Iran, una eredità di simboli dopo le proteste
Le proteste in Iran sembrano essersi fermate, scoraggiate da una durissima repressione. Ma le migliaia di giovani ragazzi e ragazze morti non possono essere stati un sacrificio inutile. Quello che è accaduto non può spegnersi come una brace soffocata e senz’aria.
L’eredità che lasciano resta in tanti simboli che scavano e mantengono iva una traccia.
Senza velo e sigaretta accesa in bocca per bruciare l’immagine del del leader supremo, l’Ayatollah Khamenei. È in questa serie di gesti contrari ai diktat della Repubblica islamica che le donne iraniane nel mondo hanno espresso la loro solidarietà a chi era nelle strade a Teheran per protestare e a rischiare seriamente la vita per i propri diritti.

La prima a diffonderlo è stata una attivista che vive in Canada. A seguire tante altre donne iraniane ma anche le donne di tutto il mondo. Tra loro l’allenatrice di volley Alessandra Campedelli, sempre vicina a quelle che chiama le “sue” ragazze che ha allenato tra il 2022 e il 2023 nella Nazionale iraniana di volley.
Poi c’è chi scende in strada, anche in Italia, a rivendicare il diritto di protestare e di credere che un altro mondo sia possibile. Ieri e oggi a Roma, molti e molte sono scesi in piazza con Amnesty International, con Donna Vita e Libertà ma anche con i radicali. Lo stesso accade mentre scriviamo in tante altre città d’Italia.

Ancora, c’è chi fa sentire la voce delle donne iraniane attraverso i social come accade per iniziativa delle Consigliere di parità di Potenza.
Cosa sta succedendo? «Questa è una guerra » ha detto Atieh Mazi, capitana della squadra di calcio iraniana di Torino. La rivoluzione delle donne non è mai leggera, né superficiale. Dovrebbe essere ormai chiaro dopo secoli di lotte per i propri diritti. I simboli non sono meno potenti delle armi e stanno ottenendo un cambiamento che, da tanti anni non si osava sperare.
Il primo simbolo, attorno al quale si è sollevata la protesta, attorno al quale si è riscoperta l’urgenza di ottenere i propri diritti, è Mahsa Amini brutalmente assassinata dalla Polizia Morale iraniana per non aver indossato correttamente l’hijab. Da allora, il suo ricordo anima le piazze che, in Iran e in tutto il mondo, chiedono a gran voce la capitolazione del regime degli ayatollah e della misoginia di Stato.

La misoginia istituzionalizzata non è un danno per le donne, non è una questione femminile ma un vero problema per l’umanità. Le conseguenze sono evidenti.
In un mondo in cui fa sorridere continuare a parlare di confini territoriali, in cui anche i confini digitali e informativi vengono aggirati (basti veder come l’oscuramento di Internet in Iran, abbia ampliato ancora di più la diffusione del materiale che è riuscito a bucare le restrizioni), ancor meno ha senso parlare di un confine e di differenze tra i diritti che spettano alle donne e agli uomini.
Così come è sempre più assurdo leggere gli avvenimenti epocali, che si stanno concentrando in un tempo sempre più ristretto e con una cadenza sempre più veloce, attraverso le categorie dell’ideologia politica, del centrodestra o del centrosinistra e dell’appartenenza partitica.
«I diritti umani non hanno colore politico né ideologico» ha ricordato Athie Mazi. Lo stesso vogliamo dire per l’equità di genere. Non è questo il momento di scegliere se essere di destra o di sinistra, avanguardisti o tradizionalisti. Ora è solo il momento di stare dalla parte delle donne. È scontato? Sempre meglio sottolinearlo.
Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.







