Essere assertive, una competenza che si può allenare
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Si parla sempre più spesso di assertività come potenziale soluzione a tutte le difficoltà relazionali. Ma poi in realtà sono davvero in poche le donne che sanno con certezza cosa vuol dire essere assertive, chi lo è spesso non sa trasmetterne l’arte e chi non lo è, ci rinuncia.
Abbiamo quindi chiesto di approfondire le dinamiche dell’assertività a Elisa Scataglini, psicologa clinica con formazione post-laurea nelle Terapie Brevi in età evolutiva e attualmente in specializzazione in Psicoterapia Breve Sistemico-Strategica.
Entusiasta della sua professione e capace di tradurre in concretezza anni di studi psicologici, oltre a divulgarli sui social dove è @facciamoacapirci, ci siamo affidate a lei per capire come essere assertive può esserci davvero utile nella vita di tutti i giorni.
Elisa Scataglini, come mai è diventata psicologa?
«Durante gli anni di liceo ho capito che cosa assolutamente non avrei voluto fare ed ho iniziato a pensare al mio futuro andando per esclusione. Poco romantico, ma la realtà è che ho scoperto la psicologia proprio così e poi me ne sono innamorata al primo anno di università».
Di cosa si occupa in particolare?
«Mi occupo della conduzione di gruppi di psicoeducazione focalizzati sulla conoscenza e sulla gestione delle emozioni e sulle relazioni interpersonali. Attualmente lavoro in ambito educativo, in un contesto che promuove l’autonomia e l’integrazione sociale di giovani adulti e giovani adulte con disabilità. Parallelamente porto avanti la mia attività in libera professione come psicologa».
Essere assertive per un clima relazionale di rispetto
Che cosa vuol dire essere assertive?
«Essere assertive significa saper comunicare i propri bisogni, desideri e stati interni in modo efficace, senza rinunciare a sé stesse ma neanche perdendo di vista l’altro.
Spesso, quando sentiamo il bisogno di dire qualcosa di importante, si aprono due possibili scenari: il primo è che temiamo così tanto la reazione dell’altro che finiamo per inibirci e autocensurarci, il secondo è che ci concentriamo talmente tanto su ciò che proviamo noi che rischiamo di dimenticare che dall’altra parte c’è una persona su cui ciò che diremo avrà un certo effetto.
La comunicazione assertiva è il punto di incontro fra queste due strade, in cui mi permetto di esprimere ciò che sento senza dovermi censurare e nel farlo rendo la persona con cui mi sto interfacciando co-protagonista della relazione.
Essere assertive, quindi, non significa semplicemente “dire quello che si pensa”. Altrimenti anche chi urla in preda alla rabbia sarebbe assertivo, mentre sappiamo che non è così. Significa invece prestare attenzione a due aspetti fondamentali della comunicazione: il contenuto e la relazione.
L’aspetto del contenuto della comunicazione è ciò che diciamo “letteralmente”, mentre l’aspetto della relazione è il modo in cui lo diciamo e il clima che costruiamo con l’altra persona durante la comunicazione.
L’aspetto della relazione è fondamentale, perché in sostanza è come un ponte: permette ai nostri messaggi di arrivare davvero all’altro. Se quel ponte si danneggia, anche le parole più legittime rischiano di non passare. Nella pratica, significa impegnarsi a costruire nella comunicazione un clima di fiducia, ascolto e collaborazione, ricordando che quando comunichiamo siamo sempre in due.
L’obiettivo non è controllare la reazione dell’altro, cosa fra l’altro impossibile, ma creare le condizioni perché l’altro senta di poter contribuire ad uno scambio che avviene in un clima relazionale in cui vige il rispetto reciproco, anziché uno spazio di lotta da cui si esce vinti o vincitori».
Una competenza comunicativa da allenare
È una caratteristica della personalità o si può allenare?
«L’assertività si può allenare. Alcune persone possono trovarla più naturale, mentre per altre può richiedere più tempo e pratica, ma non è una capacità riservata a pochi.
Si tratta di una competenza comunicativa che può essere sviluppata nel tempo, attraverso maggiore consapevolezza di sé, dei propri bisogni e del proprio modo di relazionarsi agli altri. Più la si esercita e più diventa accessibile e spontanea».

In quali casi può aiutare essere assertive?
«L’assertività è utile in tutte quelle situazioni in cui sentiamo il bisogno di esprimerci: fare una richiesta, condividere un’osservazione, dare feedback o rapportarci all’altro a partire da un nostro bisogno, desiderio o pensiero. Spesso, in questi momenti, tendiamo a trattenerci per paura di ferire l’altro, essere fraintese o generare un conflitto. Così finiamo per non dire ciò che vorremmo davvero, entrando in dinamiche frustranti o poco autentiche.
L’assertività ci permette di uscire da questo schema, aiutandoci a esprimere ciò che sentiamo in modo chiaro ed efficace, senza evitare il confronto ma neanche alimentando lo scontro. In questo senso, diventa uno strumento fondamentale per costruire relazioni più sincere, in cui rispettiamo sia l’altro che noi stesse».
Assertività in pratica
Ci sono delle azioni concrete che ci consentono di essere assertive?
«Sì, e il primo passo fondamentale è assumersi la responsabilità del proprio modo di comunicare, ricordando quanto sia importante il clima relazionale che accompagna ciò che diciamo. A partire da qui, un secondo passo è fermarsi a osservare come stiamo, prima o durante una comunicazione: quali emozioni e quali pensieri ci stanno guidando in quel momento. Infatti un aspetto centrale per allenare l’assertività è aumentare la nostra capacità di regolazione emotiva.
Questo perché comunicare quando siamo molto attivate emotivamente rende più probabile che anche l’altro entri in uno stato simile di attivazione, aumentando il rischio di incomprensioni e/o conflitto. Per questo è utile allenarsi a riconoscere ciò che proviamo e a prendersene la responsabilità.
L’emozione che emerge in una certa situazione è spontanea, ma il modo in cui la gestiamo e il comportamento che ne segue sono una nostra scelta, e possiamo imparare a renderla sempre più consapevole e funzionale».
Ci sono delle frasi chiave che potrebbero essere utili?
«Non esistono frasi che funzionano sempre di per sé, ma una regola guida è quella di far sentire anche l’altro compreso nella sua posizione prima di esprimere il nostro punto di vista.
Un’altra regola guida, per mantenere un buon clima relazionale ed evitare che l’altro si senta sotto accusa o minacciato, è riferirci alla situazione specifica di cui stiamo parlando, evitando generalizzazioni come “è sempre così che fai”. In questo modo non stiamo puntando il dito su come l’altro è, ma su un comportamento osservabile, rendendo più facile per lui o lei restare in una posizione di ascolto e confronto poiché non è minacciata una sua caratteristica personale e identitaria.
Può essere inoltre utile parlare in prima persona, utilizzando frasi che partono da sé, come “io mi sono sentita…” o “per me è importante…”, perché questo cambia completamente il modo in cui l’altro riceve il messaggio.
Quando usiamo frasi come “tu mi hai fatto sentire così”, l’altro tende a sentirsi accusato e, quasi automaticamente, entra in una posizione di difesa o di contrattacco, smettendo di ascoltare davvero. Se invece partiamo da noi, esprimendo il nostro vissuto, non stiamo definendo o giudicando l’altro come persona. Questo aumenta la possibilità l’altro si senta nella condizione di comprendere cosa sta succedendo dentro di noi e le ragioni del dialogo».
Ritrovare il controllo di sé
Come si fa ad essere assertive quando si è già perso il controllo di sé stesse?
«Quando ci accorgiamo di aver perso il controllo durante una discussione, la scelta più assertiva non è andare avanti a tutti i costi, ma fermarsi. Possiamo comunicare all’altra persona che in quel momento ci sentiamo troppo attivate per continuare la conversazione in modo costruttivo.
È importante chiarire che si tratta di una pausa e non di un ritiro. Quindi possiamo prenderci del tempo per regolarci e poi tornare sulla questione con maggiore lucidità. Un passaggio fondamentale quindi è proprio far capire all’altro che non ci stiamo allontanando perché non ci interessa, ma esattamente il contrario, perché ci teniamo a quella conversazione e vogliamo affrontarla nel modo migliore possibile. Ad esempio, si può dire: “Mi rendo conto che in questo momento non riesco ad affrontare questa discussione come vorrei. Dato che per me è molto importante farlo bene, ho bisogno di prendermi un attimo e poi tornarci con più calma”».
C’è un errore comune che vede spesso nelle donne che ci provano?
«Forse un aspetto comune è la tendenza a confondere l’assertività con il rischio di risultare aggressive o egoiste. Questo porta molte donne a trattenersi, a mettere continuamente in secondo piano i propri bisogni e a esprimersi solo quando la situazione diventa troppo intensa, con il rischio di arrivare ad esplodere.
Allo stesso tempo, quando si prova ad essere più assertive, può capitare che lo si faccia inizialmente in modo un po’ rigido o improvviso, proprio perché è qualcosa di nuovo e poco allenato. Questo a volte può creare fraintendimenti e portare a pensare di “non essere capaci”, quando in realtà si tratta solo di una fase iniziale del processo in cui stiamo allenando una nuova abilità.
Un fraintendimento è pensare che essere assertive significhi dover trovare sempre le parole perfette o gestire al meglio ogni reazione dell’altro. In realtà, l’assertività non è controllo né perfezione continua nel modo di comunicare, ma un modo di stare nella relazione che richiede allenamento, tentativi e anche diversi errori.
Significa fra l’altro anche darsi la possibilità di scegliere: non siamo obbligate ad essere assertive in ogni momento, ma possiamo valutare quando e come esprimerci, in base al contesto, alle nostre risorse e a ciò che per noi è importante in quella situazione».
Assertività di genere
Le donne generalmente sono meno assertive degli uomini? Se si, è ricollegabile all’educazione che ricevono?
«In alcune ricerche sono emerse differenze fra i livelli di assertività in base al genere.
Vanno tenuti a mente però diversi aspetti, fra cui quello di che cosa si intende in queste ricerche con “assertività”. Nelle ricerche in cui l’assertività viene fatta coincidere con la “dominanza” e viene slegata dal concetto di capacità di affiliazione e capacità di creare relazioni, gli uomini tendono a risultare più assertivi delle donne.
Ma nella realtà sappiamo che l’assertività non è semplicemente asserire se stessi imponendosi nella relazione, e che questa competenza comunicativa non può prescindere dalla capacità di costruire un clima relazionale collaborativo.
Un altro dato interessante che emerge dalla ricerca è che l’assertività sembra dipendere dal contesto (e quindi dalle aspettative sociali esterne e interiorizzate). Alcune ricerche dimostrano infatti che gli uomini tendono a risultare più assertivi in contesti formali, pubblici e competitivi, mentre la differenza di assertività per genere si annulla o si inverte nei contesti personali o relazionali.
Ma anche qui andrebbe attenzionato cosa queste ricerche hanno inteso con assertività, in che modo cioè hanno operazionalizzato questo costrutto per andarlo a studiare.
L’educazione certamente incide sulla probabilità di diventare persone assertive nella vita adulta. Direi che per quanto riguarda le donne la tendenza è quella di ricevere messaggi educativi più o meno espliciti che valorizzano l’essere accomodanti, disponibili, attente ai bisogni degli altri.
Questo può rendere più complesso autorizzarsi a portare in luce un proprio bisogno o una richiesta, soprattutto quando si teme che così facendo si possa scontentare l’altro. Dall’altra parte gli uomini potrebbero incontrare invece maggiori difficoltà nell’essere assertivi (non intendendo assertività come dominanza) quando l’educazione ricevuta è maggiormente concentrata sul “dover fare” piuttosto che sul poter essere e sentire.
Allenarsi ad entrare in contatto con le proprie emozioni, saperle nominare e regolare è infatti un tassello fondamentale per costruire una comunicazione realmente assertiva (che ha qualcosa in più rispetto al più semplice “asserire se stessi”)».
Assertività e stereotipi
Quanto pesano gli stereotipi di genere nel rendere le donne meno assertive?
«Gli stereotipi di genere possono avere un peso significativo soprattutto perché agiscono in modo spesso implicito, influenzando il modo in cui impariamo a percepirci e a esprimerci fin da piccole.
Crescere con l’idea, più o meno esplicita, che essere disponibili, accomodanti e attente agli altri sia qualcosa di positivo, e che l’espressione diretta dei propri bisogni può essere percepita come eccessiva o fuori luogo, può portare nel tempo a inibire alcune parti di sé, soprattutto quando c’è il rischio di entrare in conflitto o di scontentare qualcuno.
Il problema degli stereotipi è che non agiscono solo “dall’esterno” ma tendono ad essere interiorizzati, diventando criteri con cui le persone si identificano e valutano sé stesse. Questo rende l’assertività non solo una competenza da apprendere, ma anche qualcosa che può richiedere all’inizio un primo lavoro di autorizzazione interna».
Che legame c’è tra autostima e assertività?
«Potremmo dire che autostima e assertività sono connesse fra loro in modo circolare. Avere una buona stima di noi facilita l’autorizzarci ad esprimere i nostri valori, posizioni, idee e bisogni.
Al tempo stesso riuscire ad asserire noi stesse in modo funzionale, quindi esprimerci in modo chiaro dopo esserci autorizzate a farlo alimenta e nutre la stima nei nostri confronti, poiché va ad incidere sull’autoefficacia percepita (che è uno dei pilastri su cui poggia l’autostima), ovvero la consapevolezza di avere la capacità di mettere in atto azioni per produrre risultati, affrontare situazioni specifiche e raggiungere obiettivi. In altre parole potremmo dire che l’autostima facilita l’assertività, ma da sola non garantisce l’essere assertive.
E che allenare l’assertività permette di aumentare l’autoefficacia percepita e di conseguenza la nostra autostima. Per iniziare ad essere assertive non dobbiamo aspettare di avere un’alta autostima, possono essere entrambe costruite e rafforzate nel tempo, un passo alla volta».
È ancora difficile dire “no”
Dire “no” è ancora così difficile: cosa succede dentro di noi in quel momento?
«Dire no può essere difficile perché di fronte ad una richiesta non stiamo gestendo solo la decisione di accettare o rifiutare, ma anche tutto ciò che il rispondere a quella richiesta attiva dentro di noi.
Spesso entrano in gioco emozioni come il senso di colpa, la paura di deludere, di essere giudicate o di compromettere la relazione. Dire di no è difficile perché può emergere il timore di non essere accettate o di perdere il legame con l’altra persona. Quando sentiamo questo timore, dire no finisce per sembrarci qualcosa di sbagliato, anche quando in realtà ci stiamo solo prendendo cura di noi stesse. In quei momenti si attiva una sorta di conflitto interno: da una parte c’è ciò che sentiamo e di cui avremmo bisogno, dall’altra la paura di cosa potrebbe succedere se dicessimo no e il desiderio di mantenere la relazione e l’immagine che pensiamo l’altro abbia di noi.
Essere assertive ci allena proprio a restare in questo spazio di tensione senza evitarlo, riconoscendo che dire “no” non distrugge la relazione, ma può renderla più autentica. E ci permette, nel tempo, di fare esperienza del fatto che possiamo continuare ad essere persone degne e meritevoli agli occhi degli altri anche quando ci sottraiamo ad una richiesta».
Risposte assertive a mansplaining e imbarazzo
Può essere utile in caso di mansplaining?
«Questa è una domanda molto interessante e la risposta breve è sì. L’assertività è uno strumento utile nella comunicazione, soprattutto in quei contesti in cui l’interlocutore si pone in un modo che può rendere più difficile proseguire lo scambio in modo costruttivo. Per affinare la risposta, però, è importante aggiungere un passaggio fondamentale: l’assertività è davvero utile quando chiariamo prima di tutto con noi stesse qual è l’obiettivo con cui stiamo comunicando.
A partire da questo, possiamo poi modulare il modo in cui scegliamo di esprimerci. Ad esempio, potrei decidere di usare una comunicazione assertiva con l’obiettivo di portare l’attenzione su come si sta svolgendo la conversazione, esprimendo ciò che sto provando e il fatto che alcuni toni o modalità mi fanno sentire in una posizione non alla pari, mentre avrei piacere di contribuire alla discussione portando un punto di vista che considero altrettanto valido e degno di ascolto.
In altri casi, invece, potrei scegliere di non soffermarmi su questo aspetto, se non è il mio obiettivo del momento, e andare direttamente a impegnare la comunicazione su ciò che per me è più importante far arrivare all’altro in quella situazione, ed anche in questo caso potrei farlo in modo assertivo.
In entrambi i casi, è comunque importante non cadere nella trappola di voler “rimettere l’altro al suo posto”, perché questo porterebbe il nostro stile comunicativo fuori dall’area dell’assertività. Restare chiare e presenti nella comunicazione, mantenendo aperto uno spazio di scambio (soprattutto quando è più difficile farlo), è già di per sé il modo più efficace e competente di comunicare».
Può aiutare ad affrontare situazioni di imbarazzo?
«Sì può aiutarci, non nel senso che riduce necessariamente l’imbarazzo (anche se capita spesso che dichiarare che siamo in imbarazzo diventi già di per sé un riduttore di imbarazzo) ma nel senso che ci permette, anche nei momenti in cui ci sentiamo esposte e in dubbio rispetto a come potremmo essere percepite da fuori, di autorizzarci ad essere presenti nella relazione e nel contesto.
Se l’imbarazzo nasce da qualcosa che l’altra persona può aiutarci a modificare, essere assertive significa, in questi casi, esprimere come ci sentiamo e fare poi una richiesta chiara, cercando un modo collaborativo per affrontare la situazione. In questo senso, l’assertività non elimina l’imbarazzo, ma ci aiuta a non scomparire dentro di esso, permettendoci di restare in relazione senza doverci mettere da parte e anzi attivandoci in modo efficace per assecondare una nostra esigenza».
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Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.







