Gino Cecchettin alla Casa internazionale delle donne di Roma
Gino Cecchettin alla Casa internazionale delle donne di Roma

Violenza di genere, Gino Cecchettin: «Spogliamoci della maschera dell’uomo alfa»

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Ospite della Casa internazionale delle donne di Roma, ha confessato che si è accorto di quanto la disparità di genere fosse reale dopo il femminicidio di sua figlia Giulia. lella Palladino: «Sono oltre 60mila le donne che ogni anno si rivolgono ai Centri Antiviolenza e ce la fanno»


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«Mi sono accorto che la disparità di genere è reale e tangibile solo dopo il femminicidio di mia figlia». Sono parole di Gino Cecchettin che mercoledì, nella caotica e tipica Trastevere, nello specifico nella Casa Internazionale delle Donne in via della Lungara, ha preso parte a un incontro potente e significativo con figure di alto spessore umanitario.

La serata, intitolata “Se domani non torno. Una responsabilità che ci riguarda”, ha acceso i riflettori sulla prevenzione e sul contrasto alla violenza sulle donne, riunendo alla stessa tavola Gino Cecchettin, Paola Randi, Giulia Minoli, Celeste Costantino, Lella Palladino e Barbara Leda Kenny.  

Il nodo dell’educazione e la presa di coscienza maschile

Ci si domanda subito se esista un modo per coinvolgere davvero tutte le persone e sensibilizzarle su un argomento troppo spesso liquidato come un problema esclusivo delle donne. I centri antiviolenza e le attivitiste transfemministe concordano sul fatto che la violenza di genere sia tutt’altro che una questione laterale: va combattuta partendo proprio dalla sfera maschile.

L’educazione sociale è di stampo patriarcale da secoli, una dinamica che consolida la subalternanza tra i generi ponendo l’uomo in una posizione di dominio tale da giustificare, persino a sé stesso, ogni atto di violenza. Gino Cecchettin, padre di Giulia Cecchettin, vittima di femminicidio, ammette di essersi sensibilizzato profondamente solo dopo la tragica perdita della figlia. Da quel momento ha compreso che la disparità era tangibile e che occorreva agire sulla prevenzione.  

Questa svolta politica è evidente sin dall’incipit del suo intervento nella Sala Lonzi della Casa Internazionale delle Donne, quando sceglie di utilizzare il femminile sovraesteso. Siamo abituati al contrario: nella grammatica comune si usano forme maschili per indicare gruppi eterogenei (“i compagni”, “gli alunni”) e titoli professionali al maschile senza curarsi del genere di chi si ha di fronte.  

Gino Cecchettin specifica quanto sia complesso oggi sensibilizzare l’intero pubblico, ribadendo però che «la perseveranza è fondamentale e l’educazione è la chiave». È necessario che gli uomini inizino in prima persona a decostruirsi e a combattere per una parità che ancora non esiste.

Per secoli si è imposto il modello dell’uomo alfa, dominante e forte che non piange mai, «oggi bisogna spogliarsi di questa maschera, dell’individualismo, per conoscere l’altra o l’altro» aggiunge. La forza predominante non fa bene a nessuno e spezza il patto di alleanza tra esseri umani: solo uscendo da questo schema si può vivere una vita piena.

Dalla scuola alle nuove generazioni: ridefinire l’affettività

È proprio sull’educazione che si concentra l’impegno della Fondazione Giulia Cecchettin, spesso chiamata da scuole e società a tenere corsi di educazione sesso-affettiva. Durante i laboratori attivi, in cui ai più piccoli viene chiesto cosa siano per loro l’amore e l’affetto, emerge una realtà allarmante: in molte classi i ragazzi faticano a definire l’amore, associandolo istintivamente a sentimenti di paura, ansia e tensione. L’amore, al contrario, deve essere tutt’altro.

Un lavoro analogo ricorda la sociologa femminista e attivista dei centri antiviolenza Lella Palladino, viene portato avanti dai Cav fin dagli anni Settanta. I centri non si limitano ad accogliere donne e persone in difficoltà per accompagnarle verso la libertà e l’autodeterminazione, ma sono veri e propri presidi politici di cambiamento culturale.

Gino Cecchettin alla Casa internazionale delle donne di Roma

Per trasformare la realtà bisogna lottare e inventare nuove pratiche collettive. Affrontare questo cambiamento culturale significa non distrarsi mai e non limitarsi a rispondere con la sola repressione, che di per sé non fa politica. Un dato va ricordato e pubblicato con forza, perché racconta una speranza concreta: sono oltre sessantamila le donne che ogni anno si rivolgono ai Centri Antiviolenza e ce la fanno, come viene sottolineato da Lella Palladino.

Verso una coscienza collettiva

Le giovani generazioni stanno facendo un lavoro straordinario riempiendo le piazze con una presenza eterogenea e viva. «Bisogna raccontare le storie e ascoltare le nuove generazioni» sottolinea Paola Randi, regista del film “Se domani non torno“, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in uscita nelle sale il 5 novembre.

La pellicola ripercorre la storia di Gino, Elena e Davide Cecchettin, mostrando come il dolore di un lutto possa trasformarsi in una presa di coscienza politica e collettiva.  Per sradicare la violenza, lo strumento imprescindibile resta l’educazione.

La vera chiave di volta è la prevenzione, l’impegno a evitare che la tragedia si compia, anziché concentrarsi unicamente su nuove forme di repressione. «Quando si arriva alla lettura della sentenza, significa che la tragedia è già avvenuta» conclude Gino Cecchettin. Lavorare prima è l’unica via, ed è ciò che i Centri Antiviolenza e le associazioni fanno ogni singolo giorno.

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Chiara Ascani

Chiara Ascani

giornalis |  Altri articoli

Laureata in Scienze della Comunicazione , frequenta la Magistrale di giornalismo sempre a Roma Tre. Ama scrivere di cultura, attualità e diritti e per questo segue il Master in Studi e Politiche di Genere. Ha lavorato a Domani Editoriale e collaborato con Pour Parler. Su DonneMente offre una prospettiva focalizzata sulla difesa e sul riconoscimento dei diritti delle donne

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