Michelle Obama
Michelle Obama

Dear Michelle Obama, being right is not enough – non basta aver ragione

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Michelle Obama, Raffaele Vitali
Raffaele Vitali

di Raffaele Vitali

Non è mai banale Michelle Obama, un po’ perché è l’ex first lady, ovvero la moglie del presidente degli Stati Uniti, un po’ perché è una donna con una sua identità, forte e mai negata.

Due elementi che l’hanno resa un’icona, pur senza aver mai fatto qualcosa di speciale se non, anche durante la presidenza del marito, aver espresso pensieri, dando forza alle sue idee. A prescindere dal placet coniugale.

Questa sua dinamicità e indipendenza l’aveva resa ‘la prescelta’. Soprannome che nel basket Nba è stato dato a LeBron James all’inizio della sua carriera. Tra i due, però, c’è una differenza. La stella dei Lakers ha confermato sul campo quello che i critici pensavano di lui. L’avvocata dello studio in cui un giovane Barack Obama si presentò da stagista, ha invece scelto di restare un passo indietro.

Indietro a chi? Al destino, non certo al marito. Una scelta che ha lasciato mano libera ai Repubblicani, che hanno vinto le elezioni e posizionato, per due volte, ai vertici della Nazione il presidente Trump, forse quanto di più lontano da Michelle Obama.

Poteva scegliere diversamente? «Abbiamo molto in cui crescere. Molti uomini non si sentono rappresentati da una donna» tuona l’ex first lady durante la presentazione del suo nuovo libro The Look. Un concetto semplice e di fondo anche reale, lo dicono i numeri, che si parli di uno stato o di un’azienda.

Ha però poi aggiunto: «Non siamo pronti». E fino a qui, nulla da dire. Poi però ha precisato: «Non guardatemi. State mentendo. Non fatemi perdere tempo. Non siete pronti per una donna presidente». Dal siamo al siete in pochi secondi. Un cambio lessicale che è molto più importante della singola lettera che si modifica.

Il nuovo libro di Michelle Obama

L’impegno personale, per cambiare il pensare e la realtà, è fondamentale. Giusto quindi chiamarsi fuori dalla lotta? Chi ha leadership, forza, ruolo, non può accontentarsi di un testo sul come vestirsi partendo dalla propria esperienza. Insomma, se Trump ha vinto due volte, è anche perché Michelle ha detto no. La prima volta con un senso, era uscita da otto impegnativi anni da first lady e sarebbe sembrata la candidata in stile Muppet Show, con i fili a muoverla. La seconda, invece, per scelta.

Oggi, in pieno trumpismo e politica muscolare, può tornare a giocare un ruolo. Quantomeno fare da guida. E invece, il suo ‘non siete pronti’ suona come un armatevi e partite non degno per chi può, per capacità, fare la storia.

Se gli Usa non hanno mai avuto una presidente donna, un motivo è evidente che ci sia. Ma non va dimenticato che la prima candidatura di Hillary Clinton era una minestra riscaldata arrivata in ritardo, la seconda, Kamala Harris, è stata letteralmente buttata lì per assenza di alternative. Donne come soluzioni emergenziali, vittime sacrificali. È questo che serve al mondo femminile per giocare alla prima con quello maschile?

Domanda retorica, banale, che proprio per questo merita di più di un ‘non siete pronti’ o ‘non fatemi perdere tempo’. meglio soffermarsi su un altro passaggio dell’intervista, quello del «nostro potere di donne».

La consapevolezza è il punto da cui partire per uscire da quel ruolo di donna che Virginia Woolf aveva ben rappresentato: «Le donne sono servite in tutti questi secoli come specchi che possiedono il potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo al doppio della sua dimensione naturale». Per cui, dear Michelle, che la società sia pronta oppure no, è ora di provarci senza algoritmi e paracaduti, solo con la forza di chi ha scelto di non essere mai quella dello stare un ‘passo indietro’.

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