Donne e guerra in Palestina: «Non siamo soprannaturali ma questi due anni ci hanno rafforzato»
L’indagine di WeWorld, presentata ieri sera a Milano, analizza l’intersezione tra l’occupazione militare e le strutture patriarcali, restituendo leadership e agency alle donne palestinesi
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«Per l’igiene personale, al posto del sapone ho usato dentifricio per molto tempo e, a un certo punto, persino la sabbia. Più tardi ho scoperto l’uso della cenere e ho provato anche quella… …La prima volta che mi sono trovata senza detergenti è stato davvero difficile».
Il racconto di questa donna palestinese è la voce di migliaia di altre che da quasi tre anni vivono in uno scenario di guerra, dove la violenza del conflitto si intreccia inestricabilmente alla discriminazione di genere.
Doppia oppressione: tra occupazione militare e strutture patriarcali
Le crisi umanitarie non sono mai neutrali rispetto al genere. In Palestina, l’impatto del conflitto sulle donne è il risultato di un intreccio sistematico tra l’occupazione militare e le strutture patriarcali preesistenti. Dall’ottobre 2023, l’escalation delle ostilità a Gaza e l’inasprimento delle politiche di occupazione in Cisgiordania hanno trasformato una discriminazione strutturale in una minaccia quotidiana per la vita.

È quanto emerge dalla nuova indagine di WeWorld, “Her Future at Risk”, uno studio basato su 57 interviste che analizza le realtà vissute e l’azione collettiva delle donne e delle organizzazioni femminili. Lo studio è stato presentato in anteprima ieri sera a Milano, alla Casa delle Donne.
«Storicamente, più gravi sono le sfide politiche ed economiche, maggiore è il ruolo che le donne sono costrette ad assumere, e spesso non è una scelta», racconta una rappresentante della Rural Women’s Development Society. «Le donne palestinesi, come l’intero popolo palestinese, hanno raramente sperimentato la libertà. Dall’era dell’Impero Ottomano al Mandato e all’occupazione in corso, hanno affrontato persistenti lotte sociali e politiche, portando pesi e pagando un prezzo alto nel corso della storia».
La lotta delle donne come “sumud” della società
La salute sessuale e riproduttiva delle donne è compromessa, quella mentale è sotto pressione costante e la mancanza di privacy e di servizi igienici adeguati rendono persino la gestione del ciclo mestruale un ostacolo insormontabile.

Con il collasso dei sistemi sanitari, idrici e scolastici, le palestinesi sono diventate il fulcro della sopravvivenza: «In tutti i settori della vita, le donne sono presenti e attive – spiega una rappresentante del Women’s Affairs Centre – Nell’istruzione, nella salute, nell’agricoltura. Tutto questo fa parte della lotta delle donne per i propri diritti, e questa lotta rappresenta il sumud (resilienza) della società stessa. Anche la donna che rimane in casa è una donna che lavora».
Rischio di essere molestate anche nei luoghi sicuri
Spetta sempre alle donne il carico della cura familiare e della tenuta sociale, nonostante l’instabilità economica abbia esasperato i rischi di violenza di genere, che aumentano nei rifugi sovraffollati e persino nei punti di distribuzione degli aiuti.
«Per molte, anche azioni quotidiane come andare a prendere l’acqua o ritirare gli aiuti possono diventare un rischio. Sono esposte a molestie continue, in spazi che dovrebbero essere sicuri, e questo limita ulteriormente la loro libertà e accesso ai servizi» commenta Giovanna Fotia, direttrice di WeWorld in Palestina.
Il paradosso della leadership
Nonostante le donne siano le prime a organizzare la logistica della sopravvivenza, restano spesso escluse dai tavoli decisionali. Le organizzazioni guidate da donne ricevono solo una minima frazione dei fondi globali, che continuano a essere canalizzati verso grandi agenzie o strutture a leadership maschile.

«Le palestinesi svolgono ruoli complessi come madri, mogli e donne attive nella società, e questi ruoli non sono facili – racconta una rappresentante del Women’s Social Counselling Centre – Ad esempio, le donne rurali sono responsabili del lavoro agricolo, ma il loro accesso ai proventi del lavoro agricolo è molto limitato, e di solito vanno all’uomo che li spende per il suo fumo preferito e altre cose».
Il ruolo prezioso delle operatrici
Sono quindi mediatrici, educatrici e volontarie a garantire l’accesso ai servizi e a costruire quella fiducia necessaria per proteggere le ragazze più vulnerabili. La loro presenza è vitale soprattutto per donne e ragazze, poiché costruisce fiducia, garantisce sicurezza e permette l’accesso a servizi che altrimenti potrebbero essere inaccessibili o pericolosi.
«Le operatrici umanitarie sono le prime a intervenire e le ultime a fermarsi – conclude Giovanna Fotia – Vivono la stessa crisi che cercano di lenire: questo rende il loro ruolo essenziale, ma profondamente esposto».
Sorellanza e mutuo aiuto: la resistenza quotidiana nei rifugi
In questo contesto emergono nuove forme di sorellanza e mutuo aiuto. Nei rifugi sovraffollati, nelle tende, negli spazi improvvisati, le donne costruiscono reti di supporto: condividono cibo, si prendono cura dei figli delle altre, organizzano spazi sicuri, si sostengono emotivamente.

La speranza, nonostante tutto, non è un concetto astratto ma una pratica quotidiana: «Noi, le donne di Gaza, non siamo esseri soprannaturali – racconta una 33enne – Dobbiamo sopportare tutte queste esperienze, dobbiamo soffrire, ma abbiamo imparato molto bene come resistere e stare a testa alta fino alla fine. Questi due anni non ci hanno sconfitto; ci hanno reso più forti, più resilienti e determinate a raggiungere la vita che meritiamo».
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Gaia Bonomelli
Giornalista professionista, con la passione per le storie fin da bambina. Oggi racconta quelle degli altri, con uno sguardo attento su attualità, cronaca e temi sociali. Laureata in media, comunicazione digitale ed editoria all’Università degli Studi di Bergamo, nella sua tesi ha indagato le forme di medialità nella ricerca dei bambini scomparsi, dagli anni ’80 a oggi. Prima ancora, ha conseguito una laurea in sociologia all’Università di Milano-Bicocca, approfondendo la risposta femminile alla violenza maschile attraverso l’esperienza alla Casa delle Donne di Treviglio, associazione dove è volontaria da anni e dalla cui esperienza è nato il suo primo libro, "E vissero tutte felici e vincenti", edito da Gruppo Albatros Il Filo. E' relatrice in numerosi seminari sul tema della violenza di genere, in scuole, aziende e manifestazioni culturali.







