Da una stanza chiusa alla libertà: la rinascita di Mimì con lo sportello socio-lavorativo di Amad
Quando Mimì – nome di fantasia – è arrivata ad Ancona dalla Tunisia, immaginava un ricongiungimento familiare e un nuovo inizio grazie allo sportello socio-lavorativo di Amad. Ha invece trovato una porta che si chiudeva alle sue spalle ogni giorno. Nella casa del marito e dei figli adulti di lui, diventati presto i suoi carcerieri, era obbligata a occuparsi di tutto: cucinare, pulire, accudire. Senza denaro, senza una rete di sostegno, senza poter decidere nulla.
La sua vita era un passaggio silenzioso da una stanza all’altra, fino a quando, durante un accesso al pronto soccorso, i sanitari hanno visto i lividi sulle mani e la paura negli occhi. È lì che Mimì ha trovato il coraggio di raccontare tutto. È lì che la sua prigione ha iniziato a incrinarsi.
Dopo la denuncia ai carabinieri e il supporto dell’associazione Free Woman, approda allo sportello socio-lavorativo di Amad – Associazione multietnica antirazzista donne di Ancona – dove inizia un percorso che oggi le permette di guardare avanti. Sta per iniziare una formazione professionale e, soprattutto, sta ricostruendo la fiducia in sé stessa.
«Ha tantissima voglia di ripartire – racconta l’operatrice Isabella Mari – Non è solo una ricerca di lavoro: è una ricerca di vita».
Violenza economica: la forma di abuso che non si vede ma che imprigiona
La storia di Mimì non è un caso isolato. Nel lavoro quotidiano dello sportello We Work, avviato a fine agosto 2025 e sostenuto dal Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo, la violenza economica emerge come una delle forme di abuso più diffuse e meno riconosciute.
Parliamo di controllo del reddito, impossibilità di gestire spese e documenti, dipendenza totale dal partner per ogni scelta. Una spirale che colpisce donne straniere e italiane e che spesso impedisce loro di liberarsi da relazioni pericolose. Non si resta per amore, né solo per tradizione: si resta perché mancano i mezzi per vivere altrove.
«Quando una donna non ha autonomia finanziaria, ha paura perfino di rivolgersi a un centro antiviolenza – spiega la presidente di Amad, Donatella Linguiti – Serve un cambio di prospettiva: la violenza economica non è un fatto privato, è un problema sociale. Garantire alle donne migranti strumenti, voce e riconoscimento significa rafforzare tutta la comunità».
Tre mesi di sportello: 144 persone accolte, competenze elevate e ostacoli strutturali
Nei suoi primi tre mesi di attività, lo sportello We Work ha già accolto 144 persone, la metà delle quali donne. La maggioranza degli accessi riguarda fasce pienamente attive nel mondo lavorativo: 20-29 anni, 30-39, 40-49.
Prevalente la componente migrante: somale (15,3%), afghane (13,2%), bengalesi (11,8%), camerunesi (8,3%), marocchine (6,9%), peruviane e italiane (6,2%), tunisine (4,9%).
Ciò che colpisce, raccontano le operatrici, è il livello delle competenze: molte donne sono laureate in farmacia, veterinaria, economia, oppure hanno anni di esperienza come estetiste, parrucchiere, responsabili di saloni. La fragilità non nasce dall’assenza di capacità, ma dalla mancanza di una rete e dall’impossibilità di avere un reddito proprio.
E non è solo questione di violenza domestica: ci sono barriere strutturali.
Tra le criticità più frequenti mancato riconoscimento dei titoli di studio esteri, rifiuto del “cedolino” da parte di alcune aziende, pregiudizi etnici e culturali, permessi di soggiorno vincolati al ricongiungimento familiare, che diventano strumenti di controllo. Non è un caso che ottenere un contratto, per molte, significhi prima di tutto liberarsi.

Il lavoro come via d’uscita e come rete sociale
Lo sportello Amad offre orientamento al lavoro, traduzioni, colloqui, scrittura CV, supporto ai servizi pubblici e ai programmi Gol. Ma dietro ogni attività, c’è un percorso più intimo: ricostruire autostima e immaginare un futuro possibile.
Spesso il supporto riguarda anche la gestione dei figli, dalla compilazione dei documenti scolastici all’organizzazione degli orari, perché una donna può cercare lavoro solo quando qualcuno si prende cura delle sue esigenze concrete.
Secondo Claudia Mazzucchelli, segretaria generale Uil Marche, «serve fare rete e rifinanziare strumenti fondamentali come il reddito di libertà». Nelle Marche, infatti, solo 84 delle 197 domande presentate sono state accolte per mancanza di risorse.
Amad, oltre lo sportello
Dal 2018, AMAD costruisce spazi di autonomia femminile.
Tra le attività: corso di sartoria con quaranta partecipanti di diverse nazionalità;
corsi quotidiani di italiano;
prossimo avvio di un corso di informatica, finanziato con l’Otto per Mille della Chiesa Valdese;
laboratorio per bambine e bambini durante tutte le attività, per garantire la partecipazione delle madri.
Nel 2026 l’associazione sarà impegnata in nuovi progetti di inclusione nel quartiere Piano San Lazzaro, con i Salesiani come capofila.
Prosegue anche il sostegno alle circa duecento persone arrivate dall’Afghanistan nel corridoio umanitario creato dopo la presa di Kabul del 15 agosto 2021.
Una storia personale che diventa un tema collettivo
La storia di Mimì, come quella di molte altre donne, dimostra che l’autonomia economica non è un lusso, ma un diritto essenziale. Racconta che la violenza economica è spesso invisibile, nascosta dietro gesti quotidiani che però sottraggono libertà.
E ricorda che, quando una donna viene messa nelle condizioni di lavorare, scegliere, costruire una rete, tutto cambia: per lei, per i suoi figli, per la società.
Mimì oggi non è più una presenza silenziosa in una casa che non le apparteneva. È una donna che studia, che progetta, che riprende in mano la propria vita.
E la sua rinascita racconta la potenza di un incontro, di uno sportello, di un luogo che ti guarda e ti dice: “Non sei sola. E ricominciare è possibile”.







