«L’attività fisica in oncologia diventi una prescrizione medica»: l’appello delle donne Infinitæ
La proposta della presidente Rachele Zeppilli durante il convegno “Donne in rosa, medaglie azzurre” a Porto Sant’Elpidio. Protagoniste le associazioni che promuovono percorsi di recupero e n benessere attraverso il dragon boat
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Integrare l’esercizio fisico nella presa in carico oncologica e rendere prescrivibile l’attività sportiva. «È arrivato il momento di trasformare ciò che sappiamo in ciò che garantiamo». È racchiuso in queste parole di Rachele Zeppilli, presidente dell’OdV Infinitæ, il messaggio più importante emerso dal convegno “Donne in rosa, medaglie azzurre”, organizzato domenica a Porto Sant’Elpidio nell’ambito delle iniziative dell’Ottobre Rosa, il mese dedicato alla sensibilizzazione sulla prevenzione del tumore al seno.
Un messaggio che si è trasformato in una lettera aperta alle istituzioni, dalla Regione alla Provincia fino ai Comuni, per chiedere che l’esercizio fisico diventi parte integrante dei percorsi di cura oncologica e possa essere prescritto come un vero e proprio intervento terapeutico, sulla base delle condizioni cliniche e delle esigenze delle singole persone.
Una richiesta che nasce dall’esperienza dell’associazione delle donne che hanno affrontato un tumore al seno e che, attraverso il dragon boat, hanno ritrovato nel movimento non soltanto un modo per recuperare forza fisica, ma anche fiducia, autonomia e relazioni.
Dalla ricerca scientifica al diritto di accedere all’attività fisica
«Le evidenze scientifiche mostrano come programmi di esercizio fisico appropriati e supervisionati possano contribuire, tra l’altro, a ridurre il rischio di recidiva e favorire l’aderenza ai trattamenti, restituendo autonomia – ha spiegato Zeppilli –. Eppure in Italia l’accesso alla riabilitazione oncologica e, in particolare, ai programmi di attività fisica adattata resta frammentato e spesso affidato all’iniziativa privata o al prezioso supporto del Terzo Settore».
Il punto è proprio questo: trasformare un’opportunità, oggi non accessibile a tutte e tutti allo stesso modo, in una componente strutturale dell’assistenza sanitaria. Perché la possibilità di praticare attività fisica in sicurezza durante e dopo una malattia oncologica non dovrebbe dipendere dalle disponibilità economiche, dal luogo in cui si vive o dalla presenza di un’associazione sul territorio.
Da qui la richiesta di aprire un tavolo di confronto multidisciplinare che coinvolga professionisti della salute, specialisti del movimento e rappresentanti delle associazioni delle pazienti, per costruire un modello di presa in carico capace di accompagnare le persone anche dopo le dimissioni ospedaliere.
Tra le proposte avanzate ci sono il potenziamento della formazione, la realizzazione di spazi certificati e protetti per l’attività motoria adattata, anche all’interno delle Case di comunità, l’accesso a costi agevolati o gratuiti e la creazione di un albo regionale delle strutture sportive qualificate.
L’esercizio fisico come parte del percorso di cura
Il tema riguarda una popolazione sempre più ampia. Come ha ricordato Renato Bisonni, primario dell’Oncologia dell’Ast di Fermo e presidente della sezione locale della Lilt, in Italia si registrano circa 395mila nuove diagnosi di tumore ogni anno, mentre sono 3,7 milioni le persone che vivono dopo una diagnosi oncologica.
Numeri che impongono di ripensare non soltanto le cure, ma anche la qualità della vita durante e dopo la malattia. Una parte significativa dei tumori è associata a fattori di rischio modificabili e adottare comportamenti salutari, dall’alimentazione equilibrata all’attività fisica regolare, può contribuire alla prevenzione, pur senza eliminare completamente il rischio di ammalarsi.
Antonio De Lucia, presidente della Federazione italiana di dragon boat, ha richiamato l’attenzione su un concetto più ampio di salute, che non coincide semplicemente con l’assenza di malattia, ma comprende il benessere fisico, psicologico e relazionale. «Qui si parla della vita delle persone», ha sottolineato, ricordando come anche la psicologia dello sport abbia progressivamente ampliato il proprio campo d’azione, interessandosi agli effetti dell’esercizio fisico sulla qualità della vita.
Sul valore del movimento e sulla necessità di inserirlo in percorsi adeguati alle condizioni di ciascuna persona sono intervenuti anche Sergio Maria Brunamonti, medico dello sport, e Maria Menichetti, primaria dell’Uoc di Medicina Fisica e Riabilitativa dell’Ast di Fermo.
Carlo Macchini: «Quando sembra tutto finito, siamo noi a decidere se lo è davvero»
A raccontare il valore dello sport anche oltre i risultati agonistici è stato Carlo Macchini, ginnasta olimpionico e campione italiano, protagonista di una testimonianza particolarmente emozionante.

«A trent’anni, dopo cinque Mondiali e un’Olimpiade, avrei potuto dire basta. Continuare è impegnativo, fisicamente e mentalmente. Non trovavo il coraggio di faticare ancora. Poi mi sono dato un obiettivo: divertirmi di nuovo sulla sbarra».
Un cambiamento di prospettiva che lo ha portato a conquistare il sesto titolo italiano e una medaglia d’argento in una tappa di Coppa del mondo. Ma soprattutto a riscoprire il piacere di praticare il proprio sport, liberandolo almeno in parte dal peso delle aspettative e dei risultati.
«Quando sembra tutto finito, siamo noi a decidere se lo è davvero», ha detto tra gli applausi, offrendo una riflessione sulla capacità di trovare nuove motivazioni anche nei momenti più difficili.
Le Case di comunità e l’impegno della Regione Marche
All’incontro ha partecipato anche l’assessore regionale alla Sanità Paolo Calcinaro, che ha riconosciuto l’importanza di recuperare il movimento dopo un problema di salute e la necessità di rafforzare l’assistenza territoriale.
«So che non mancano le difficoltà al sistema sanitario e c’è la necessità di rafforzare i servizi sul territorio, affinché gli ospedali non debbano sostenere da soli il peso dell’assistenza. E su questo stiamo lavorando».

In questa prospettiva si inserisce il progetto di caratterizzare una Casa di comunità per provincia con una specifica vocazione oncologica, attraverso il coinvolgimento degli specialisti delle Ast e della rete oncologica regionale.
Una prospettiva che potrebbe offrire anche l’occasione per sviluppare programmi strutturati di attività fisica adattata, come richiesto dall’associazione Infinitæ.
Le dragonesse, una rete di donne che cresce attraverso lo sport
Il convegno ha dato spazio alle esperienze di tre associazioni che, attraverso il dragon boat, stanno promuovendo percorsi di recupero e benessere per le donne operate di tumore al seno: Ugo di Padova, Dragonesse di Avigliana e C6 Siloku di Milano.
Le loro testimonianze hanno permesso di confrontare esperienze territoriali differenti e iniziative già avviate per favorire il riconoscimento dell’attività fisica nei percorsi sanitari.
Le squadre delle tre associazioni, insieme alle marchigiane Infinitæ e A Dragon for Life di Falconara e a L’Abbraccio Rosa di Roma, hanno partecipato anche a un allenamento speciale nel mare di Porto Sant’Elpidio, sotto la guida di Luca Revello, allenatore della Nazionale BCP di dragon boat.

Revello, dottore in Scienze e tecniche delle attività preventive e adattate, ha sottolineato che il desiderio di tornare a praticare sport deve sempre accompagnarsi all’ascolto del proprio corpo e al rispetto dei tempi di recupero. L’allenamento in acqua, ha spiegato, va integrato con un lavoro specifico sulla forza a terra, aumentando progressivamente i carichi e monitorando le risposte fisiche.
Indicazioni importanti perché il movimento possa rappresentare una risorsa per la salute, senza trasformarsi in un ulteriore elemento di rischio.
Dalle associazioni alla politica, servono risposte concrete
Numerosa anche la rappresentanza istituzionale, a testimonianza dell’attenzione suscitata dall’iniziativa. Presenti il sindaco di Porto Sant’Elpidio Massimiliano Ciarpella, il vicesindaco Andrea Balestrieri e gli assessori Marco Traini ed Enzo Farina e le assessore Elisa Torresi e Maria Laura Bracalente; il vicepresidente della Provincia Giorgio Marcotulli, i consiglieri regionali Milena Sebastiani e Andrea Putzu, l’assessora del Comune di Fermo Micol Lanzidei, la presidente della Commissione Pari Opportunità di Porto Sant’Elpidio Laura Iannone e Gloria Dibenedetto della Commissione regionale per le Pari Opportunità.
La partecipazione delle istituzioni rappresenta un primo segnale di ascolto, ma la richiesta avanzata da Infinitæ punta a un passo ulteriore: passare dalle esperienze virtuose sostenute dalle associazioni a un sistema pubblico capace di garantire continuità, sicurezza ed equità nell’accesso all’attività fisica.

La cura di una persona non termina con l’ultimo trattamento oncologico. Prosegue nel recupero dell’autonomia, nella possibilità di tornare a vivere pienamente il proprio corpo, nelle relazioni e nella quotidianità.
Ed è proprio dalle donne che ogni settimana salgono su una dragon boat, imparando a coordinare i movimenti, rispettare i propri limiti e trovare un ritmo comune, che arriva una proposta destinata a tutta la comunità: fare in modo che il movimento non sia soltanto una possibilità per chi riesce a cercarla, ma un’opportunità di salute accessibile a tutte e tutti.







