Donne e lavoro

Il futuro dell’Italia passa dal lavoro delle donne

Condividi:

Un Paese che cambia: meno abitanti, più anziani, più soli. Le nuove previsioni demografiche Istat vanno lette tenendo insieme tre piani troppo spesso trattati separatamente: quanti saremo, come vivremo, chi lavorerà


tempo di lettura stimato: 9 minuti

L’Istat ha pubblicato in questi giorni le nuove previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro, con base 1° gennaio 2025. Non è la prima volta che leggo un report di questo tipo, eppure ogni volta mi succede la stessa cosa: comincio a scorrere le tabelle con distacco professionale e finisco per pensare alla mia famiglia, ai figli, ai miei colleghi e colleghe più giovani ed a chi tra qualche decennio dovrà reggere un sistema pensato per un’altra Italia.

I dati Istat
Fig. 1 — Popolazione residente in Italia, 2025-2080. Scenario mediano e intervallo di confidenza al 90%. Fonte: Istat


Le nuove previsioni demografiche meritano una lettura che tenga insieme tre piani troppo spesso trattati separatamente: quanti saremo, come vivremo, chi lavorerà.

istat, analisi dati

Nell’intersezione tra questi tre dati si misura la reale tenuta del nostro sistema economico e sociale nei prossimi decenni.
Il dato di apertura è già uno spartiacque: secondo lo scenario saremo 55 milioni nel 2050, quasi 4 milioni di residenti in meno rispetto a oggi e 45,8 milioni nel 2080. Non è lo scenario peggiore possibile: è quello centrale, il più probabile.

Il dato che non lascia scampo


Tra tutte le proiezioni contenute nel report, il calo della popolazione è quello con il margine di incertezza più basso: si verifica in ogni scenario considerato, anche nei più favorevoli. Diversamente da altre variabili demografiche, per cui esistono ipotesi più o meno ottimistiche, sul calo della popolazione l’Istat non lascia margini di ambiguità.

Il meccanismo è semplice da spiegare e più complicato da invertire. Nello scenario mediano le nascite scendono da 355mila l’anno (livello stabile fino al 2030) a 335mila nel 2050 e 281mila nel 2080, mentre i decessi salgono da 652mila nel 2025 a 708mila nel 2030, fino a un picco di 869mila nel 2058. Il saldo naturale, già a -296mila nel 2025, arriva a -353mila nel 2030 e tocca il suo minimo a -570mila nel 2059. L’immigrazione resta positiva lungo tutto l’orizzonte previsivo, ma non basta a colmare il divario.

Dati Istat
Fig. 2 — Nascite e decessi in Italia, 2025-2080. Scenario mediano, dati in migliaia. Fonte: Istat


A pagare il prezzo più alto, ricorda l’Istat, saranno il Mezzogiorno e le aree interne, dove il calo demografico si somma a una perdita migratoria interna già oggi marcata, ampliando divari territoriali già oggi rilevanti.

Un Paese che invecchia più in fretta di quanto si possa immaginare. Il peso delle generazioni del baby boom


Parallelamente al calo, l’età media del Paese salirà da 46,9 a 51,2 anni entro il 2050. Gli ultrasessantacinquenni passeranno dal 24,7% al 34,5% della popolazione.
Si tratta dell’ingresso delle generazioni del baby boom nella terza età: un fenomeno demografico ed economico, che ridisegna ogni previsione di welfare, sanità e sistema pensionistico.

Dati Istat
Fig. 3 — Struttura della popolazione per grandi classi di età, 2025-2050-2080. Fonte: Istat


Il confronto dei dati rende evidente un punto spesso ripetuto ma raramente quantificato con questa chiarezza: il sistema di welfare, sanità e previdenza che conosciamo è stato costruito su una piramide demografica che nel giro di una generazione non esisterà più.

Famiglie più piccole, più sole, meno “tradizionali”

Il secondo piano del report riguarda come cambierà la vita quotidiana delle persone.
Nel 2050, per la prima volta, le famiglie senza nucleo (persone sole o conviventi senza legami di coppia o genitoriali) supereranno il 44% del totale. Le coppie con figli, oggi quasi il 28% delle famiglie, scenderanno al 21%: verranno superate dalle coppie senza figli già nel 2047 a livello nazionale, con un’accelerazione ancora più marcata al Nord e al Centro.

famiglie, Istat
Fig. 4 — Composizione delle famiglie italiane per tipologia, 2025 vs 2050. Fonte: Istat

Colpisce in particolare la crescita delle persone sole: da 10 a 11,6 milioni, sempre più anziane (il 57% degli individui soli avrà più di 65 anni) e sempre più spesso donne, per pura differenza di speranza di vita. È un dato che dovrebbe interrogare chi progetta politiche abitative, sanitarie e di assistenza domiciliare: il modello familiare su cui è stato costruito il welfare del secolo scorso sta semplicemente scomparendo, un nucleo alla volta.

Il vero nodo: chi sosterrà tutto questo?


Eccoci al terzo piano, quello che lega demografia e sostenibilità economica e su cui mi capita di lavorare più da vicino. La popolazione in età lavorativa (15-64 anni) scenderà dal 63,4% al 55,3% del totale: quasi 7 milioni di persone attive in meno entro metà secolo. Qui che entra in gioco l’unica leva davvero governabile tra quelle che l’Istat mette in fila: il tasso di attività.

Il rapporto restituisce un dato che mi sembra il cuore di tutto il documento: l’aumento della partecipazione previsto per i prossimi 25 anni sarà trainato soprattutto dalle donne. Il tasso di attività femminile dovrebbe salire dal 57,8% al 64,2% (+6,4 punti), contro un +1,6 per gli uomini.

Il divario di genere si ridurrebbe da 17,9 a 13 punti percentuali, restando comunque significativo e drammaticamente più ampio nel Mezzogiorno, dove le donne attive si fermeranno al 49,6% contro una media nazionale già insoddisfacente.

Dati istat
Fig. 5 — Tasso di attività 15-64 anni per genere e ripartizione, 2025 vs 2050. Fonte: Istat


Ogni punto percentuale di partecipazione femminile in più significa forza lavoro, gettito contributivo, base imponibile per sostenere una popolazione che invecchia più rapidamente di quanto si rigeneri.
Non è la prima volta che lo scrivo, ma i numeri di questo report me lo confermano con una nettezza che raramente trovo altrove: colmare il divario occupazionale di genere non è solo una questione di equità, è una condizione strutturale per la tenuta del sistema economico e previdenziale italiano nei prossimi decenni.


Chi come me lavora ogni giorno su questi temi lo sa da tempo; vederlo scritto in una previsione statistica ufficiale dà a quella convinzione un peso diverso.

Dove si gioca la partita

Le previsioni Istat sono uno scenario costruito su ipotesi, per definizione rivedibile. Ma anche nella versione più favorevole, tre elementi restano fermi: la popolazione cala, la società invecchia e si allontana dal modello familiare tradizionale e solo un aumento reale e strutturale della partecipazione femminile al lavoro può attutire l’impatto sulla forza lavoro disponibile. Non è solo un’opinione, ma sono i dati Istat.


Per questo penso che servano politiche del lavoro, sociali e sanitarie pensate per l’invecchiamento della popolazione, per la conciliazione vita-lavoro e che la pianificazione debba muoversi su tre livelli insieme, che nel mio lavoro vedo intrecciarsi ogni giorno:
nazionale: dove si definiscono le cornici normative e previdenziali e uno stato di welfare adeguato,
locale: dove si organizzano concretamente servizi alla persona, sanità territoriale e infrastrutture di cura,
aziendale: dove si traducono questi obiettivi in welfare, flessibilità organizzativa e percorsi di carriera che non penalizzino chi si prende cura di altri.

Le imprese che investiranno oggi in conciliazione vita-lavoro, parità salariale e percorsi di carriera femminili non staranno facendo solo la cosa giusta. Staranno anticipando l’unica variabile demografica su cui, davvero, si può ancora incidere.
Ma la strada, credo fermamente, deve essere tracciata dalla politica per rivedere le infrastrutture ed i servizi di welfare.


La newsletter di Donnemente

Ogni martedì Donnemente arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscriverti clicca qui

Se invece vuoi essere aggiornata via whatsapp, clicca qui


Cinzia Borgiani

Cinzia Borgiani è commercialista e consulente senior presso Omnia & Partners, dove è responsabile dell’area Modelli organizzativi.
Da oltre vent’anni supporta imprese e organizzazioni nell’implementazione di sistemi di gestione, modelli organizzativi ex D.Lgs. 231/2001, percorsi di sostenibilità e rendicontazione ESG.Si occupa di governance, responsabilità sociale, parità di genere, DE&I e conformità ai principali standard nazionali e internazionali.

Dal 2026 è componente della Commissione pari opportunità dell’Ordine dei dottori commercialisti di Macerata-Camerino, già componente della Commissione ESG fino al 2025. E’ attivamente impegnata nella diffusione della cultura della sostenibilità e dell’innovazione organizzativa.

Condividi:

Forse ti interessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *