La nazionale norvegese di beach handball
La nazionale norvegese di beach handball

La parità nello sport passa anche dalla regia

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Agli Europei di atletica di Birmingham per la prima volta sono state applicate le linee guida di “Raising the bar” per limitare la sessualizzazione delle atlete. Per ora si applica solo all’atletica ma l’auspicio è che diventi uno standard e non una continua negoziazione


Tempo di lettura stimato: 8 minuti

Non basta dare alle atlete spazio sullo schermo: bisogna decidere come mostrarle.
Gli Europei di atletica 2026 di Birmingham lo dimostrano bene e non solo per i risultati sportivi.

Un trionfo da leggere con attenzione


L’Italia ha chiuso gli Europei di Birmingham (10-16 agosto 2026) prima nel medagliere, con 22 medaglie complessive: dieci ori, sei argenti, sei bronzi, davanti a Gran Bretagna e Germania. Ma il dato più interessante non è il totale: sulle 22 medaglie, 10 portano la firma di atlete e 12 quella di atleti, un equilibrio quasi perfetto.

Il dato si fa ancora più significativo se lo si incrocia con la composizione della squadra. L’Italia è scesa in campo con 130 atleti — 69 uomini e 61 donne — la delegazione più numerosa di sempre, in crescita rispetto ai 116 di Roma 2024.

• Donne: 10 medaglie su 61 atlete → 1 ogni 6,1 atlete (16,4%)
• Uomini: 12 medaglie su 69 atleti → 1 ogni 5,8 atleti (17,4%)

La resa è quasi identica, con un margine minimo a favore del gruppo maschile sul totale delle medaglie. Ma se si guarda al metallo più pregiato, il rapporto si ribalta: le donne vincono 5 ori su 61 atlete (8,2%), gli uomini 5 ori su 69 (7,2%). A parità di ori assoluti, le atlete italiane hanno quindi un tasso di conversione in titoli europei più alto, pur essendo in squadra in numero inferiore.

Raising the bar
Raising the bar



La vera novità di questa edizione, però, riguarda un altro aspetto: per la prima volta sono state applicate le linee guida “Rasing the Bar” di EBU Sport, pensate per limitare la sessualizzazione delle atlete nelle riprese televisive.

Per capire perché si è arrivati a scriverle, occorre fare un passo indietro e ricostruire il legame tra abbigliamento sportivo e linguaggio delle telecamere.

La svolta del 2021: le proteste di Tokyo


Il vero punto di svolta è esploso nell’estate 2021, durante i Giochi Olimpici di Tokyo, con una serie di proteste che hanno riportato il tema al centro del dibattito pubblico.
La nazionale tedesca di ginnastica artistica ha scelto di gareggiare con unitard integrali fino alla caviglia al posto del body sgambato, per “porre fine alla sessualizzazione della ginnastica”.

La nazionale tedesca di ginnastica a Tokyo 2020
La nazionale tedesca di ginnastica a Tokyo 2020

Poco dopo, la nazionale norvegese di beach handball si è rifiutata di indossare il bikini regolamentare (slip a sgambatura alta) durante il campionato d’Europa in Bulgaria, scegliendo di giocare con dei comodi pantaloncini e venendo multata dalla propria federazione per questo.

Questi episodi hanno costretto l’Olympic Broadcasting Services, la regia ufficiale del CIO, a modificare già a Tokyo le proprie linee guida di ripresa, chiedendo ai registi di inquadrare le atlete per le capacità atletiche e non per le forme del corpo, evitando zoom e primi piani insistenti. Da lì, molte federazioni internazionali hanno avviato la riscrittura dei propri regolamenti, per garantire alle atlete una reale libertà di scelta tra slip, culotte, pantaloncini o tute intere.

La nazionale norvegese di beach handball
La nazionale norvegese di beach handball



In realtà, un primo passo formale era già stato fatto prima di Tokyo: nel 2018, nell’ambito del Gender Equality Review Project, il CIO aveva pubblicato le prime “Portrayal Guidelines “, linee guida per una rappresentazione mediatica equa, paritaria e inclusiva dello sport, poi aggiornate nel 2021 e nel 2024 in vista di Tokyo e Parigi. Il punto di partenza era la constatazione che la copertura sportiva contribuisce a costruire norme e stereotipi di genere: alle atlete, oltre a una minore visibilità complessiva, viene spesso riservata un’attenzione concentrata su aspetto fisico, abbigliamento e vita privata più che sui risultati sportivi.

Il caso Nike


Nella primavera 2024, in vista dei Giochi Olimpici di Parigi, Nike ha presentato i completi della nazionale statunitense di atletica: il body integrale femminile aveva un taglio inguinale così alto da coprire a malapena il pube.

Il body Nike
Il body Nike

Campionesse come Lauren Fleshman e Colleen Quigley lo hanno definito un costume nato da forze patriarcali, capace di generare una continua ansia da esposizione durante salti e corsa.

Birmingham 2026: dal regolamento dei vestiti a quello delle telecamere


Il tassello finale arriva con “Raising the Bar”, un documento di 23 pagine pubblicato l’8 giugno 2026 da EBU (European Broadcasting Union, l’alleanza delle emittenti di servizio pubblico europee) insieme a European Athletics e a campionesse olimpiche come Holly Bradshaw, Ivana Španović e Blanka Vlašić.

Per la prima volta l’attenzione si sposta dall’abbigliamento alla regia per definire le inquadrature consentite ed evitare la sessualizzazione dei corpi femminili:
• vietate le inquadrature dal basso, a terra, dietro o sotto le atlete, ai blocchi di partenza o durante i salti;
• vietati i replay in super slow-motion su corpi in posizioni scomposte dopo una caduta o a fine gara, permessi solo per mostrare il gesto tecnico;
• privilegiate inquadrature larghe e laterali, che valorizzino la potenza della corsa e l’espressione del volto;
• obiettivo dichiarato: impedire che fotogrammi isolati vengano tagliati e diffusi online per scopi feticisti.

Alcuni esempi di riprese che si possono fare (spunta verde) e di quelle che sono vietate (croce rossa) tratte da Raising the Bar
Alcuni esempi di riprese che si possono fare (spunta verde) e di quelle che sono vietate (croce rossa) tratte da Raising the Bar


Va detto con chiarezza: si tratta di un documento tecnico rivolto a chi fa regia, non di un regolamento vincolante. Non sono previste sanzioni per chi non lo rispetta ed è pensato come esempio di buone pratiche di inquadratura specifiche per l’atletica leggera femminile. È un limite non da poco ed è francamente deprimente dover arrivare, nel 2026, a scrivere un manuale di 23 pagine per specificare quali inquadrature si possono o non si possono fare su un corpo che sta semplicemente facendo sport.

Un modello che potrebbe estendersi, ma per ora non c’è


Al momento “Raising the Bar” riguarda esclusivamente l’atletica leggera femminile, in particolare salto in alto, salto con l’asta, salti in orizzontale e prove di corsa. Non risultano, a oggi, applicazioni formalizzate degli stessi principi ad altri sport come beach volley, ginnastica o tuffi, anche se alcuni osservatori del settore hanno ipotizzato che la metodologia potrebbe essere adattata anche ad altre discipline in cui si sono posti problemi simili.

Resta l’auspicio che un giorno la scelta di come inquadrare un corpo che fa sport non debba più essere negoziata evento per evento, sport per sport, ma diventi semplicemente lo standard. I
Il principio guida, del resto, è semplice: scegliere per una gara femminile lo stesso angolo di ripresa che si sceglierebbe per una gara maschile. Non più un corpo da esporre, ma un’atleta da raccontare per quello che fa.


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Cinzia Borgiani

Cinzia Borgiani è commercialista e consulente senior presso Omnia & Partners, dove è responsabile dell’area Modelli organizzativi.
Da oltre vent’anni supporta imprese e organizzazioni nell’implementazione di sistemi di gestione, modelli organizzativi ex D.Lgs. 231/2001, percorsi di sostenibilità e rendicontazione ESG.Si occupa di governance, responsabilità sociale, parità di genere, DE&I e conformità ai principali standard nazionali e internazionali.

Dal 2026 è componente della Commissione pari opportunità dell’Ordine dei dottori commercialisti di Macerata-Camerino, già componente della Commissione ESG fino al 2025. E’ attivamente impegnata nella diffusione della cultura della sostenibilità e dell’innovazione organizzativa.

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