Donare il sangue, per le donne è differente
Entrano in gioco questioni fisiologiche e fasi della vita. Differenze azzerate per la donazione di midollo dove le iscrizioni femminili sono superiori. In entrambi i casi resta aperto un problema di partecipazione alle attività e al volontariato
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Donare è un gesto che non ha genere, ma il modo in cui donne e uomini arrivano alla donazione può essere molto diverso. Vale per il sangue, dove entrano in gioco differenze fisiologiche e fasi della vita che possono determinare periodi di sospensione, ma anche per il midollo osseo, dove invece ciò che conta soprattutto è la compatibilità genetica.
A mettere a fuoco le differenze sono Maria Gianuario, responsabile di Avis Marche per il progetto Radici ed Eleonora Salvatori, responsabile Admo Macerata. Le abbiamo intervistate a “Tuffati nell’estate”, l’evento di sensibilizzazione promosso da Admo e Avis al Parco Eldorado di Apiro, in provincia di Macerata. Un’iniziativa che porta il messaggio sull’importanza della donazione fuori dai contesti tradizionalmente dedicati alla salute e al volontariato, inserendolo in uno spazio di aggregazione, divertimento e benessere.
Proprio in un luogo frequentato da giovani e famiglie, Avis e Admo hanno scelto di parlare di sangue e midollo osseo, informare sulla possibilità di diventare donatrici e donatori e ricordare quanto un gesto individuale possa trasformarsi in una possibilità concreta per un’altra persona. Un’occasione anche per osservare la donazione da una prospettiva di genere e chiedersi se e quanto essere donna o uomo possa fare la differenza nel percorso che porta a diventare donatrici e donatori.
Essere donne donatrici di sangue
Sono due i profili da prendere in esame: uno è quello della donna donatrice di sangue o di midollo, l’altro è quello di partecipazione alle associazioni di volontariato.
Gravidanza e valori della ferritina sono soltanto alcuni degli elementi che possono determinare uno stop temporaneo alla donazione, più avanti in questo articolo specificheremo meglio. Ma la questione posta da Avis è più ampia e riguarda anche la necessità di considerare le differenze fisiologiche tra uomini e donne.
«C’è un problema di medicina di genere, perché donare al femminile non è come donare al maschile: la donazione non è neutra – sottolinea Gianuario –. Dal punto di vista fisiologico siamo diverse e dovremmo trovare delle strade che consentano una maggiore partecipazione».
L’obiettivo, quindi, non è soltanto chiedere alle donne di donare di più, ma interrogarsi su cosa possa essere fatto dal sistema perché possano continuare a farlo, tenendo conto delle loro specificità e delle diverse fasi della vita.
Il divario, infatti, è evidente anche all’interno dell’associazionismo. Le donne rappresentano più della metà della popolazione, ma secondo i dati indicati da Gianuario la loro presenza tra chi dona e partecipa alle attività di volontariato si ferma intorno al 30%.
«Tra i 18 e i 25 anni la partecipazione femminile è alta, poi perdiamo molte donne per ragioni legate alla cura e alla famiglia. Quello che stiamo cercando di fare è accompagnarle anche quando non possono donare, quando sono in una fase di stand by, per esempio durante la gravidanza, affinché quel periodo non determini un allontanamento definitivo».
Ciclo, gravidanza e allattamento: quando bisogna fermarsi
Una donna in età fertile può effettuare al massimo due donazioni di sangue intero all’anno, con un intervallo minimo di tre mesi, mentre gli uomini e le donne non in età fertile possono donare sangue intero ogni tre mesi. Il valore minimo dell’emoglobina richiesto per il sangue intero è inoltre di 12,5 g/dl per le donne e 13,5 g/dl per gli uomini.
Differenze che non rappresentano discriminazioni ma tutele legate alle caratteristiche fisiologiche e, in particolare, alla maggiore esposizione delle donne in età fertile alla carenza di ferro.
Ci sono, quindi, momenti della vita di una donna nei quali la donazione deve essere sospesa o richiede una maggiore attenzione. Durante le mestruazioni, il Ministero della Salute indica che è preferibile non donare. In gravidanza, invece, non si può donare e dopo il parto o un’interruzione di gravidanza è prevista una sospensione di sei mesi.
Sono periodi di stop che possono avere conseguenze anche sulla continuità della partecipazione.
«Le donne donatrici partecipano molto tra i 18 e i 30 anni, poi c’è un periodo della vita in cui riescono meno a impegnarsi, sia in termini di volontariato sia come donatrici – spiega Gianuario –. Ci sono momenti in cui hanno dei periodi di fermo obbligato e poi fanno fatica a rientrare».

La questione, dunque, non è semplicemente convincere più donne a donare, ma accompagnarle anche quando temporaneamente non possono farlo, evitando che uno stop fisiologico diventi un abbandono definitivo.
«Noi stiamo facendo molto per fidelizzare le donne – prosegue Gianuario –. Quello che stiamo cercando di fare è accompagnarle quando non possono donare, quando sono in una fase di stand by, per esempio durante la gravidanza o per problemi legati alla ferritina».
Plasma, un’altra possibilità per le donne
Una strada particolarmente interessante è quella della donazione di plasma in aferesi. Durante la procedura il plasma viene separato dalle altre componenti del sangue, mentre i globuli rossi vengono restituiti alla donatrice o al donatore. Proprio perché non determina la stessa riduzione dei globuli rossi, questa tipologia di donazione viene spesso consigliata alle donne.
Il limite previsto è fino a 12 donazioni di plasma all’anno, con un intervallo minimo di 14 giorni. Per le donne il valore minimo di emoglobina previsto per la donazione di plasma è di 11,5 g/dl.
Il plasma raccolto è inoltre una risorsa fondamentale per produrre medicinali plasmaderivati, tra cui immunoglobuline e albumina, utilizzati nel trattamento di numerose patologie. Nel 2025 l’Italia ha raggiunto il record di raccolta di plasma, ma non è ancora autosufficiente per alcuni dei medicinali che ne derivano.
Non solo donatrici: il problema della rappresentanza
C’è poi un secondo aspetto, quello della rappresentanza nei luoghi in cui vengono prese le decisioni. Perché la minore disponibilità di tempo legata ancora oggi al carico di cura può incidere non soltanto sulla donazione e sul volontariato, ma anche sulla possibilità di assumere incarichi di responsabilità.
«Avere donne ai tavoli porta punti di vista diversi – evidenzia Gianuario –. Serve una pluralità di pensiero che consenta poi di concretizzare quel pensiero in azione».

Un tema che Avis sta iniziando ad affrontare anche a livello nazionale, ragionando su vere e proprie politiche di genere all’interno dell’associazione e sui tempi necessari per permettere alle donne di dedicarsi anche alla leadership.
Un cambiamento che nelle Marche ha già alcuni esempi significativi, come Morena Soverchia, prima donna a ricoprire la carica di presidente di Avis provinciale.
Il progetto Radici e il volontariato che cambia
Queste riflessioni si inseriscono anche nel progetto Radici, attivo da due anni e che nelle Marche coinvolge 18 reti associative. Un progetto ampio, nato con l’obiettivo di promuovere il volontariato, allargare la base delle persone coinvolte e far conoscere maggiormente il ruolo delle realtà del Terzo settore.
In questi due anni sono state sviluppate attività trasversali, eventi e iniziative di animazione territoriale, lavorando anche sui temi della coprogettazione e della coprogrammazione.
Al centro c’è l’idea di un volontariato capace di diventare sempre più inclusivo e di interrogarsi su chi partecipa, chi invece resta ai margini e soprattutto su quali ostacoli – organizzativi, sociali o legati ai tempi della vita – possano rendere più difficile esserci.
Midollo osseo, le donne si iscrivono più facilmente
Se per il sangue le differenze fisiologiche tra i sessi hanno un peso concreto, quando si parla di donazione di midollo osseo la prospettiva cambia.
«Non c’è differenza tra uomo e donna: quello che conta è la compatibilità genetica», spiega Eleonora Salvatori, responsabile Admo Macerata.
Una differenza, semmai, emerge nella disponibilità ad avvicinarsi alla donazione e a iscriversi al registro.

«Le donne risultano quelle a cui rimane più semplice iscriversi – racconta Salvatori –. Quando parliamo di aghi e prelievi, in questo caso l’uomo è più timoroso».
Un piccolo rovesciamento degli stereotipi che mostra quanto anche la cultura, le paure e la percezione della donazione possano incidere sulla partecipazione.
Sangue e midollo raccontano dunque due realtà differenti. Nel primo caso riconoscere le specificità femminili significa iniziare a considerare la donazione anche attraverso la lente della medicina di genere; nel secondo uomini e donne partono sostanzialmente dallo stesso punto, perché a decidere chi può offrire una possibilità di cura a un’altra persona è soprattutto l’incontro, raro e prezioso, tra due patrimoni genetici compatibili.
In entrambi i casi resta però una sfida comune: allargare la partecipazione e creare le condizioni perché donare e fare volontariato siano possibilità realmente accessibili a tutte e tutti, nelle diverse fasi della vita.
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Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.







