L’età meridiana e la ricerca della felicità sostenibile
I modelli dello show business e il marketing propongono una prolungata giovinezza ma le nostre vite hanno bisogno di significato per essere soddisfacenti
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Entrando nella sala d’aspetto della mia estetista, mi trovo davanti un cartellone pubblicitario di una crema anti-age con lo slogan: “Il tempo è prezioso”.
Proprio così: il tempo è prezioso perché è la materia più deperibile che costituisca la nostra vita umana. Non riusciamo a trattenerlo né da bambini, né da giovani, né da adulti, né da anziani. Vale per tutti, ma per le donne il passare del tempo ha un retrogusto particolarmente amaro.
Ageismo di genere: pressione estetico-biologica, sociale e professionale
Gli anglosassoni lo chiamano Gendered Ageism, ageismo* di genere (termine coniato dal gerontologo Robert Butler nel 1969), ovvero quel complesso di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni basati unicamente sull’età di una persona e rafforzati dall’appartenenza di genere: rispetto all’uomo di pari età, la donna intorno ai cinquant’anni ha una maggiore pressione estetico-biologica, sociale e professionale. Non mi soffermerò su questi aspetti perché esistono sul tema molti libri e articoli che sviscerano e analizzano i dati e le dimensioni del fenomeno.
Però, a proposito di dati, qualcuno merita di essere considerato: in Italia, al primo gennaio 2025, il 15% del totale della popolazione femminile aveva fra i 45 e i 54 anni. Siamo tante e diverse: sposate, divorziate, nubili, vedove. Lavoratrici fuori casa, casalinghe o entrambe le cose insieme. Chi ha figli inizia a vedere il loro primo distacco dal nido familiare: adolescenti o giovani che muovono i primi passi verso la piena autonomia. Anche se per molte di noi il tempo lasciato libero dalle intense cure parentali dei figli piccoli viene riempito dall’impegno verso i genitori che invecchiano.
Se rientri in questa fascia di età, sai che ogni giorno siamo martellate da messaggi sul valore totalizzante della giovinezza e su come essa vada trattenuta, costi quel che costi: chirurgia e cure estetiche, palestra e attività fisica in tutte le sue varianti, diktat su alimentazione e skincare che possa avere un “effetto lifting”. In tutto questo marasma, a volte, la sensazione che ho è che la sola cosa che avrebbe davvero bisogno di essere “liftata” sia la nostra autostima, spesso messa a dura prova proprio da questo ambiente informativo che ci sommerge.
Mi chiedo se il feed di un mio coetaneo maschio sia ugualmente riempito di questo tipo di messaggi. Bisognerebbe lasciare loro la parola. Tutto questo flusso di consigli è molto utile: occuparci del nostro corpo è un modo ottimo per occuparci di noi, soprattutto se lo facciamo con un occhio rivolto alla salute e non solo all’estetica.
Evolvere nell’età meridiana
A me, però, interessa qui discutere di altro. Le nostre vite hanno bisogno di significato per essere davvero soddisfacenti. Ad ogni età. Noi donne che abbiamo raggiunto il giro di boa dei cinquant’anni in questo periodo storico così ansiogeno, che significato diamo alla nostra vita? Come ci rapportiamo al tempo che passa?
Gli anglosassoni (sempre loro) usano il termine midlife per indicare l’arco di tempo fra i 40 e i 60 anni, ma a me piace usare l’espressione età meridiana* . “Età meridiana” mi piace perché noi donne intorno ai cinquant’anni siamo al centro della nostra esistenza (come un orologio solare, segniamo un acme). Molte opportunità non torneranno, ma abbiamo ancora molte energie fisiche, emotive e mentali: questo lo sperimentiamo ogni giorno.
C’è una splendida frase di Jung che esprime benissimo questa necessità di non fossilizzarci su come eravamo, ma sull’evolvere spiritualmente: «Non possiamo vivere il pomeriggio della vita secondo il programma del mattino della vita, perché ciò che al mattino era importante sarà poco alla sera, e ciò che al mattino era vero, alla sera sarà diventato una menzogna.» (C.G. Jung, “The Stages of Life” [1930], traduzione mia dall’inglese).
Sarebbe vano cercare nel pomeriggio della nostra vita lo stesso che dava sapore e significato alla nostra vita al mattino. Non funzionerà mai. Tornare a vent’anni, quando ne hai trenta di più. Non funzionerà mai. Ma nemmeno tornare a trent’anni. Il rischio è trovarsi ancora più spaesate ed amareggiate, andando a caccia di fantasmi o di illusioni.
Un nuovo programma per la nostra età
Alla nostra età, noi abbiamo la nostra età: ricca e molteplice, meridiana. Abbiamo già attraversato molti ruoli e li conosciamo. Abbiamo commesso errori. Se siamo state in gamba — e lo siamo state, la maggior parte delle volte — abbiamo imparato da quegli errori cercando di non ripeterli.
Abbiamo avuto separazioni e lutti. Ma anche nascite e ripartenze. Abbiamo avuto l’intensità. Ne abbiamo conosciuto il lato acceso, ma anche il lato oscuro. Lo so che molti dei messaggi che girano sui nostri feed ci vogliono convincere che vivere appieno la vita oggi significhi tornare all’intensità e all’incoscienza dei vent’anni.
Ma io seguirei di più il saggio ammonimento di Jung e mi concentrerei sul costruire un nuovo programma per la nostra età che, a sua volta, ci consentirà di entrare in un’età ancora più matura e più difficile da affrontare senza una discreta centratura interiore.
Lo specchio non è un giudice e i modelli non sono quelli dello show business
Mi piacerebbe aprire una discussione fra noi donne su questo tema: come viviamo interiormente il tempo di questa età meridiana. Per questo provo a raccontare alcune riflessioni che mi sono d’aiuto.
Innanzitutto partirei dai modelli a cui guardare. Che non sono quelli dello show business, ma donne a noi vicine che, semplicemente, ci stanno camminando un po’ davanti in questo percorso.
Ho avuto la fortuna di avere due mentori — anche a loro insaputa — in questo. Due donne magnetiche nella loro semplicità, di sostanza, coraggio, coerenza. Una di loro, purtroppo, non c’è più. Donne che hanno avuto percorsi familiari molto diversi e anche professionali. Ma non conta il che cosa hanno affrontato, quanto il come. Due donne che sono rimaste belle fuori perché belle dentro.
Smettere di usare lo specchio come un giudice severo e iniziare ad usarlo come un amico: la sera, quando ci strucchiamo e, finalmente, vediamo il nostro viso nudo e pulito, non guardiamo solo le rughe, i cedimenti, la stanchezza. Guardiamo la persona che ci guarda.
Ci piace quella persona? Ci è amica? Le vogliamo bene? Personalmente, il mio viso mi piace più di quando avevo vent’anni. Non certo perché sia migliorato esteticamente, ma perché, oggi, lo sento mio come mai prima.
Amicizie femminili tra leggerezza e profondità
C’è poi un’altra riserva preziosa: le amicizie femminili. Vanno coltivate per sostenerci nella quotidianità con la condivisione, le risate (ridere di cuore fa benissimo!), le confidenze e i pianti (anche piangere senza vergogna fa benissimo). Le nostre amiche sono lo spazio in cui possiamo passare dalla leggerezza alla profondità in un batter d’occhio. Abbiamo bisogno di entrambe le dimensioni: leggerezza e profondità, che non sono antitetiche, ma sorelle di latte, per così dire.
Un piccolo esercizio per integrare le età della nostra vita: quante volte abbiamo guardato le nostre foto da giovani e abbiamo provato rimpianto. Eppure, se ripensiamo a quell’età, possiamo ricordare di essere state anche molto insicure e bisognose di conferme, soprattutto da parte degli sguardi maschili. Non ci sono periodi della vita del tutto privi di ombre.
Proviamo a prendere tre o quattro foto di noi in età diverse (quelle che ci piacciono di più). Noi bambine, poi ragazze, poi adulte fino ad oggi. Ammiriamone la crescita e l’evoluzione. Certo, ci ricorderanno anche le illusioni perdute, la pelle liscia e soda che si è sgranata, ma ci diranno anche che cosa abbiamo guadagnato. Cerchiamolo in quelle foto. Abbracciamo interiormente tutte le noi che siamo state: tutte, allora, cercavamo autenticità e amore. E tutte lo meritano allo stesso modo.
La felicità sostenibile
L’intensità emotiva è uno dei modi di essere felici, ma non è il solo. Cerchiamo una felicità sostenibile che sappia stare anche nella calma, quella che nasce dall’essere presenti in quello che facciamo, anche se non stiamo facendo nulla di speciale. Una calma che possiamo allenare attraverso quello che i filosofi stoici chiamavano askesis: un esercizio costante che diventa abitudine (la scrittura, in questo, ci può aiutare). Quei momenti in cui sentiamo che ci viene da sorridere senza un motivo apparente. Magari mentre siamo da sole. Un sorriso interiore che sboccia spontaneamente anche sul viso. Segno che dentro e fuori si parlano finalmente con gentilezza, in pace.
C’è spazio anche per gli altri, in questa età. Nella sua teoria dello sviluppo psicosociale, Erikson dice che nella seconda età adulta (40-65 anni) possiamo sviluppare nuove forme di generatività: non solo impegnandoci in famiglia, ma anche sul lavoro e nella comunità. Mettiamo a disposizione degli altri quello che abbiamo imparato. Aiutare chi ce lo chiede senza far leva sui sensi di colpa.
Ascoltare chi sta attraversando un periodo difficile per la sua età. Una delle frasi che più mi è stata di aiuto a vent’anni mi fu detta da una persona più grande di me che, di fronte a una mia sofferenza d’amore, mi disse: «Fra un anno non soffrirai più così». Aveva ragione. Oggi abbiamo la possibilità di aiutare chi è più giovane a relativizzare quello che sembra assoluto. Sempre senza metterci sul piedistallo. Siamo generose con il prossimo, ma mettiamo confini con chi ci ha dimostrato di non meritare la nostra generosità. Il tempo è prezioso, appunto.
E infine, non dobbiamo aver timore di dire quello che pensiamo. Soprattutto sul lavoro. La nostra opinione conta, perché la nostra esperienza è una risorsa. Apriamoci sempre al confronto, ma non cediamo per semplice quieto vivere o perché pensiamo che “sia ora di farci da parte”.
Questi sono dei modi spirituali in senso lato che mi aiutano a passare dall’ossessione di avere meno tempo alla capacità di possederlo. Aggiungo che anche ascoltare Guccini con le sue variazioni sul tempo passato mi aiuta parecchio a sorridere quando devo prendere atto che “la paghi tutta, e a prezzi di inflazione, quella che chiaman la maturità” (F. Guccini, “Eskimo”).
*Prendo in prestito dal sociologo Franco Cassano che ha scritto un bel libro sul Sud, “Il pensiero meridiano” (Laterza, 2005) usando l’aggettivo con il significato di un’identità ricca e molteplice.
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Pamela Grisei
Docente di filosofia e storia, è nota anche per il suo impegno nella Scuola Popolare di Filosofia di Macerata, un progetto aperto al pubblico per facilitare la discussione e l'approfondimento dei temi filosofici al di fuori delle aule.







