Deborah Gismondi
Deborah Gismondi

Il dietro le quinte di una ballerina professionista: Deborah Gismondi tra disciplina, sacrifici e soddisfazioni

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Tempo di lettura stimato: 18 minuti

Gaia Bonomelli
Gaia Bonomelli

di Gaia Bonomelli

Cosa vuoi fare da grande? A questa domanda, Deborah Gismondi aveva la risposta pronta ancor prima di parlare. A 10 anni ha lasciato casa per la Scala, a 12 viveva da sola a Milano. L’ex solista che ha ballato con Bolle e Béjart racconta la verità (senza filtri) su una vita di disciplina ferrea, solitudine, ma anche tante soddisfazioni.

Da piccolissima ascoltava a tutto volume lo stereo tra le mura di casa, a Genova e il suo corpo non riusciva a rimanere indifferente. Pochi anni dopo, il richiamo della musica si è spostato nella sua prima scuola di ballo, dove è l’insegnante di danza a notare il suo talento.
E, un po’ come accade nel film Billy Elliot, è proprio la maestra a spingerla a sostenere i provini per una delle scuole di ballo più prestigiose: l’Accademia Teatro alla Scala.

Deborah Gismondi si trova così lontana dalla famiglia a dieci anni, per vivere di danza in una città senza il mare. Ma per chi, come lei, il movimento delle onde lo porta dentro, Milano è diventata presto molto più di una meta: è stata palestra, casa e, infine, il palcoscenico di una vita. L’intervista a Deborah Gismondi, docente Cfa Aida e precedentemente ballerina solista del Teatro alla Scala.

Uno scambio di energia dal palco al pubblico

Ha iniziato a muovere i primi passi a Genova e poi, nel corso della sua carriera, ha toccato con ‘punta di piede’ i migliori palchi del mondo, come il Metropolitan Opera House di New York. Quale teatro e pubblico porta nel cuore?

«Il teatro e il pubblico che ho amato di più sono stati quello del Carlo Felice di Genova perché è il teatro della mia città e quindi mi sentivo a casa. E lì ho interpretato, tra le tante, Sagra della Primavera e Il lago dei cigni. Però il fascino più grande l’ho avvertito al Bolshoi di Mosca. In generale, il pubblico e il rapporto che si crea con lui, per me è fondamentale».

Quando parla di rapporto con il pubblico, cosa intende?

«Quando sono sul palcoscenico, io non ballo per me stessa, ma ballo per le persone che sono lì a guardarmi. C’è uno scambio di energia incredibile tra il ballerino e il pubblico. Sento le loro emozioni, il loro respiro, il loro silenzio, che a volte è più eloquente di un applauso.

Deborah Gismondi da bambina
Deborah Gismondi da bambina



Per me la danza è comunicazione, è un modo per raccontare delle storie, per trasmettere dei sentimenti che a parole non si riescono a dire. E quando sento che il pubblico è con me, che si è emozionato, che ha vissuto insieme a me quel momento, quello è il regalo più grande che questo mestiere mi possa fare. È la gratificazione più bella dopo tanto lavoro e tanti sacrifici».

La vita della ballerina tra sacrifici e rinunce

Ci può spiegare a che sforzi è sottoposto il corpo di una ballerina professionista?

«La vita della ballerina è molto faticosa e costellata da momenti difficili. A livello fisico, saliamo sulle punte per otto ore al giorno e per il corpo è totalmente innaturale: si lavora con le anche aperte, ruotate verso l’esterno e le ginocchia e il collo del piede devono essere iper estesi e si lavora su leve che non sono naturali. Poi è una vita piena di sacrifici che si fanno fin da piccole, di disciplina ferrea, di rigore».

Immaginiamo che non abbia vissuto un’infanzia e un’adolescenza comuni…

«Ho lasciato la mia famiglia a dieci anni, vivendo a Milano ospite di alcune famiglie, poi in collegio e successivamente in appartamento da sola già a 12 anni. Ho vissuto precocemente una iper responsabilizzazione e ciò ha comportato delle problematiche crescendo».

Cosa le ha causato maggior dolore in quegli anni?

«Ho patito molto il senso di solitudine e abbandono, benché la decisione fosse solo mia, non ero pronta a dieci anni a sostenere le conseguenze. La mia famiglia era lontana e non ero entrata in un luna park ma in un ambiente rigoroso e con disciplina. Era richiesta serietà e dedizione».

Pensa di aver rinunciato a qualcosa?

«Riguardandomi indietro mi rendo conto di aver rinunciato alla giovinezza. Tutto ciò che è svago e divertimento io, come tutte le ragazze che hanno fatto il mio percorso, è una fase che ho perso. La richiesta di sforzo fisico era talmente elevata e l’ambizione fortissima e non ci si poteva permettere di uscire la sera, bere o fare attività che fa un adolescente. Era solo duro lavoro, fatto con gioia, certo, ma poi ti rendi conto che lo svago non c’è mai stato».

Deborah Gismondi e le sfide della danza

Quali sono stati i momenti più duri?

«Sicuramente quelli legati agli infortuni. Ne ho avuti diversi, ma quello che mi ha segnato di più è stato un problema al piede che mi ha tenuto ferma per diversi mesi. In quel periodo pensavo di non poter più tornare a ballare ai livelli di prima, è stata una sfida psicologica molto forte».

Deborah Gismondi

Come ne è uscita?

«L’ho superata con tanta pazienza, con la riabilitazione, ma soprattutto con la forza di volontà e l’amore per la danza. Non volevo che la mia carriera finisse così, sentivo di avere ancora tanto da dare. E quindi mi sono rimboccata le maniche e sono tornata in sala ballo, piano piano, rispettando i tempi del mio corpo».

Oltre allo stress fisico e ai sacrifici, ha mai vissuto momento di ansia o di stress psicologico per l’aspettativa o il carico emotivo?

«Quando sei su palcoscenici così importanti come la Scala o il Bolshoi, senti una responsabilità enorme. Hai paura di deludere il pubblico, di non essere all’altezza delle aspettative. In quei momenti mi ha aiutato molto la concentrazione, il respiro, cercare di ritrovare quella gioia pura che provavo da bambina quando sentivo la musica e cominciavo a muovermi.

Cercare di trasformare la tensione in energia positiva. E poi il sostegno della mia famiglia e delle persone care è stato fondamentale, sapere che loro erano lì per me a prescindere dal risultato».

Lavorare con persone illuminate

Quale è stato il momento più bello della sua carriera?

«Forse il momento più bello della mia carriera è stato lavorare con il coreografo Maurice Bejart, in Sagra della Primavera. È uno dei ruoli che ho preferito interpretare ed è stato bellissimo anche il processo di lavoro; sono stati due mesi intensi, con persone illuminate.

Béjart era già un po’ anziano ed era notoriamente molto geloso delle sue creazioni: non voleva che venissero ballate proprio da chiunque e quindi aveva mandato due suoi assistenti a montare la coreografia in Scala.

Fui tra le fortunate a interpretare uno dei quattro ruoli e a essere mandata a Losanna da Maurice Béjart in persona. Abbiamo lavorato con lui una settimana per gli ultimi dettagli. E trovarsi davanti a un’icona così è stato molto emozionante, ma allo stesso tempo anche tranquillo perché lui ha saputo metterci a nostro agio. Con Maurice Béjart è stato un incontro fondamentale. Poi però ho lavorato benissimo anche con coreografi italiani».

Deborah Gismondi

Può fare qualche nome?

«Amedeo Amodio. Con lui ho fatto tantissimi balletti, da Lo schiaccianoci a Carmen».

E qualche donna?

«Ho lavorato con Natalia Makarova che ha fatto una ripresa coreografica della sua Bayadère e con Sylvie Guillem che ha fatto la ripresa coreografica di Giselle; ma anche con Sasha Waltz, una coreografa tedesca».

Se le ballerine classiche rappresentano uno zoccolo duro perché numericamente di più rispetto ai ballerini, per le coreografe è l’opposto?

«Non mi sono mai posta questa domanda. Nel mondo della danza la differenza tra uomo e donna non è così sentita. Io definisco i ballerini sovrumani, facenti parte di un’altra dimensione. Ma, in effetti, i coreografi sono più uomini.

Credo che sia perché le donne sono più propense a dedicarsi alla carriera da ballerina e quando smettono, la conseguenza più naturale è tramandare e insegnare. Per essere coreografo devi avere una vocazione. Però forse qualcosa sta cambiando. Tante mie colleghe si stanno cimentando nella coreografia».

Coreografie, ruoli e partner

Ha parlato di Elue in Sagra della Primavera. Ci sono altri ruoli che ha amato interpretare e i motivi?

«I ruoli che ho interpretato sono fortunatamente tanti e tutti belli a modo loro. Però sono affezionatissima a Gelsomina de La Strada con le musiche di Nino Rota e la coreografia di Mario Pistoni.

È un balletto meraviglioso, poetico, molto legato alla nostra storia italiana. È stato bello poter interpretare quel personaggio e lo sentivo anche molto affine a me e alla mia personalità. E poi il ruolo classico che più ho ballato volentieri è stato il personaggio di Giulietta in Romeo e Giulietta, coreografia di MacMillan.

Giulietta è un personaggio che ha un’evoluzione pazzesca, parte nel primo atto che è una bambina ignara di tutto, nella purezza della fanciullezza e poi però vive, nell’arco della sua breve vita ,questo amore grandissimo per Romeo che è attraversato da tanta violenza, da tanti litigi, conflitti tra le famiglie, morti e quindi ha questo tragico finale che tutti conosciamo. La costruzione del personaggio è stata molto stimolante e interessante per me potermi provare in un ruolo interpretativo così potente».

Crescere con Roberto Bolle

È coetanea di uno dei ballerini classici più noti anche a chi non è dell’ambiente. Da quanto tempo conosce Roberto Bolle?

«Non eravamo nello stesso corso ma siamo cresciuti insieme per otto anni e siamo entrati nel corpo di ballo. A 11 anni Roberto era già stupendo ed era come lo vedete ora ma in miniatura: aveva già la muscolatura scolpita, allungata, tipica del ballerino classico. Ero con lui in mensa quando Nureev lo ha notato e gli ha proposto di fargli vedere come ballava in sala ballo. Da lì è iniziata la sua ascesa.

Roberto è nato fortunato, con un fisico fatto apposta per ballare ma il suo successo é anche frutto di un lavoro sovrannaturale. É un grandissimo professionista, instancabile. Oggi siamo ancora in contatto. Mi ha voluta in un progetto bellissimo che si chiama Scuola danzando, pensato dalla Fondazione Roberto Bolle che ha coinvolto dieci insegnanti e dieci scuole e lo stiamo portando avanti.

Pensa che Bolle, con la sua presenza anche televisiva, abbia sdoganato l’idea che la danza classica sia anche per uomini?

Deborah Gismondi

«Ha tentato, ma la strada è lunga. Nel progetto di Scuola danzando, ad esempio, si erano iscritti due ragazzi che poi hanno cambiato idea perché derisi dai compagni di classe. Purtroppo ancora oggi in Italia, ma anche all’estero c’è un forte retaggio culturale. Oggi i ballerini classici, a causa di questo retaggio sociale ancora molto vivo, sono in quantità minore».

La danza è per tutti o ci sono dei criteri estetici utilizzati oggi dalle scuole di danza più importanti per ballare a livello professionale?

«La danza non è per tutti i corpi ed è anche bene che la selezione sia rigida perché un corpo non adatto alla danza classica rischia di fare una vita di dolori e problemi fisici che è meglio non sottoporre. Rispetto a quando ero piccola io, la danza ha avuto un’evoluzione molto veloce e anche i canoni estetici sono molto più rigidi di una volta. Secondo me c’è una ricerca estrema della perfezione che porta tuttavia ad escludere spesso molti ballerini».

Esplorare la danza percorrendo nuove strade

C’è un momento che ha segnato in modo particolare la sua carriera?

«Quando ho deciso di smettere di ballare i ruoli classici per dedicarmi a qualcos’altro. È stata una scelta consapevole, ma non priva di sofferenza, perché lasciare quei personaggi che hai amato tanto è come salutare dei vecchi amici. Però sentivo che era arrivato il momento di esplorare nuove strade, di mettermi in gioco in altri modi.

Così ho iniziato a dedicarmi all’insegnamento, a trasmettere la mia esperienza ai giovani. Questa è stata una nuova rinascita per me, perché vedere i ragazzi che crescono, che imparano, che mettono passione in quello che fanno, mi dà una gioia immensa e mi fa sentire ancora parte integrante di questo mondo meraviglioso che è la danza».

Ha mai pensato di dedicarsi ad altro?

«Da una parte c’è stata la tentazione, una volta in pensione, che per i ballerini avviene a 47 anni, di mettere un punto: aprire un chiringuito su una spiaggia. Quelle cose che magari uno pensa quando ha avuto una vita totalizzante. Però poi c’era una vocina nella mia testa che diceva: “Deborah la danza è la tua vita, non puoi abbandonarla”».

Ha detto che il passaggio da ballerina a insegnante è stato doloroso perché ha dovuto salutare i ruoli che ha rivestito. Quanto è diverso stare dall’altra parte?

«Quando sei una ballerina tutta l’attenzione è su di te, su quello che indossi, il passo che fai. Insegnare è esattamente l’opposto e quindi non è stato così facile e immediato questo passaggio dall’altra parte. Ora, dopo 15 anni, ho terminato questo lungo processo di passaggio. Non mi sento più ballerina, mi sento insegnante di danza».

Da ballerina ad insegnante con grande sensibilità

Se la vita della ballerina ha molte difficoltà, quali sono quelle da insegnante?

«Non è facile capire qual è il luogo giusto in cui poter donare tutto il bagaglio pazzesco che uno ha. Io a un certo punto ho voluto prendere ancora più con serietà questo percorso e mi sono diplomata anche come insegnante di danza classica della Scala e ho trovato la situazione giusta per me che è l’accademia Aida a Milano, un centro di formazione dove insegno da cinque anni e mi sento davvero bene.

Le allieve sono molto brave e la preparazione degli insegnanti è alta. C’è un linguaggio di rispetto e di disciplina con i quali io sono cresciuta e che ritengo doverosi, che fanno bene a tutti. Si tratta di un aspetto che si è perso un po’ in questi tempi moderni».

Attualmente cosa sta facendo?

«Mi occupo molto di formazione: tengo degli stage, dei corsi di perfezionamento per ragazzi che vogliono intraprendere la carriera professionale. Mi piace molto trasmettere non solo la tecnica, ma anche l’espressività, l’interpretazione, che secondo me sono fondamentali per essere dei veri artisti e non solo degli esecutori».

Cosa le piace di più dell’insegnamento?

«La cosa più bella è vedere che le mie allieve superano le loro difficoltà emotive. Stare 12 ore davanti allo specchio, guardando il proprio corpo, è mortificante ma lo specchio deve essere qualcosa che ti aiuta a migliorare e bisogna cercare di far capire questo.

A me piace individuare nei miei allievi le difficoltà emotive e fargliele superare. Quello che superi a livello emotivo in sala ballo, lo superi anche nella vita. Però sto anche molto attenta a come dico certe cose perché le allieve hanno dai 14 fino ai 23 anni ed è una fase delicatissima della vita.

Il modo in cui si parla fa la differenza perché poi una parola detta con rigidità o uno sguardo fatto male possono traumatizzare un’allieva. Mi immedesimo perché io stessa ci sono passata. Purtroppo non tutti i maestri che ho avuto avevano questa sensibilità di approccio».

Che tipo di insegnante è Deborah Gismondi?

«Posso dire che oggi sono l’insegnante che avrei voluto avere quando ero bambina. Anche se ho avuto degli insegnanti meravigliosi ai quali devo tutto. Alla mia primissima insegnante della scuola di ballo Alacritas di Genova, Maura Rizzo, devo tutta la mia carriera perché è stata quella che ha riconosciuto il mio talento e che si è occupata delle pratiche per farmi entrare nella scuola di ballo del Teatro alla Scala. Ha voluto fortemente che io volassi per la mia strada.

Poi devo tutto anche alla signora Amelia Colombini che mi ha preso al quarto corso della Scala e mi ha portata fino all’ottavo. A lei devo come mi muovo oggi, come mi sono mossa come ballerina, la coordinazione del movimento, la musicalità, il salto, il giro.

Anche il modo in cui insegno lo devo a lei: mi sembra di rivivere tutte le cose che mi sono state dette da lei ed è come se fosse dentro di me quando insegno. Tutto quello che io ho imparato oggi lo dono volentieri. Insegnare è dare. Non è un “io dico a te che cosa devi fare” ma è un’energia che si crea tra allievo e insegnante, con quest’ultimo più grande e più maturo per creare questa energia che deve essere positiva per lavorare bene».

Progetti in cantiere?

«Ho in cantiere un progetto legato alla danza e al sociale, perché credo che la danza possa essere uno strumento potente di inclusione e di benessere per tutti, non solo per chi la pratica a livello professionale. Mi piacerebbe portare la danza in contesti dove solitamente non arriva, per far scoprire la bellezza del movimento e della musica a più persone possibile».

La passione oltre sconforto e stanchezza

Consigli per un ballerino o una ballerina che vuole diventare professionista?

«Il consiglio che mi sento di dare è quello di studiare tanto, di essere curiosi, di non accontentarsi mai. La danza è una disciplina che richiede un impegno costante, non si finisce mai di imparare.

Bisogna avere una grande passione, perché è quella che ti fa superare i momenti di stanchezza e di sconforto che inevitabilmente ci sono. E poi di cercare di essere sempre se stessi, di trovare la propria voce artistica, di non cercare di scimmiottare o copiare qualcun altro, perché l’unicità è la cosa più preziosa che abbiamo».

Il suo rapporto con la danza in questo momento come è?

«La danza è sempre con me, fa parte della mia vita quotidiana, anche se non sono più sulle punte tutto il giorno. È un modo di stare al mondo, di sentire il proprio corpo, di muoversi nello spazio. E credo che questa consapevolezza mi aiuti anche nella vita di tutti i giorni ad affrontare le sfide con grazia e con determinazione.

La danza mi ha dato tanto, mi ha fatto viaggiare, conoscere persone meravigliose, vivere emozioni indimenticabili. E quindi sarò sempre grata a questa arte che mi ha permesso di essere quella che sono oggi».


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