Natalità nostra, quanto ci manchi
Natalità nostra, quanto ci manchi.
Se fosse l’avvio di un articolo di trent’anni fa, andrebbe bene. Come inizio di una riflessione di oggi, va bene lo stesso.
Mia cara natalità, quanto mi manchi, avremmo potuto cominciare a dire nel 1995 quando l’Italia registrò il numero più basso di nati vivi.
La natalità non è un tema da donne
In mezzo ci sono stati trent’anni di cambiamenti su tutti i fronti e in tutte le parti del mondo, un’evoluzione tecnologica di portata gigantesca, internet, gli smartphone, l’intelligenza artificiale, globalizzazione di qualsiasi settore, ritrovati della scienza e della medicina che consentono di vivere più a lungo e in certi casi pure bene o benino. Eppure siamo qui con lo stesso sospiro di parecchi anni fa per dire la mancanza di nuovi nati e il forte desiderio di avere accanto una natalità forte e in salute perché la sua assenza crea un vuoto. In poche parole, scarseggiano le nascite. Siamo arrivati al numero più basso mai registrato nel nostro Paese, 369.944 i bambini venuti al mondo nelle italiche regioni nel 2024.
Una novità rispetto ai numeri pure negativi di trent’anni fa c’è eccome: la verità su cui puntare una luce grande così è che la natalità bassissima non è più solo roba da statistiche, non è un argomento da relegare nelle riflessioni possibilmente annuali sui pochi figli che nascono, la crisi del lavoro, i soldi che non bastano mai. Non è nemmeno più un tema da donne, non è una faccenda che riguarda solo le donne.

Cambiare Paese o cambiare il Paese?
Si sono appena tenuti a Roma gli Stati generali della Natalità, una due giorni inaugurata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, davanti ad una platea di duemila studenti e con la partecipazione di istituzioni, giornalisti, pensatori, studiosi, manager, sindacati, docenti e associazioni di varie categorie. Giunti alla quinta edizione, gli Stati generali della natalità hanno cercato risposte intorno alla domanda provocatoria: cambiare Paese o cambiare il Paese?
Dopo spunti, considerazioni, numeri, citazioni e proposte per affrontare il tema della natalità in picchiata e possibilmente invertirne l’andamento, facciamo qualche riflessione.
Il calo demografico in Italia sta producendo risultati disastrosi a tutti i livelli, rappresenta una crisi estesa e variegata di tutta la società, quindi passa per il sistema lavorativo, scolastico, sanitario e ovviamente economico.
Facciamoci una domanda che contiene una parola anche un po’ di moda: è sostenibile?
La natalità in picchiata è sostenibile?
No, non lo è.
Crisi delle culle in un sistema inceppato
Tra le cose importanti da fare c’è quella di prendere consapevolezza della portata di questo andamento e mettere mano al suo cambiamento.
E’ necessaria un’inversione di tendenza. Non certo aspettando che le cose si compiano.
La denatalità non è un destino ma una scelta di tutta la collettività. E’ riduttivo parlare di “crisi delle culle” perché la vera crisi sta nelle condizioni strutturali del nostro sistema. E’ inceppato, il meccanismo.
Vediamo le cause e le criticità strutturali, le più evidenti almeno.
Precarietà lavorativa e salariale.
Carico di cura sbilanciato tra donne e uomini.
Servizi per l’infanzia insufficienti e disomogenei.
Penalizzazione della maternità sulla carriera lavorativa.
La denatalità è un tema economico, non solo “familiare”. Impatta sull’andamento di medio e lungo periodo attraverso la sostenibilità o meno del sistema pensionistico, si riflette sulla carenza di forza lavoro e pure sul rallentamento dell’innovazione.
Questo circolo preoccupante si ripercuote particolarmente su donne e giovani.
Da dove passa il futuro
Cosa fare d’ora in poi?
Attenzione ai servizi, da intendere non come costo ma come una infrastruttura sociale: asili nido accessibili e di qualità, assistenza domiciliare agli anziani, congedi parentali equi e ben retribuiti, flessibilità lavorativa reale. In poche parole, senza welfare non c’è natalità.
Un’altra questione che pesa e decide il futuro è l’equilibrio vita-lavoro, non pensiamo a un benefit aziendale o una questione delle donne. Il bilanciamento della vita familiare con quella lavorativa chiama in causa le imprese e la cultura organizzativa e sociale nel suo complesso.
Focus sugli uomini: la natalità riguarda tutti e senza corresponsabilità fra uomini e donne, ogni politica per la natalità resta fragile.
Si capisce che sono necessari interventi di varia natura, strutturali nel sistema assistenziale, economici di sostegno alla famiglia e alle aziende in cui lavorano madri e padri, alle lavoratrici e lavoratori autonomi con misure mirate a chi sta crescendo mettendo figli al mondo e crescendo la famiglia. Inoltre serve fermento culturale trasversale a tutti i settori e a tutti i canali della comunicazione.
Concentriamoci sulla natalità
Viviamo anni in cui i canali distributivi della informazione e quelli della comunicazione digitale sono tra i più numerosi e variegati di sempre, con la Rete che consente di sparare informazioni ovunque ma soprattutto consente di plasmare abitudini, usanze e trend, tira su consumatori di qualsiasi prodotto e servizio, stimola curiosità e usi e costumi raccontando di viaggi, tecnologia, abbigliamento, master su ogni tema e molto altro.
Vorrei che la narrazione sui social e sulle tante piattaforme digitali che c’intrattengono con foto, video, reel, flash, parole, meme, loghi, citazioni e quant’altro ci passa davanti agli occhi, vorrei che la narrazione cominciasse a riempirsi di nuovi nati, di genitori, di esperienze e possibilità legate alla natalità, alla maternità, alla famiglia, al lavoro, agli equilibri tra vita e professione.
Lontano da me il pensiero di dover condividere l’intimità sui social, o di ostentare o mostrare neonati e ragazzini. E’ puro spirito di comunicazione come linguaggio che mette in moto le relazioni e le società, la voglia di raccontare sempre di più e rispettosamente le buone novelle di un Paese che cresce, si rinnova e vive in equilibrio.
Oggi la cultura passa anche per le vie della rete internet, sugli smartphone che abbiamo sempre in mano, sul tablet nella borsa, sul computer portatile accanto al divano, sullo schermo sulla scrivania in ufficio. La speranza è che la cultura sociale che forma le nostre teste, che desta la nostra curiosità, che ci accompagna in tutte le fasi della vita, si concentri anche sul tema della natalità.
Parlare di denatalità e di numeri bassissimi relativi ai nuovi nati e ai figli per donna non può più essere un tema da 8 marzo o per ricorrenze prestabilite. Diventi ora un argomento di tutti i mesi dell’anno, degli uomini e delle donne. Ecco, sta proprio qui una chiave di volta della faccenda della scarsissima natalità in Italia.
Il ruolo chiave della maternità nella ripresa economica
In pochi sanno e soprattutto dicono che per l’Italia una delle grandi criticità di questi anni è la mancanza di bambini e di giovani: la maternità assume un ruolo chiave nello sviluppo del Paese, nella ripresa economica, nella possibilità di dare ossigeno a tutte le fasce sociali attraverso mani, braccia, menti e cuori nuovi e freschi. E’ dare futuro.
Con questa visione, anche l’occupazione femminile e il lavoro delle donne diventano ago della bilancia socio-economica di tutti, uomini e donne. E’ necessario investire sulle donne per investire sul futuro. E’ il momento di dire alle istituzioni, ai politici, ai datori di lavoro, a tutti che dare il braccio a donne e famiglie significa sostenere l’intero sistema Paese.
E’ ora di rilanciare il tema dell’equità come condizione di sviluppo.
La natalità non cresce con gli appelli o con i grafici, ma con le scelte.
Equità in pratica
Seguendo il mood di Donnemente, equità in pratica, dai dibattiti di quest’ultimo periodo prendiamo tra l’altro questa concretezza.
Va accorciato il ritardo che è un inciampo e incide negativamente anche sui numeri demografici: ritardo nel trovare un’occupazione stabile, ritardo nel rendersi autonomi, ritardo nell’avere accesso a un’abitazione, in ritardo nel mettere su famiglia
Investire sui servizi di cura per aumentarne la disponibilità, quindi maggiori risorse da impiegare nei servizi per infanzia, anziani, famiglia
L’età materna al momento del primo figlio (poco meno di 33 anni, in media) si è alzata troppo ed è un punto cruciale per comprendere la caduta del tasso di fecondità
Il mercato del lavoro presenta criticità sistemiche da affrontare velocemente per evitare che incidano sulle decisioni legate alla formazione della famiglia: le carriere iniziano con contratti a termine, retribuzioni ridotte e scarse prospettive di stabilità a breve; ne segue difficoltà di accesso all’autonomia economica per programmare scelte di lungo periodo
Dobbiamo essere consapevoli che finché rimarrà più debole la condizione delle nuove generazioni e (ancor più) delle donne in Italia rispetto al resto d’Europa, non solo la natalità rimarrà più bassa, ma saranno anche sempre più coloro che sceglieranno di diventare lavoratori e genitori altrove
L’Italia non è un paese qualsiasi, è la terra che ha dato impronte culturali e sociali al mondo intero, dai Romani fino a oggi. La consapevolezza del valore sia d’aiuto anche nel rivedere le strategie per aumentare le nascite.
Giornalista e scrittrice, formatrice sul tema della comunicazione.
Ha scritto “Equilibriste” (AltreVoci), un libro che affronta con ironia il tema dell’equilibrio tra vita personale e professionale. E’ autrice di due romanzi gialli Alzati e corri, direttora (Mondadori) e Il silenzio dell’erba (Kobo Originals), tiene corsi di comunicazione e svolge ricerche sul tema donne e lavoro. Ha ideato e dirige i percorsi “Equilibri al centro” per crescere e migliorarsi tra vita e lavoro. Collabora con riviste e tv.
Il suo motto è #conleparole







