Il Forum sull'indipendenza economica si è svolto a Civitanova Marche
Il Forum sull'indipendenza economica si è svolto a Civitanova Marche

Indipendenza economica, Elsa Fornero: «Le baby pensioni un modo per far tornare le donne a casa»

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Dal coraggio di ricominciare alla paura di non avere una pensione, fino al denaro usato come strumento di controllo. A Civitanova Marche, il primo Forum nazionale sull’indipendenza economica e finanziaria al femminile racconta quanto sia ancora difficile, per una donna, essere davvero padrona della propria vita


Tempo di lettura stimato: 9 minuti

Ci sono donne che hanno impiegato una vita intera per conquistare la propria indipendenza. Altre che hanno dovuto ricominciare da zero, sfidando pregiudizi, paure e aspettative. E poi ci sono quelle che, ancora giovanissime, hanno già capito che il futuro non offrirà loro molte certezze e provano a costruirsele da sole.

Cambiano le età, le esperienze, le possibilità. Ma il desiderio è lo stesso: poter scegliere. Senza dipendere economicamente da un padre, da un marito, da un compagno. Senza dover rinunciare a un lavoro per occuparsi della famiglia. Senza ritrovarsi, un giorno, a fare i conti con una vita di sacrifici che non ha prodotto alcuna sicurezza economica.

Perché il denaro non compra la libertà, ma non averne può significare perderla.

È questa la riflessione che ha attraversato il primo Forum nazionale sull’indipendenza economica e finanziaria al femminile, promosso da Banco Marchigiano e organizzato da INHUB, associazione impegnata nella promozione di modelli organizzativi più inclusivi. L’appuntamento si è svolto venerdì a Civitanova Marche, mettendo insieme economisti, rappresentanti del mondo bancario, esperti e donne che hanno scelto di raccontare la propria storia.

Tre donne, tre generazioni, lo stesso desiderio di libertà

Gina ha settant’anni e sa bene quanto possa pesare il denaro quando non ce n’è abbastanza. Ha lavorato duramente, attraversato un matrimonio difficile e trovato la forza di uscirne. Non ha avuto scorciatoie, né qualcuno che potesse risolverle i problemi. Ha contato su sé stessa, giorno dopo giorno. Oggi guarda alla casa che è riuscita a pagare e alla figlia diventata infermiera con la consapevolezza di aver costruito qualcosa che nessuno potrà portarle via.

Sara ha scelto di non ascoltare chi le diceva che non ce l’avrebbe fatta. Ha affrontato cambiamenti e difficoltà, si è rimessa in gioco, ha trovato il coraggio di inseguire la propria realizzazione professionale quando sarebbe stato più semplice accontentarsi.

Giada insegna Lettere nella scuola secondaria. È giovane, precaria e ha già aperto un fondo pensione integrativo. Una decisione che racconta molto più di una semplice scelta finanziaria. Racconta una generazione che non sa quando troverà stabilità, che guarda alla pensione come a un’incognita e che sente la necessità di prepararsi a un domani incerto.

Tre percorsi lontani tra loro, accomunati da una verità spesso dimenticata: l’indipendenza economica non è una questione riservata alle donne di successo, alle imprenditrici o a chi dispone di grandi patrimoni. Riguarda tutte. Riguarda la possibilità di lasciare una relazione infelice, di dire no a un ricatto, di scegliere un percorso professionale, di affrontare un imprevisto senza sentirsi senza via d’uscita.

Elsa Fornero: «Prima penalizziamo le donne, poi fingiamo di aiutarle»

A dare una lettura particolarmente incisiva di queste contraddizioni è stata Elsa Fornero, economista ed ex ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, intervenuta in collegamento durante la tavola rotonda moderata dalla legale e giornalista Ester Viola.

Il punto, secondo Fornero, non è moltiplicare le misure pensate per compensare gli svantaggi femminili, ma chiedersi perché quegli svantaggi continuino a esistere.

Il suo è un attacco a una mentalità paternalistica che ha attraversato per decenni le politiche italiane: le donne vengono penalizzate sul lavoro, guadagnano meno, interrompono più frequentemente le carriere per occuparsi dei familiari e poi ricevono bonus, agevolazioni o piccoli benefici previdenziali che dovrebbero riequilibrare la situazione.

Ma perché non intervenire sulle cause, invece di continuare a correggerne soltanto gli effetti?

È questa, in sostanza, la domanda posta dall’ex ministra. Una riflessione che chiama in causa non soltanto la politica, ma un’intera idea di società, nella quale l’autonomia femminile è stata troppo spesso subordinata alle esigenze della famiglia.

Emblematico il riferimento alle baby pensioni.

«Coloro che approvarono le baby pensioni in Parlamento dissero: lasciamo che le donne tornino nelle famiglie».

Una decisione che Fornero ha giudicato doppiamente irresponsabile, verso le donne e verso i conti pubblici. Perché dietro quella possibilità di uscire anticipatamente dal lavoro si nascondeva anche il messaggio che il posto delle donne, in fondo, fosse altrove: a casa, a occuparsi degli altri.

Fornero ha ricordato anche la propria esperienza di governo e le difficoltà incontrate nell’introdurre il congedo obbligatorio di paternità. Un intervento inizialmente piccolo, ma dal significato culturale enorme: riconoscere che essere genitori è una responsabilità condivisa.

È proprio dal superamento dei ruoli tradizionali che, secondo l’economista, può arrivare il cambiamento. E sono i giovani, con un modo diverso di vivere le relazioni e la genitorialità, a rappresentare la speranza più concreta.

Il denaro è ancora un tabù e gli stereotipi si imparano da piccoli

Durante il Forum è emerso con chiarezza quanto l’indipendenza finanziaria sia legata all’educazione ricevuta.

Chi ci ha insegnato a gestire il denaro? Chi prendeva le decisioni economiche nelle nostre famiglie? Chi si occupava del mutuo, dei risparmi, degli investimenti? E quante bambine sono cresciute sentendosi dire, esplicitamente o attraverso piccoli gesti quotidiani, che certe questioni erano affari da uomini?

Monica Rivelli, responsabile Sviluppo progetti di FEduF, Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, ha ricordato che parlare di soldi continua a essere difficile, anche in famiglia. Eppure proprio tra le mura domestiche si apprendono abitudini e comportamenti destinati a influenzare il nostro rapporto con il denaro per tutta la vita.

Se i genitori condividono le scelte economiche, anche i figli impareranno più facilmente a farlo. Se invece una donna viene sistematicamente esclusa dalle decisioni finanziarie, il rischio è che quella disuguaglianza venga considerata normale anche dalla generazione successiva.

Sul peso degli stereotipi è intervenuta anche Giulia Bettin, docente di Economia politica dell’Università Politecnica delle Marche, contribuendo alla riflessione sulle barriere culturali che continuano a condizionare le scelte e le opportunità femminili.

Il passaporto finanziario
Il passaporto finanziario

L’educazione finanziaria, allora, diventa qualcosa di più della capacità di leggere un estratto conto. È un esercizio di autonomia, una forma di consapevolezza che permette di non delegare ad altri decisioni fondamentali per il proprio futuro.

Un concetto ribadito anche da Massimo Tombolini, direttore generale di Banco Marchigiano, che ha sottolineato la necessità di avvicinare le donne agli strumenti finanziari con un linguaggio accessibile e un accompagnamento concreto.

L’istituto di credito ha presentato, per l’occasione, un conto dedicato alle donne, gratuito per ventiquattro mesi, e un passaporto finanziario, pensato per accompagnare attraverso diverse tappe il percorso verso una maggiore autonomia economica.

Quando non avere soldi significa non poter andare via

Esiste poi una dimensione ancora più dolorosa della dipendenza economica. Quella che trasforma il denaro in uno strumento di potere.

Non sempre la violenza lascia lividi. A volte passa attraverso una carta di credito negata, uno stipendio controllato, la richiesta di giustificare ogni acquisto. Altre volte prende la forma di un lavoro al quale una donna viene spinta a rinunciare, della convinzione di non essere capace di amministrare i soldi, della paura di non poter mantenere i propri figli se decide di separarsi.

È la violenza economica, una delle forme più insidiose di sopraffazione, perché può rendere una donna prigioniera anche quando ha trovato il coraggio di immaginare una vita diversa.

Elisa Giusti, responsabile del Servizio antiviolenza Il Faro, ha portato l’attenzione proprio sulle situazioni nelle quali la disparità finanziaria nasconde dinamiche di controllo e abuso.

Ma la dipendenza può nascere anche senza imposizioni esplicite, attraverso una lunga sequenza di rinunce considerate normali.

Lo ha ricordato Roberta Famà, Chief ESG, Brand e Rapporti Istituzionali di Cassa Centrale Banca, richiamando l’attenzione sulle donne che si fanno carico quasi interamente della cura di figli, coniugi e genitori anziani, sacrificando opportunità professionali e tutele previdenziali.

Sono scelte che spesso vengono raccontate come atti d’amore. E certamente, molte volte, lo sono. Ma quando a rinunciare è quasi sempre la stessa persona, quando il prezzo della cura viene pagato soprattutto dalle donne, non si può più parlare soltanto di decisioni individuali.

La libertà non può dipendere dalla fortuna di nascere nella famiglia giusta

Il Forum di Civitanova ha mostrato come l’indipendenza economica femminile non possa essere ridotta a un problema di gestione del risparmio.

Certo, conoscere gli strumenti finanziari è importante. Sapere come funziona una pensione integrativa, scegliere consapevolmente un investimento, amministrare le proprie entrate sono competenze preziose.

Ma non si può chiedere alle donne di diventare più autonome senza interrogarsi su ciò che continua a limitarne le possibilità.

Che libertà di scelta ha chi guadagna troppo poco per mantenersi? Chi deve rinunciare a un impiego perché mancano servizi per l’infanzia? Chi lavora per anni senza maturare una pensione adeguata? Chi ha imparato a considerare il proprio reddito meno importante di quello del partner?

Le testimonianze di Gina, Sara e Giada raccontano la forza delle donne. Ma sarebbe un errore fermarsi ad ammirarla.

Perché non tutte riescono a trovare la strada per ricominciare. Non tutte hanno le risorse necessarie per rialzarsi. E soprattutto, non dovrebbe essere necessario dimostrare un coraggio straordinario per ottenere diritti e opportunità che dovrebbero appartenere a tutte.

Forse è proprio qui il cambiamento culturale evocato da Elsa Fornero: smettere di considerare l’autonomia economica femminile una conquista individuale e cominciare a riconoscerla come una responsabilità collettiva.


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Scrittrice, blogger digital strategist. Laureata in Scienze della Comunicazione, è fondatrice del blog “C'era una mamma”, dove racconta con ironia e autenticità il mondo della maternità e della crescita personale. Autrice di libri come “C’era una mamma – Una vita quasi da favola” e “La mia amica Guty” (favola ecologica per bambini) e formatrice, ha ideato progetti educativi su cittadinanza digitale e lotta al bullismo e parità di genere. Oltre alla scrittura, è un’attivista che ricopre il ruolo di presidente di CNA Impresa Donna Marche e Macerata, impegnata nella promozione dell’imprenditoria femminile e nell’empowerment delle donne italiane.

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