«La donna non è un piccolo uomo»: la chirurga ortopedica Miria Tenucci racconta la medicina di genere
Ospite del ciclo Fattore D(onna) promosso dal Comune di Capannori, la professionista spiega l’importanza di riconoscere le singole specificità e di liberarsi dagli stereotipi: «La medicina di genere non è medicina per donne, ma un approccio che riconosce le differenze biologiche, sociali e culturali tra individui per garantire cure più efficaci»
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La medicina di genere è controcorrente. Nel dibattito pubblico la parità di genere è spesso raccontata come un traguardo: stessi diritti, stesse opportunità, stesso riconoscimento. Ma cosa accade quando “stesso” non significa necessariamente “giusto”?
Da questa domanda, apparentemente controvento, prende avvio la conversazione con Miria Tenucci, chirurga ortopedica invitata al ciclo di incontri Fattor D(Donna), promosso dal Comune di Capannori nel mese di maggio, a ridosso della Festa dei Lavoratori, per dare spazio a professioniste capaci di raccontare il lavoro femminile attraverso esperienze concrete, competenze e visioni.
Medicina di genere, dove l’equità fa la differenza
La medicina di genere, spiega la dottoressa, non nasce per rivendicare una parità astratta tra uomo e donna, ma per riconoscere che uomini e donne non sono biologicamente identici e che proprio queste differenze devono essere considerate nella cura. Un cambio di prospettiva radicale: non trattare tutti allo stesso modo, ma curare ciascuno nel modo più adeguato possibile.
Dalla risposta ai farmaci agli interventi chirurgici, fino alla percezione del dolore e ai tempi di recupero, il corpo femminile e quello maschile parlano linguaggi diversi che la medicina contemporanea sta imparando ad ascoltare.
In un’epoca in cui l’uguaglianza è una conquista sociale e professionale, la medicina di genere introduce quindi una riflessione più sottile: l’equità, nella salute, passa anche attraverso il riconoscimento delle differenze.
Nel polo culturale Artèmisia di Tassignano, in provincia di Lucca, la commissione pari opportunità del Comune di Capannori ha organizzato l’incontro Fattore D(onna) che ogni anno proporrà un’iniziativa per valorizzare donne che si sono distinte in varie professioni e attività con attenzione alle politiche di genere.
Miria Tenucci, chirurga ortopedica
Miria Tenucci è medica chirurga, specialista in ortopedia e traumatologia, chirurgia protesica robotica di anca e di ginocchio, ha un master in medicina di genere e lavora all’ospedale di Lucca.
Cominciamo dall’inizio e proviamo a chiarirci le idee, che cos’è la medicina di genere e chi riguarda?
«Dicendo medicina di genere molte persone pensano che sia la medicina delle donne, invece è la medicina e la chirurgia che prende in considerazione l’uomo nella sua entità, il genere appunto che è dovuto a tutta una serie di fattori, anche all’ambiente dove vive, all’orientamento sessuale, tutta una serie di elementi che definiscono l’individuo.
Da sempre la medicina si è sviluppata prendendo come riferimento un uomo bianco, alto un metro e settanta, cisgender. I primi cambiamenti importanti risalgono agli anni Ottanta/Novanta quando una cardiologa capì che i sintomi che una donna riferiva quando aveva un problema al cuore erano in realtà molto diversi da quelli presentati da uomo.
Addirittura si cominciò a comprendere che la patologia cardiaca aveva complicanze più gravi o era addirittura letale perché diagnosticata più tardi nei due generi. Inoltre gli uomini manifestano i sintomi in modo diverso, le donne non hanno il classico dolore irradiato a sinistra ma hanno affaticamento, magari anche dolore addominale».
La medicina di genere è stata introdotta in Italia con una legge del 2018 con la ministra della Salute Beatrice Lorenzin e attuata l’anno seguente con la ministra Giulia Grillo, Italia primo paese in Europa.
Dottoressa Tenucci, a che punto siamo e dove stiamo andando?
«Negli ultimi anni tante cose sono cambiate e ancora stanno cambiando. Oggi si fanno studi diversificati per genere, piano piano si arriva a poterne parlare sempre di più e questo è fondamentale.
Molti colleghi non sanno ancora cos’è, spesso anche tra gli addetti ai lavori la medicina di genere è un concetto e una pratica che trova un po’ di scetticismo. Mi sono laureata nel Duemila e non esisteva niente di questa cosa qui, non c’era nemmeno l’idea, il pensiero. Ora so che i corsi di studi prevedono almeno di parlare e capire i vari studi anche rispetto al genere».
Uomini e donne, diversi fino alle ossa
Allora perché ha deciso di approfondire gli studi sulla medicina di genere?
«Da chirurgo ortopedico ho sempre pensato, specie nella chirurgia protesica, che non potevamo pensare e agire allo stesso modo per uomini e donne: abbiamo angolature diverse, anche ossa diverse come il femore. Prima trattavamo tutti uguali, stesse protesi, stessi approcci chirurgici.
Ho conseguito il master in medicina di genere proprio per questo motivo, mi chiedevo se potesse essere applicabile alla chirurgia. Quando ho fatto il master c’ero solo io come chirurgo, in effetti è la medicina che la fa da padrone in questo ambito e anche giustamente.
Nella mia ricerca per adattare le protesi alle donne, ne ho trovata una per esempio che si chiamava gender e nasceva con l’idea che abbiamo angolature diverse. All’inizio ho trovato studi discordanti, pochi risultati netti. Quindi sono andata avanti e oggi mi piace poterne parlare, è importante che le persone sappiano che esiste questa cosa e che si stanno facendo passi importanti».
Prendiamo un esempio nel suo campo, le protesi alle grandi articolazioni. Cosa c’è di nuovo?
«L’uso di robot e navigatori ha fatto una grande differenza, ci consente di adattare l’intervento a quel certo paziente. I navigatori ci guidano in sala operatoria tenendo in considerazione per esempio tutte le forze muscolo tendinee che sono diverse da individuo a individuo, anche l’asse, le rotazioni.
Il robot offre un braccio meccanico al navigatore che guida e fa i tagli, otteniamo resezioni ossee molto accurate. La tecnologia è un equalizzatore del genere, si adatta all’individuo. Ma la medicina di genere diventa importante anche nel campo della riabilitazione necessaria post intervento: il percorso riabilitativo può essere impostato diversamente per maschi e femmine perché i muscoli si attivano diversamente tra uomini e donne, gli ormoni rendono i legamenti più o meno lassi in certi periodi. E’ un mondo che sta nascendo ora grazie a studi che escono di continuo».
La donna non è un piccolo uomo
Tra donna e uomo ci sono anche differenze di comportamento nella vita reale, ruoli sociali diversi. Come si traduce questo quando si parla di salute?
«I nuovi studi rispecchiano molto la nostra società. Ormai è chiaro che la donna non è un piccolo uomo e in medicina sappiamo che non bisogna ridurre le dosi, ci vuole qualcosa di diverso. Si è visto che la società porta la donna a curarsi più tardi.
Prendiamo per esempio l’artrosi: spesso la donna arriva in condizioni più gravi con il ginocchio perché svolgendo e sentendosi la caregiver della famiglia, pensa di non potersi fermare per un mese, magari va avanti con le medicine e rimanda; l’uomo non ci pensa, se per un mese è fermo o comunque non al cento per cento non importa.
E questo ha ricadute anche sul risultato dell’intervento che sarà peggiore se paragonato allo stesso problema curato precocemente. Studi ci dicono che anche il medico stesso a volte si muove per stereotipi di genere, quando vede una donna può essere più propenso a consigliare una medicina anziché l’intervento. Del resto anche i medici sono nati e cresciuti in una società piena di stereotipi, e non è solo una questione italiana».
Miria Tenucci cita un articolo uscito su Vanity Fair qualche tempo fa e che ha riportato il metodo di selezione dei musicisti nell’orchestra New York Philarmonic. ¸«Se l’audizione viene fatta al buio, con l’utilizzo di pannelli oscuranti, si scopre che la maggior parte delle volte viene scelta una donna, passa il talento. D’altra parte tutti siamo intrisi della società in cui nasciamo e viviamo, magari non ce ne rendiamo conto, ma la società ci forma e influisce su un certo modo di pensare e di agire».
Tumore mammario e depressione, i maschi non sono immuni
Mettiamoci dalla parte dei pazienti. Che cosa sanno della medicina di genere?
«Fra i pazienti la conoscono in pochi, invece proprio il paziente dovrebbe pretendere di avere una medicina più a misura dell’individuo e meno generalizzatrice. Ma la cosa più importante è che questa tematica si sta sviluppando, sia negli ospedali che tra i pazienti. Di nuovo, non è una questione che riguarda solo le donne.
Prendiamo il tumore mammario maschile: abbiamo purtroppo una mortalità alta perché l’uomo non ci pensa proprio di poter avere un tumore alla ghiandola mammaria, l’oncologia arriva tardi e i risultati sulla sopravvivenza sono peggiori. Anche la depressione maschile non viene diagnosticata precocemente e certi ragazzi non vengono notati.
Risulta facile dire che la depressione è più delle donne che sono emotivamente più fragili, invece sappiamo anche dai dati che c’è tutta una parte maschile interessata a questa patologia. L’uomo non esterna i sintomi della depressione allo stesso modo di una donna».
I pazienti preferiscono essere curati dai maschi o dalle femmine?
«I pazienti non fanno differenza tra chirurgo maschio o femmina, scelgono me come scelgono gli altri. Non ho meno pazienti dei miei colleghi maschi. Per il paziente conta come gli parli, come lo segui, le persone si fidano del chirurgo donna come dell’uomo».
Tra tetto di cristallo e sindrome dell’impostora
Com’è la situazione nel mondo del lavoro? Com’è essere donna nel mondo della chirurgia?
«Non è stato facile. Capire di soffrire della sindrome dell’impostora è stata una liberazione ma è ciò che tante di noi soffrono o hanno sofferto. Non dobbiamo farci piccole. Una donna chirurgo ancora fa fatica, il chirurgo viene ancora visto come un uomo, i colleghi sono maschi, donne a livelli alti ce ne sono ancora troppo poche. Mancano dunque gli esempi perché altre donne facciano lo stesso percorso.
Ci sono dati della Siot, la principale associazione medico scientifica italiana in campo ortopedico, che dicono che nonostante aumentino le donne iscritte a Medicina, in ortopedia le donne sono ancora poche e pochissime nella chirurgia protesica, spesso si trovano nella chirurgica pediatrica, oppure si occupano della mano, del piede.
Gli ambiti ricostruttivo e protesico sono ancora molto maschili. Anche qui la tecnologia e l’uso dei robot spezza uno stereotipo, l’ortopedia non è solo martello, seghe e necessità di forza muscolare. Nel mio settore il tetto di cristallo è ancora lì, difficile da sfondare, maschi al potere, convivenza non sempre facile.
Cambiando le generazioni ho fiducia che le cose migliorino ulteriormente, bene con i giovani, e spero anche io di essere un esempio che altre colleghe perché possano dire ecco, ci si può fare. Ho appena vinto il concorso per un incarico bandito dalla mia Asl, divento responsabile della struttura semplice sezione robotica Lucca e Valle del Serchio. E’ un ruolo importante, anche le figure apicali maschili hanno creduto in questa cosa, e spero tanto che questo mio risultato serva anche alle colleghe, stimolo e spinta».
Quando ha pensato di avercela fatta?
«In verità non lo penso mai. Però quando ho vinto quest’ultimo concorso sono stata molto soddisfatta. E’ un incarico che mi dà la possibilità di fare tanto mettendoci del mio anche nell’organizzazione e nella formazione. Alle donne dico di non fermarsi per paura e per l’ambiente ostile, bisogna sapere che è possibile e andare avanti».

Fattore D(onna)
L’incontro sulla medicina di genere apre un ciclo dedicato al lavoro e alla donna. Spiegano l’assessora alle pari opportunità del Comune di Capannori, Ilaria Carmassi, e la presidente della commissione pari opportunità, Nicole Benetazzo: «L’iniziativa vuole porre l’attenzione su un lavoro senza barriere di genere e su una medicina efficace che sta distinguere i generi.
Questo di Fattore D(onna) è un incontro importante perché tratta il tema della medicina di genere, un approccio della medicina che studia come le differenze tra uomini e donne influenzano la salute, le malattie e le cure e che non si limita alle differenze biologiche, ma considera anche fattori sociali, culturali e psicologici che possono incidere sul benessere. Avere una professionista come la dottoressa Tenucci, che ringraziamo per la collaborazione, è un’occasione importante e di valore».
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Giornalista e scrittrice, formatrice sul tema della comunicazione.
Ha scritto “Equilibriste” (AltreVoci), un libro che affronta con ironia il tema dell’equilibrio tra vita personale e professionale. E’ autrice di due romanzi gialli Alzati e corri, direttora (Mondadori) e Il silenzio dell’erba (Kobo Originals), tiene corsi di comunicazione e svolge ricerche sul tema donne e lavoro. Ha ideato e dirige i percorsi “Equilibri al centro” per crescere e migliorarsi tra vita e lavoro. Collabora con riviste e tv.
Il suo motto è #conleparole







