Ottant’anni fa la prima Assemblea Costituente: il fondamentale contributo delle donne
Elette in 21, cinque di loro fecero parte dei 75 incaricati di scrivere la Carta costituzionale. Sono Maria Federici, Angela Gotelli, Tina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti. Il loro lavoro consentì di sancire diritti inviolabili, ancora da difendere
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Ventuno donne su 556 componenti. Poco meno del 4% dell’Assemblea Costituente. Eppure bastarono perché la Costituzione italiana contenesse alcuni dei principi più avanzati d’Europa in materia di uguaglianza, diritti e partecipazione femminile. A ottant’anni dalla prima seduta dell’Assemblea Costituente, il loro contributo continua a rappresentare un punto di riferimento non solo storico, ma profondamente attuale.
«Nella storica seduta inaugurale dell’Assemblea Costituente, il 25 giugno 1946 – si legge in un post della Fondazione De Gasperi- fu Alcide De Gasperi a tracciare la rotta. Ricoprendo in quei giorni la doppia, delicatissima carica di Presidente del Consiglio e Capo provvisorio dello Stato, salutò la nuova sovranità popolare con parole inequivocabili: «Con ardimento, con tenacia, con sforzo disciplinato abbiamo gettato un ponte sull’abisso fra due epoche».
A costruire materialmente quel ponte, per la prima volta nella storia parlamentare italiana, furono chiamate anche le donne.
L’ingresso delle ventuno “Madri Costituenti” a Montecitorio segnò una rottura definitiva con il passato istituzionale del Paese. La loro presenza e il loro instancabile lavoro si riveleranno determinanti per sancire i diritti inviolabili e i principi di uguaglianza, libertà e solidarietà che oggi sorreggono la nostra Costituzione.
Una giornata incancellabile, che ci ricorda come la democrazia sia un’opera corale, fondata sul diritto e sulla partecipazione attiva di tutti».
Fa quasi impressione rileggere oggi alcuni articoli della Costituzione. Impressione perché, nonostante siano stati scritti nel 1946 e approvati nel 1947, sembrano ancora indicare la strada verso obiettivi che il Paese non ha pienamente raggiunto: dalla parità retributiva alla condivisione del lavoro di cura, dalla piena partecipazione delle donne alla vita pubblica fino alla prevenzione della violenza di genere.
Dal diritto di voto alla Costituente: una rivoluzione in pochi mesi
Il percorso che portò le donne italiane nell’Assemblea Costituente fu straordinariamente rapido.
Il 1° febbraio 1945, mentre la Seconda guerra mondiale non era ancora terminata, venne emanato il decreto che riconosceva alle donne il diritto di voto. Una conquista maturata grazie al ruolo fondamentale svolto dalle donne durante il conflitto: nelle città devastate dalla guerra, nelle fabbriche, nelle campagne, nei campi di prigionia e soprattutto nella Resistenza, dove migliaia di loro contribuirono alla liberazione del Paese, troppo spesso senza trovare lo spazio che meritavano nei libri di storia.
Pochi mesi dopo arrivò un’altra conquista decisiva: nel gennaio 1946 fu riconosciuto anche il diritto di essere elette.
Così il 10 marzo 1946 le italiane votarono per la prima volta alle elezioni amministrative. Il 2 giugno 1946, infine, donne e uomini furono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica e ad eleggere l’Assemblea Costituente.
Le 21 madri costituenti
Le candidature femminili furono 226. Le elette soltanto 21.
Ottant’anni fa la prima Assemblea Costituente: il coraggio delle 21 donne che scrissero il futuro dell’Italia
Erano donne profondamente diverse tra loro per età, formazione, orientamento politico ed esperienza personale. Ma seppero fare qualcosa che oggi appare quasi rivoluzionario: mettere da parte le appartenenze per costruire un terreno comune sui diritti delle donne e sull’interesse generale del Paese.
Non furono una presenza simbolica né tantomeno una quota da riempire. Parteciparono attivamente ai lavori dell’Assemblea, presentarono emendamenti, intervennero nei dibattiti e contribuirono a definire alcuni dei principi fondamentali della nuova Repubblica.
Cinque tra queste entrarono nella Commissione dei 75, incaricata di scrivere la Carta Costituzionale: Maria Federici, Angela Gotelli, Tina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti che trent’anni dopo divenne la prima Presidente della Camera donna.
Una Costituzione più avanti del suo tempo
Il contributo delle madri costituenti emerge chiaramente in diversi articoli della Costituzione.
L’articolo 3 non si limita a proclamare l’uguaglianza formale tra i cittadini, ma affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano libertà ed eguaglianza.
L’articolo 37 afferma un principio che, nel 1948, era straordinariamente innovativo: la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni dell’uomo, prevedendo al tempo stesso una tutela specifica della maternità.
Ancora oggi, però, il divario retributivo continua a caratterizzare il mercato del lavoro italiano. Le differenze salariali si concentrano soprattutto nelle progressioni di carriera, nei premi, nelle componenti variabili della retribuzione e nella penalizzazione che molte donne subiscono dopo la maternità.
L’articolo 51 garantisce invece l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza.
Anche in questo caso, la Costituzione anticipò la realtà.
Le donne poterono entrare in magistratura soltanto nel 1963 e la prima magistrata prese servizio quattro anni più tardi. Nella Polizia di Stato l’ingresso avvenne solo nel 1981, mentre nelle Forze Armate bisognerà attendere addirittura il 2000, rendendo l’Italia uno degli ultimi Paesi europei ad aprire la carriera militare alle donne.
Oggi oltre la metà dei magistrati italiani è costituita da donne. Un cambiamento che dimostra come quei principi costituzionali fossero destinati a produrre effetti nel lungo periodo.
La famiglia al centro della riflessione delle costituenti
Tra i temi sui quali le madri costituenti si confrontarono con maggiore intensità ci fu la famiglia.
Pur provenendo da culture politiche differenti, molte di loro erano consapevoli che l’uguaglianza tra uomini e donne non potesse fermarsi all’accesso al lavoro o alla partecipazione politica, ma dovesse entrare nelle relazioni familiari, nella condivisione delle responsabilità e nel riconoscimento della pari dignità tra i coniugi.
Ci vollero però quasi trent’anni perché quei principi trovassero piena attuazione.
Solo nel 1970 venne introdotto il divorzio, confermato dal referendum del 1974.
Nel 1975 arrivò la riforma del diritto di famiglia, che eliminò la supremazia giuridica del marito e stabilì finalmente la piena parità tra i coniugi.
Fino a quel momento il modello familiare italiano restava fortemente gerarchico e patriarcale, nonostante la Costituzione avesse già indicato una direzione diversa.
Un cammino ancora aperto
Anche il riconoscimento della violenza sessuale come reato contro la persona arrivò soltanto nel 1996.
Per decenni il codice penale fascista aveva collocato la violenza carnale tra i reati contro la morale pubblica e il buon costume, spostando l’attenzione dalla persona offesa alla presunta lesione del decoro collettivo. Nei processi le vittime venivano spesso sottoposte a interrogatori umilianti sul loro comportamento, sul modo di vestire o sulla loro vita privata.
La riforma del 1996 segnò un cambiamento culturale prima ancora che giuridico.
Eppure, ancora oggi, la prevenzione della violenza maschile contro le donne resta una delle grandi sfide del Paese. Così come rimangono aperte le questioni della parità salariale, della condivisione del lavoro di cura, della partecipazione politica e dell’equilibrio tra vita familiare e professionale.
È significativo che proprio il lavoro di cura, ancora oggi svolto prevalentemente dalle donne e spesso gratuitamente, continui a rappresentare uno dei principali fattori di disuguaglianza economica e professionale. Il welfare italiano continua a poggiare in larga misura sul lavoro invisibile femminile, mentre strumenti come il congedo parentale per i padri restano ancora lontani da una reale condivisione delle responsabilità genitoriali.
Un’eredità ancora da realizzare
Osservando oggi il percorso compiuto da quelle ventuno donne si comprende quanto fosse straordinario il loro sguardo sul futuro.
Fino al giorno prima non avevano neppure il diritto di votare. Nel giro di pochi mesi contribuirono a scrivere una delle Costituzioni più avanzate del secondo dopoguerra, immaginando un’Italia nella quale l’uguaglianza non fosse soltanto proclamata, ma costruita giorno dopo giorno attraverso leggi, istituzioni e politiche pubbliche.
Molte delle conquiste successive — dalla riforma del diritto di famiglia al riconoscimento della violenza sessuale come reato contro la persona — non sono altro che l’attuazione, spesso tardiva, dei principi che quelle donne avevano già contribuito a scrivere ottant’anni fa.
La Costituzione ha indicato la direzione. Il compito delle generazioni successive è continuare a trasformare quei principi in realtà. Perché l’uguaglianza, come avevano intuito le madri costituenti, non è mai una conquista definitiva: è un processo democratico che richiede partecipazione, responsabilità e il coraggio di guardare sempre un passo più avanti del proprio tempo.
Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.







