Nuove forme di empowerment, Federica Pizzini: «Basta sindrome dell’impostore»
Nel panorama contemporaneo dell’empowerment femminile, Federica Pizzini, Head of diversity equity and Inclusion di Unipol, rappresenta una voce di riferimento per chi lavora sull’evoluzione culturale e organizzativa delle imprese. Con una formazione che unisce economia, psicologia, coaching e mentoring, ha maturato una profonda esperienza nella promozione della leadership inclusiva e nella valorizzazione del talento femminile. In questa intervista, condivide riflessioni e prospettive sulruolo delle donne, sul cambiamento e sulle nuove forme di empowerment.
Come definirebbe l’empowerment femminile oggi e quali aspetti ritiene fondamentali per renderlo reale, e non solo dichiarato?
«Oggi si parla tanto di empowerment al femminile, ma troppo spesso in modo astratto e teorico. Io sono una donna di azienda, una donna “del fare” con la maturata consapevolezza che quando si parla di certi temi occorre essere concreti. L’empowerment femminile è un processo sistemico che coinvolge persone, culture, organizzazioni ed istituzioni e inizia nell’educazione scolastica.
Per me significa creare contesti in cui le donne possano esprimere pienamente il proprio potenziale, senza dover rinunciare alla propria autenticità.
Sono necessari, pertanto, tre elementi per renderlo reale: la capacità di riconoscere il proprio valore; la responsabilità organizzativa, che implica definire politiche e leadership inclusive e cambiamento culturale, perché solo modificando i modelli mentali e i linguaggi possiamo rendere l’equità una pratica quotidiana e non un obiettivo teorico.
Ad oggi i dati statistici ci dicono che il percorso è ancora lungo, soprattutto in Italia, ma, grazie al confronto con gli altri Paesi, al processo di ottenimento – per le aziende – della Certificazione per la parità di genere, all’introduzione della prossima Direttiva Europea sulla Pay Transparency e alla spinta delle nuove generazioni, cominceremo a vedere dei segnali di miglioramento.
Nel suo percorso professionale, quali esperienze o incontri hanno maggiormente influenzato la sua visione sull’inclusione e sulla parità di genere?
«Le esperienze più significative sono state quelle in cui ho potuto ascoltare storie diverse dalla mia. Ho fatto le scuole a Parigi quando la multiculturalità era presente in modo naturale nella quotidianità. Tornata in Italia, dopo la laurea, ho subito iniziato a lavorare in aziende molto grandi. Lavorare come HR in contesti aziendali complessi, diversi settori merceologici con generazioni differenti, mi ha fatto comprendere quanto l’inclusione non sia un “tema di genere”, o di “moda”, ma un modo di guardare al valore dell’altro. È come se a noi tutti chiedessero di indossare delle lenti magiche che ci fanno vedere le persone nella loro unicità.
Ho avuto la fortuna di incontrare mentori — donne e uomini — che hanno creduto nella mia crescita, aiutandomi a sviluppare una leadership basata sull’ascolto, sulla collaborazione e non sulla competizione. Queste esperienze mi hanno insegnato che l’inclusione nasce dall’empatia e dal coraggio di mettere in discussione le proprie abitudini o approcci. Iniziare molto giovane ad essere a capo di strutture con collaboratori uomini, spesso più grandi di me, mi ha fatto accelerare il percorso di crescita personale e professionale, fatto di competenza, passione, determinazione e autonomia di pensiero».
Molte donne incontrano ancora barriere invisibili nella crescita professionale. Quali strumenti o strategie consiglia per superarle?
«Il primo passo è riconoscere queste barriere, spesso interiorizzate come limiti personali o ambizioni soppresse. La sindrome dell’impostore, ad esempio, è ancora molto diffusa tra le donne competenti e preparate.
Suggerisco di lavorare su tre dimensioni:
- Autoconsapevolezza, attraverso percorsi di coaching o mentoring che aiutino a definire i propri obiettivi e punti di forza. È un regalo che dobbiamo farci ed è utile per la nostra crescita personale e professionale, oltre che come obiettivo per il nostro benessere.
- Networking, perché la crescita passa anche dalla capacità di creare delle connessioni di valore e di visibilità. Le donne devono allenarsi a creare alleanze.
- Cultura del feedback, imparando a chiedere e offrire feedback autentici e costruttivi, per sviluppare fiducia reciproca e miglioramento continuo.
In sintesi, serve un mix di autonomia personale e supporto relazionale».
Che ruolo hanno la leadership inclusiva e le reti di supporto femminili nel promuovere un cambiamento concreto?
«Un ruolo fondamentale. La leadership inclusiva è quella che riconosce e valorizza le differenze come risorsa, creando spazi di dialogo e fiducia.
Dall’altro, le reti di supporto femminili – la sorellanza – possono essere dei potenti catalizzatori di empowerment: favoriscono la condivisione di esperienze, opportunità e strumenti concreti per la crescita.
Quando queste due dimensioni si incontrano — leadership e rete — si crea un circolo virtuoso che trasforma davvero le organizzazioni, perché il cambiamento diventa collettivo e sostenibile, non legato a singole figure o estemporaneo temporalmente.
Faccio parte, come mentore, di un’associazione di mentor e mentee tutta al femminile. Quando ci incontriamo, si sprigiona un’energia enorme, della quale non sempre ci rendiamo conto di avere. Bellissimo».
Se dovesse dare un messaggio alle giovani donne che si affacciano al mondo del lavoro, quale sarebbe il suo consiglio per costruire fiducia e autonomia?
«Direi: regalatevi dosi di autostima, resilienza e autenticità coraggiosa.
Non cercate di conformarvi a modelli preesistenti, ma costruite il vostro percorso partendo da ciò che vi appassiona e da ciò che vi distingue. La fiducia nasce dall’esperienza e dall’azione: ogni volta che affrontate una sfida, anche piccola, state costruendo la vostra autorevolezza.
E ricordate che l’autonomia non significa fare tutto da sole, ma saper chiedere supporto con consapevolezza e umiltà. Il vero empowerment è la libertà di scegliere, non la necessità di dimostrare».
Claudia Brattini, farmacista con specializzazione in nutrizione e chimica degli alimenti, laureata in Scienze della Nutrizione. È Giornalista pubblicista e si occupa di comunicazione nel mondo della salute. Ha conseguito un master in Comunicazione della Salute & Digital Marketing Sanitario, Giornalismo e Data
Journalism organizzato dal Corriere della Sera. È autrice del libro di cucina per bambini "Gustosissimo, favole ricette ed emozioni da impastare".







