Sarah Kamsu
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La multiculturalità come ricchezza, Sarah Kamsu: «Quando hai un perché abbastanza forte qualsiasi come diventa secondario»

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Tempo di lettura stimato: 8 minuti

Nicole Stefanini
Nicole Stefanini

di Nicole Stefanini

Nata in Italia da genitori camerunensi, Sarah Kamsu definisce la sua infanzia come un “mix di culture” che ha imparato ad apprezzare soprattutto da adulta.

«Quando ero adolescente non riuscivo ad accettare questa doppia identità con la quale dovevo interfacciarmi: a casa vivevo la cultura del Camerun e parlavo francese mentre a scuola chiaramente parlavo italiano. Pensavo ci fosse qualcosa di brutto nell’essere più cose perché, da una parte pur essendo nata in Italia, non venivo mai considerata italiana al 100% e dall’altra quando andavo nel mio Paese d’origine ero comunque quella che veniva da fuori, che non apparteneva a quel luogo».

La multiculturalità come ricchezza

Crescendo Sarah ha però iniziato a vivere questa multiculturalità non più come un limite, ma come un punto di forza; uno strumento che le permette di adattarsi bene a contesti tra loro diversi e ad avere una visione più aperta e inclusiva in tutti gli ambiti della sua vita.

«Iniziare a considerare le mie origini come una ricchezza mi ha permesso di aprire gli occhi sui tanti problemi che ci sono in Italia a livello di inclusione sociale e di stereotipi. Mi sono resa conto che i media e il linguaggio comune tendono a parlare di Africa o della persona africana sempre con una connotazione negativa, sottolineando episodi di criminalità, guerre o povertà. Ciò che non si racconta invece è la normalità, non si parla mai delle persone che si sono costruite una vita in Italia o che sono nate qui e che conducono una vita regolare come qualsiasi altro cittadino».

“We Africans United”, voci unite contro gli stereotipi


È da questa presa di coscienza che Sarah Kmer (questo il suo nome sui social) decide di fondare “We Africans United”:
«Ero molto arrabbiata, ogni volta che aprivo il telefono o guardavo la televisione mi sentivo sopraffatta da questa narrazione stereotipata che io stessa subivo da anni».

Nel periodo del covid, Sarah ha quindi deciso di aprire una pagina Instagram in cui ha iniziato a condividere la sua vita e dei racconti sulla storia dell’Africa, invitando chiunque volesse a partecipare portando la propria testimonianza.

Uno Spazio Wau


«Hanno iniziato ad aderire sempre più persone che sentivano la mia stessa esigenza e che volevano dar voce alla loro storia e cultura. Nel 2020 si è formato il team che ancora oggi lavora con me a questo progetto e con loro abbiamo deciso di creare l’associazione “We Africans United”, sulla scia della quale è nato anche lo Spazio Wau».

Si tratta di uno spazio culturale nel centro di Milano che funge da punto di incontro ed empowerment per la comunità afro in Italia. Al suo interno vengono organizzati talk, workshop, cineforum, pranzi e cene comunitari, eventi, presentazioni e corsi.

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«Abbiamo avviato un corso di italiano per persone che vogliono apprendere la lingua, ma sempre nell’ottica di scambio culturale. Ogni persona che viene a seguire il corso ha un vissuto da raccontare, porta un pezzetto di sé da trasmettere agli altri, si crea un circolo virtuoso che permette la condivisione di conoscenze e cultura».

Cosa vi ha spinto ad “uscire” dalla dimensione del social e aprire uno spazio fisico?

«Dopo un po’ di tempo che la pagina aveva iniziato ad avere un seguito significativo ci siamo resi conto che i social, pur essendo un mezzo molto potente, non arrivavano a colmare quell’esigenza di incontro che la comunità aveva. Viviamo in un mondo pieno di bolle digitali e questo spesso ci estranea un po’ dalla realtà».

Spazio Wau cerca di coinvolgere più persone possibili, organizzando anche laboratori per bambini, bambine, ragazzi e ragazze e facendo rete con altri enti presenti nel territorio.


«Il nostro obiettivo è quello di arrivare anche a quella parte di popolazione che non è sensibile a queste tematiche o che magari non se ne interessa. Cerchiamo di coinvolgere anche le istituzioni nelle nostre iniziative o di andare a parlare nelle scuole e nelle università».

Un progetto che sta crescendo sempre di più: «Sulla scia di We Africans United abbiamo vinto un premio a novembre che ci ha permesso di dare vita a “Wau Makers”, nato da un’esigenza che abbiamo riscontrato all’interno della nostra community.

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Ci siamo resi conto che molte persone si rivolgevano a noi per capire come avviare un proprio progetto imprenditoriale o dare vita a un ‘idea. Abbiamo quindi creato una piattaforma che funge sia da incubatore che da Academy formata da un gruppo di esperti che accompagna coloro che decidono di iscriversi in tutte le fasi di realizzazione del loro progetto».

C’è mai stato un momento in cui ha pensato di lasciar perdere o che il progetto non potesse concretizzarsi?

«Se devo essere sincera no, questo progetto rappresenta me e il mio vissuto e mi son detta da subito che credendoci sarei stata in grado di realizzarlo. Sentivo di dover tirare fuori quello che provavo, ho cercato di trasformare la frustrazione e la rabbia che avevo maturato negli anni in qualcosa di bello e positivo, che potesse servire anche ad altri».

Passione per la scrittura e per l’inclusione

Le va di raccontarci un po’ chi è Sarah oltre a “We Africans United”?

«Sono nata a Milano da due genitori medici che negli anni ’90 si sono trasferiti dal Cameroon in Italia per frequentare medicina. Ho studiato al liceo scientifico sulla scia del lavoro dei miei genitori, ma poi mi sono resa conto che le materie scientifiche non mi appassionavano. Ho quindi deciso di laurearmi in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e ho iniziato a coltivare quella che è la mia passione per la scrittura. A 18 anni ho iniziato a scrivere per la Fondazione “Il Bullone”, che si occupa di coinvolgimento lavorativo e inclusione di ragazzi che hanno vissuto o che vivono un percorso di malattia».


Sarah a 17 anni ha scoperto di essere affetta da una malattia rara che ha avuto un impatto molto forte sulla sua vita, è stato uno dei motivi per i quali ha deciso di iniziare a scrivere e si è appassionata al mondo del giornalismo.

«Questa esperienza al Bullone è stata molto significativa per me, sicuramente ci sono molte affinità anche con la mission di inclusione che si pone We Africans United».

Complimenti che discriminano


Ha mai subito discriminazioni legate al suo genere o alle sue origini all’interno dell’ambiente scolastico o professionale?

«Da quando ho aperto la pagina social mi sono spesso sentita dire che in realtà il seguito che avevo non dipendeva da ciò di cui parlavo ma solo dal fatto che sono una bella ragazza. E quando facevo notare che non era un commento carino da fare mi veniva detto che si trattava solo di “un complimento”.

Mi rendo conto che spesso quando andiamo a degli incontri le persone tendono a rivolgersi prima ai miei collaboratori uomini che a me, probabilmente anche questi comportamenti sono figli di una cultura stereotipata che ci portiamo dietro».

C’è qualcosa che vorrebbe dire a chi ancora non la conosce o non conosce “We Africans United”?

«In questa società molto individualista coltivo la speranza che le persone riescano a creare sempre più uno spirito comunitario. Vorrei che si riiniziasse a pensare un po’ di più agli altri e al collettivo, sono certa che questa sia la chiave per risolvere tante problematiche che affliggono oggi la nostra società».


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