Pelagalli parla di tumori femminili

Tumori ginecologici e tre paure da superare, Pelagalli: «Curare proteggendo il futuro delle donne»

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In occasione della Giornata mondiale dell’oncologia ginecologica, facciamo il punto con il direttore dell’Unità complessa di Ginecologia e Ostetricia e del Dipartimento materno infantile dell’ospedale di Macerata

Tempo di lettura stimato: 11 minuti


Sentir parlare di tumori femminili e di oncologia ginecologica spaventa. La tentazione di molte donne è quella di evitare di pensarci, sperando che non le tocchi. È invece fondamentale conoscere gli strumenti di prevenzione ma anche sapere a che punto sono la ricerca, la diagnosi, la chirurgia e la terapia in questo campo.

Senza dimenticare le tre paure psicologiche più frequenti che sono il focus di quest’anno: il timore di non poter avere figli o di invecchiare precocemente, i falsi miti che colpevolizzano le donne con infezione da Hpv e la preoccupazione di trasmettere un rischio genetico ai propri figli.

Il dottor Mauro Pelagalli
Il dottor Mauro Pelagalli

Mauro Pelagalli, direttore dell’Unità complessa di Ginecologia e Ostetricia e del Dipartimento materno infantile dell’ospedale di Macerata, è da anni impegnato in questo campo e rappresenta un punto di riferimento nazionale. In vista di domani, Giornata Mondiale dedicata ai tumori ginecologici femminili, fa un quadro dell’attuale situazione.

Tumori ginecologici e prospettive di vita

Dottor Pelagalli, quando si parla di tumori ginecologici la prima domanda riguarda inevitabilmente le possibilità di guarigione. Quanto è cambiato lo scenario?

«È cambiato moltissimo. Oggi, quando parliamo di tumori ginecologici, dobbiamo valutare insieme le modalità di trattamento, le terapie disponibili e le possibilità di guarigione, che sono cresciute in maniera importante. Macerata rientra tra i 40 centri italiani che trattano i tumori femminili con risultati particolarmente significativi.

Per i tumori della cervice e dell’endometrio abbiamo percentuali di guarigione che si attestano intorno al 70%, naturalmente con differenze legate allo stadio e alle caratteristiche della malattia. Più complesso è il tumore dell’ovaio, che purtroppo arriva molto spesso tardi alla diagnosi perché può svilupparsi in maniera silenziosa. Anche qui, però, le prospettive stanno cambiando grazie ai progressi della chirurgia e delle terapie farmacologiche».

È proprio sul tumore dell’ovaio che negli ultimi anni si sono aperte nuove possibilità

«Sì. La chemioterapia ha fatto passi da gigante e accanto ai trattamenti tradizionali oggi abbiamo nuovi farmaci e terapie mirate, compresa l’immunoterapia in specifiche indicazioni, che stanno modificando il percorso della malattia. In alcuni casi riusciamo a controllarla per periodi molto più lunghi e a trasformarla progressivamente in una patologia con cui convivere.

L’immunoterapia rappresenta una svolta. Parliamo di farmaci molto costosi che richiedono risorse importanti ma è inequivocabile che il futuro è questo. Sempre più terapia medica e meno chirurgica. In questo momento siamo a un bivio in cui si intersecano ma le prospettive di sviluppo stanno prendendo una direzione chiara.

Sui dati sono sempre molto cauto, perché ogni tumore e ogni paziente hanno una storia diversa. Possiamo però dire che, anche nelle malattie diagnosticate in fase avanzata, la sopravvivenza si è allungata rispetto al passato. E questo ci porta a un altro concetto fondamentale: non dobbiamo guardare soltanto a quanto vive una paziente, ma anche a come vive. L’obiettivo deve essere una sopravvivenza di qualità».

La chirurgia è sempre più conservativa e meno demolitiva

Come è cambiata la chirurgia?

«È diventata sempre meno demolitiva. Gli interventi oggi vengono sempre più tagliati sulla singola paziente. Non ragioniamo più automaticamente in termini di chirurgia ultrademolitiva, ma scegliamo e moduliamo il trattamento sulla persona che abbiamo davanti, sulla sua età, sul tipo di tumore e anche sui suoi progetti di vita.

Qualche anno fa il professor Giovanni Scambia del Gemelli, ospite a Macerata disse “Quando ho iniziato a lavorare in questo campo non avrei immaginato che una paziente oncologica potesse, in determinate condizioni, conservare la fertilità e avere successivamente dei figli”. Oggi invece succede e nel nostro reparto abbiamo assistito molte pazienti che hanno portato felicemente a termine delle gravidanze».

Tumori oncologici e fertilità

Ed è una questione fondamentale soprattutto per una donna giovane che riceve una diagnosi oncologica. Quando è possibile preservare la fertilità?

«Dipende sempre dal tipo di tumore, dallo stadio e dalle caratteristiche della paziente. In alcune forme borderline dell’ovaio e in determinati tumori dell’endometrio possiamo valutare trattamenti conservativi che consentano, quando oncologicamente sicuro, di preservare utero e ovaie o comunque la possibilità di una futura gravidanza.

Naturalmente sono percorsi che devono essere affrontati in centri con competenze specifiche, come il nostro, capaci di mettere insieme l’aspetto oncologico e quello riproduttivo.

Abbiamo inoltre strumenti che fino a qualche anno fa erano molto meno accessibili, come il congelamento degli ovociti prima della chirurgia o della chemioterapia. In altri casi possiamo adottare strategie per proteggere la funzione ovarica dagli effetti dei trattamenti. Sono passi avanti enormi».

Quindi oggi curare un tumore significa pensare fin dall’inizio anche alla vita che ci sarà dopo?

«Deve essere così. La nostra impostazione a Macerata è quella di essere il più possibile conservativi quando le condizioni oncologiche lo permettono. Questa è l’oncologia pratica, ma intorno alla terapia esiste tutto un insieme di aspetti che non possiamo ignorare.

Vent’anni fa, davanti a un tumore, l’obiettivo prevalente era rimuovere la malattia e spesso si pensava molto meno alle conseguenze future dell’intervento. Questo poteva compromettere la sessualità, la funzione urinaria e altri aspetti importanti della qualità della vita.

Oggi, per esempio, utilizziamo tecniche di nerve sparing, che consentono, nei casi indicati, di perseguire la radicalità oncologica cercando contemporaneamente di preservare le terminazioni nervose e quindi alcune funzioni. Credo che nei prossimi vent’anni cambierà ancora moltissimo e avremo possibilità sempre maggiori di tutelare fertilità e qualità della vita».

Menopausa e longevità

Tra le paure delle donne c’è anche quella di andare incontro a un invecchiamento precoce. Quanto conta occuparsi della salute femminile anche dopo la menopausa?

«Conta moltissimo. La longevità è diventata una delle grandi questioni della medicina contemporanea. Oggi una donna può vivere molti decenni dopo la menopausa, continuando a lavorare, fare attività fisica, avere relazioni e una vita sessuale attiva. La medicina deve accompagnare questo cambiamento.

Per molto tempo si è diffuso un forte timore nei confronti delle terapie ormonali della menopausa, soprattutto per il possibile rapporto con il tumore della mammella. Oggi abbiamo molti più dati e sappiamo che il discorso è molto più articolato: non ha senso demonizzarla in maniera generalizzata e deve essere chiaro che non sono cancerose.

Gli organi dell’apparato genitale sono fortemente influenzati dagli ormoni e trascorrere trenta o più anni in menopausa può avere conseguenze importanti. Il nostro compito è quindi occuparci non soltanto della durata della vita, ma del benessere con cui questi anni vengono vissuti».

Pap test, Hpv e screening

Quando si parla di prevenzione, si intendono solo visite ed esami di screening?

«Prevenzione non significa soltanto fare il Pap test. Significa rivolgersi regolarmente al ginecologo e prendersi cura della propria salute nel suo complesso.

Accanto ai controlli ci sono poi gli stili di vita: attività fisica, alimentazione equilibrata, controllo del peso, riduzione dei fattori di rischio e attenzione al proprio benessere complessivo. La salute è il risultato di molti elementi che interagiscono tra loro.

Fanno la differenza l’esercizio fisico e avere un piano alimentare equilibrato. Nel sito del Ministero della salute è possibile recuperare indicazioni per seguire la dieta mediterranea che risulta essere un potente strumento di prevenzione.

Anche il benessere psicologico e sociale merita attenzione. Vivere relazioni sane, cercare un equilibrio nell’ambiente familiare e lavorativo e prendersi cura della propria salute mentale contribuisce alla qualità della vita e può favorire comportamenti più salutari. Quando tra noi e l’ambiente in cui viviamo, fatto non solo di spazi ma anche di relazioni in famiglia, c’è uno scambio armonico e attuiamo una proiezione positiva, mettiamo in funzione un potente antioncologico Quando parliamo di longevità dobbiamo pensare alla persona nella sua interezza».

Papilloma Virus, una buona pratica nelle Marche

Riguardo la prevenzione, a che punto siamo nella cura del Papilloma Virus?

«Su questo fronte abbiamo fatto progressi enormi. Il tumore della cervice sta diminuendo sensibilmente e abbiamo due strumenti fondamentali: vaccinazione contro l’Hpv e screening.

Paesi che hanno raggiunto coperture vaccinali e di screening molto elevate, come l’Australia, stanno puntando all’eliminazione del carcinoma della cervice come problema di sanità pubblica. In Europa il percorso può essere più complesso per diversi fattori, tra cui le differenze nelle coperture vaccinali e nell’adesione ai programmi di screening. Inoltre solo da poco stiamo vaccinando i maschi.

Nelle Marche abbiamo un programma di screening molto efficace. Le donne vengono chiamate a eseguire l’Hpv test secondo le fasce d’età e i protocolli previsti e, quando necessario, vengono indirizzate agli ulteriori controlli. Vaccinazione e screening devono procedere insieme».

Rimane però lo stigma: comunicare al partner di avere contratto l’Hpv può essere difficile.

«Sì, perché per anni questa infezione è stata caricata di significati che non dovrebbe avere. Parliamo di un virus estremamente diffuso e nella maggior parte dei casi l’organismo riesce a eliminare spontaneamente l’infezione. Oggi abbiamo inoltre la vaccinazione e strumenti di controllo molto efficaci.

Dobbiamo quindi togliere all’Hpv quella componente di colpevolizzazione che ancora esiste. Informazione, vaccinazione e screening permettono di affrontarlo in maniera completamente diversa rispetto al passato».

Genetica tra prospettiva di cura e spada di Damocle familiare

Infine c’è la genetica. Sapere di avere una mutazione che aumenta il rischio di tumore può diventare una sorta di spada di Damocle, soprattutto pensando ai propri figli.

«Molti anni fa Renato Dulbecco disse che il futuro dell’oncologia sarebbe passato dalla genetica. È esattamente ciò che sta accadendo. Oggi sappiamo che una parte dei tumori ovarici è associata a mutazioni genetiche ereditarie e conosciamo sindromi, come la sindrome di Lynch, che possono aumentare il rischio di sviluppare diversi tipi di tumore, tra cui quelli del colon e dell’endometrio.

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Conoscere queste condizioni cambia profondamente il nostro modo di intervenire perché ci permette di programmare controlli specifici, strategie di prevenzione e, nei casi indicati, scelte terapeutiche o chirurgiche differenti.

Naturalmente esiste anche un risvolto psicologico importante. Sapere di avere una mutazione e doverne parlare con i propri figli può essere difficile. Proprio per questo la genetica oncologica deve essere affrontata all’interno di percorsi adeguati, con professionisti in grado di accompagnare la persona non soltanto nell’esecuzione del test, ma anche nella comprensione del suo significato».

I tre consigli del dottor Pelagalli

Se dovesse lasciare alle donne tre indicazioni in occasione della Giornata mondiale dei tumori ginecologici, quali sceglierebbe?

«La prima è prevenzione: dobbiamo dedicare tempo agli accertamenti necessari. Non sono tantissimi, ma devono essere eseguiti con regolarità.

La seconda riguarda lo stile di vita e il benessere complessivo. Attività fisica, alimentazione equilibrata, niente fumo, controllo del peso e attenzione alla propria salute sono strumenti che abbiamo a disposizione ogni giorno. A questo aggiungerei la necessità di costruire, per quanto possibile, un ambiente familiare, sociale e lavorativo nel quale stare bene. Questo ci consente di garantire un buon funzionamento del nostro sistema immunitario e diventa un potentissimo anti-oncologico.

La terza è guardare al futuro con fiducia nella ricerca. Dobbiamo mettere in conto che nella vita possiamo incontrare anche una malattia oncologica, ma non dobbiamo osservarla con gli occhi di trent’anni fa. Quello che allora sembrava impossibile oggi, in molti casi, è diventato possibile. E ciò che la ricerca, la genetica, la farmacologia e la chirurgia stanno sviluppando ci fa pensare che nei prossimi anni le possibilità saranno ancora maggiori».

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Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.

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