Le donne seguite da Fondazione Pangea in Afghanistan
Le donne seguite da Fondazione Pangea in Afghanistan

Cinque anni di Talebani, Pangea: «In Afghanistan è apartheid di genere»

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La Fondazione continua a proporre progetti e mettere in atto soluzioni, nonostante le misure che vogliono azzerare i progetti di vita delle donne


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Sono già trascorsi cinque anni da quel 15 agosto 2021, il giorno in cui i Talebani tornarono al potere in Afghanistan. Cinque anni durante i quali, decreto dopo decreto, donne e bambine sono state progressivamente cancellate dalla vita pubblica, private dell’istruzione, del lavoro, della libertà di movimento e di diritti fondamentali.

Il ricordo di quelle giornate è ancora nitido per Fondazione Pangea, che dal 2002 lavora nel Paese con progetti dedicati all’empowerment femminile, al microcredito, alla scolarizzazione e all’educazione finanziaria. E che, nonostante le condizioni sempre più difficili, ha scelto di non abbandonare l’Afghanistan.

«Da oltre vent’anni Pangea è al fianco delle donne e delle bambine afghane, in un Paese in cui sono stati negati loro tutti i diritti, un decreto alla volta – racconta Luca Lo Presti, presidente di Fondazione Pangea –. Di quel 15 agosto ricordiamo tutto: l’ansia, la paura, le decisioni difficili da prendere in poco tempo».

La prima necessità fu mettere in sicurezza le persone che per vent’anni avevano collaborato con la Fondazione: bruciare i documenti di lavoro, chiudere l’ufficio di Kabul, evacuare il personale. Subito dopo, però, arrivò una seconda decisione: non lasciare il Paese.

«Oggi l’emergenza non è finita e noi di Pangea la stiamo attraversando perché l’Afghanistan continua a vivere il suo momento più buio. Dall’agosto 2021 abbiamo riorganizzato tutti i nostri progetti e ne abbiamo avviati di nuovi per rispondere ai reali bisogni delle donne e delle loro famiglie».

Restare in Afghanistan quando tutto spinge ad andare via

Pangea ha riaperto una sede a Kabul e assunto personale afghano. In questi cinque anni ha aiutato chi cercava di fuggire dal Paese e, contemporaneamente, chi non aveva alcuna possibilità di andarsene.

«Abbiamo accolto e aiutato donne, uomini, bambine e bambini in fuga verso la libertà; abbiamo aiutato le persone rimaste in Afghanistan fornendo loro protezione e aiuti umanitari, con la distribuzione di viveri e coperte, e siamo intervenuti tempestivamente nelle zone colpite prima dal terremoto, poi dai bombardamenti e infine dall’alluvione», spiega Lo Presti.

Alle conseguenze del regime si sono infatti aggiunte emergenze umanitarie e catastrofi naturali che hanno aggravato povertà, fame e vulnerabilità di una popolazione già stremata.

Studiare oltre i 12 anni, il diritto negato alle ragazze

Uno dei divieti che maggiormente condizionano il futuro delle nuove generazioni riguarda l’istruzione. Nell’Afghanistan dei Talebani alle ragazze è impedito proseguire gli studi oltre la scuola primaria.

Pangea è riuscita però a riaprire una scuola destinata a bambine e bambini sordi e ad ampliare successivamente il progetto in diverse province, garantendo istruzione e formazione anche a ragazze sopra i 12 anni.

Il progetto coinvolge indirettamente anche madri e sorelle maggiori, che possono così uscire dall’isolamento, accedere a corsi professionali e, in alcuni casi, entrare nei programmi di microcredito.

Sono state selezionate insegnanti qualificate e figure professionali specializzate nella lingua dei segni e nella logopedia, con programmi di studio personalizzati sulla base delle differenti disabilità. La scuola rappresenta inoltre un presidio contro la povertà alimentare: per molte bambine e ragazze il pasto fornito dalla mensa e i frullati proteici sono l’unico vero nutrimento della giornata.

Il microcredito per continuare a lavorare

Se alle donne viene impedito di lavorare fuori casa, creare opportunità economiche all’interno delle abitazioni diventa anche uno strumento di resistenza.

Pangea ha quindi attivato un circuito di microcredito destinato alle famiglie, con particolare attenzione ai nuclei nei quali le donne sono di fatto capofamiglia, perché vedove o perché il marito ha una disabilità.

Piccole attività che consentono alle donne di produrre un reddito e sostenere figli e figlie, ma che assumono un significato più ampio: permettere loro di continuare a esistere economicamente e socialmente in un sistema che tenta di renderle invisibili.

Quando viene cancellato anche il futuro

C’è poi una ferita meno visibile, quella psicologica. Migliaia di ragazze hanno visto interrompersi improvvisamente i propri progetti di vita. Volevano diventare mediche, ingegnere, insegnanti, professioniste. Si sono invece ritrovate chiuse in casa, private della possibilità di studiare e lavorare. Alcune sono state costrette a matrimoni precoci.

Pangea ha rilevato tra le beneficiarie dei propri progetti un diffuso stato di sofferenza emotiva e ha attivato un programma di sostegno psicologico rivolto a donne e ragazze.

Terremoto, altre vittime dei divieti

Alle discriminazioni quotidiane si aggiungono conseguenze drammatiche persino nelle situazioni di emergenza.

Dopo il terremoto che ha lasciato migliaia di famiglie senza casa, Pangea è intervenuta distribuendo cibo, coperte e beni di prima necessità e attivando presidi sanitari rivolti soprattutto a donne, bambine e bambini.

Le restrizioni imposte dai Talebani possono infatti rendere più difficile anche soccorrere le donne, limitando il contatto con uomini che non appartengono alla loro famiglia e l’accesso alle cure.

Oggi la Fondazione è al fianco di oltre 2.500 famiglie in dieci villaggi distribuiti in due province dell’Afghanistan.

«È apartheid di genere»

Per Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea, quanto avvenuto negli ultimi cinque anni deve essere chiamato con il suo nome.

«Dall’inizio della sua salita al potere il governo de facto ha creato una miriade di divieti per regolare la vita pubblica, di questi quasi tutti colpiscono esclusivamente le donne».

Secondo Lanzoni, «a distanza di cinque anni dal ritorno dei Talebani possiamo dire con certezza che nel Paese è in atto un vero e proprio apartheid di genere».

Donne afghane (foto Pangea)
Donne afghane (foto Pangea)

La lista delle libertà negate racconta la dimensione del sistema costruito intorno alle donne: non possono frequentare la scuola secondaria e l’università, vedono fortemente limitate le possibilità di lavorare e fare sport, non possono muoversi liberamente e sono sottoposte a restrizioni sempre più pervasive nella vita pubblica.

«Le donne non esistono, non sono persone perché non possono godere dei diritti umani. Per questo come Fondazione Pangea ci siamo fatte portavoce in Italia del riconoscimento dell’apartheid di genere come un crimine contro l’umanità, al pari di quello etnico avvenuto in Sudafrica».

E alla repressione si sommano fame, povertà estrema e catastrofi naturali, rendendo ancora più fragile la condizione della popolazione.

Dall’Afghanistan all’Italia

Il lavoro di Pangea continua anche con le persone riuscite a raggiungere l’Italia.

La Fondazione porta avanti progetti di terza accoglienza per le famiglie afghane e accompagna donne e nuclei familiari nei percorsi di scolarizzazione, apprendimento dell’italiano, accesso all’università, stage e tirocini professionalizzanti e riconoscimento dei titoli di studio.

A Roma è stato inoltre aperto uno sportello interculturale rivolto alle donne afghane, rifugiate e richiedenti asilo, accessibile anche a distanza da tutta Italia, per favorirne autonomia, istruzione e inserimento lavorativo.

Un Paese che rischia di essere dimenticato

Cinque anni dopo quelle immagini che fecero il giro del mondo, l’Afghanistan occupa sempre meno spazio nell’informazione internazionale. Ma l’emergenza non è terminata.

«Oltre 3 milioni di bambini e bambine sono a rischio malnutrizione e i divieti imposti dai Talebani alle donne sono sempre più stringenti – sottolinea Lo Presti –. Quello che vediamo quando siamo lì è la sofferenza, l’assenza di una visione e una ricerca comune di benessere per la popolazione afghana. La mancanza di libertà e autonomia è totale non solo per le donne ma per tutti».

È proprio il silenzio internazionale a preoccupare Pangea.

«L’Afghanistan rischia di essere dimenticato insieme a migliaia di bambine e bambini – aggiunge Lanzoni –. Per questo Pangea intende riportare al centro dell’attenzione il dramma dell’Afghanistan, troppo spesso ignorato nel silenzio della comunità internazionale».

Eppure, in un Paese nel quale quasi ogni possibilità sembra essere stata sottratta, sono proprio le donne a continuare a indicare una strada.

«Le donne afghane in questi anni ci hanno insegnato che la parola “impossibile” non esiste – conclude Lo Presti –. In tanti ci dicono che non riusciremo a lavorare nel Paese ancora per molto. Che tutto è finito. E invece Pangea sta dimostrando il contrario. Ci vorrà intelligenza e cautela ma continueremo a lavorare per le donne e i loro bambini. Perché la parola impossibile l’abbiamo cancellata dal vocabolario».

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