gioia, che è comunque un sinonimo del suo nome, ma che non è né me né lei, perché è una fusione fra me e lei che poi viene sviluppata.
C’è anche una forte critica all’uso degli psicofarmaci: io sono dell’idea che i centri di salute mentale andrebbero chiusi o riformati, perché il concetto che stava alla base della legge Basaglia è stato completamente travisato, portato a un’estremizzazione per la quale le persone malate sono riempite di pasticche per essere tenute buone.
Quindi nello spettacolo si parla di violenza sulla donna, di disfunzioni familiari, di dipendenza, di salute mentale e noi abbiamo trattato tutto con molta delicatezza.
Ho cercato anche di mostrare che lei comunque ci ha provato a costruire qualcosa di buono, solo che ha trovato sempre dei bastoni tra le ruote che non è riuscita a scavalcare.
Anche in questo caso, come in “Non una di più, non una di meno”, quello che vogliamo lasciare è un messaggio positivo, un germoglio da poter sviluppare nella società e di cui abbiamo tanto bisogno».
Il prossimo appuntamento in teatro con Blu Mare sarà il 18 aprile a Porto San Giorgio (Fm), ma le date di entrambe le rappresentazioni sono in continua crescita.
Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.







