Ilaria Dalla Riva
Ilaria Dalla Riva

UniCredit riserva una quota di assunzioni alle vittime di violenza

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Destinare una parte delle nuove assunzioni a donne vittime di violenza fisica o economica e a figli e figlie delle vittime di femminicidio non è solo una scelta di responsabilità sociale: è una presa di posizione politica e culturale.

Il lavoro come leva di emancipazione

Con l’ultimo accordo siglato con le organizzazioni sindacali Fabi, First, Fisac, Uilca e Unisin, UniCredit introduce una misura che segna un cambio di passo nel settore del credito italiano, riconoscendo il lavoro come leva fondamentale di emancipazione e ricostruzione dell’autonomia personale.

L’intesa prevede, per il triennio 2026–2028, una quota del 4% delle assunzioni annuali, pari a circa 58 inserimenti, riservata a donne vittime di violenza e ai figli di donne uccise per femminicidio. Una misura che si inserisce nel recepimento integrale del protocollo contro la violenza sulle donne sottoscritto dall’Abi il 24 novembre 2025, ma che va oltre il piano simbolico, traducendosi in opportunità concrete di accesso al lavoro stabile.

La violenza maschile contro le donne, infatti, non è solo fisica o psicologica: è spesso anche economica. La dipendenza finanziaria rappresenta uno dei principali ostacoli all’uscita da relazioni violente e al percorso di autodeterminazione. Garantire un’occupazione significa offrire non solo un reddito, ma anche dignità, sicurezza e possibilità di progettare il futuro.

La scelta di UniCredit si colloca all’interno di una più ampia trasformazione del modello di banca avviata negli ultimi anni, che mette al centro le persone e rafforza il legame con le comunità. Un modello che riconosce il valore sociale dell’impresa e il ruolo che il settore privato può giocare nel contrasto alle disuguaglianze strutturali.

Una nuova cultura aziendale basata sui diritti

Come ha sottolineato Ilaria Dalla Riva, Responsabile people & culture Italia e Coo Italia di UniCredit, l’adozione del protocollo contro la violenza sulle donne rappresenta «un segnale concreto di attenzione all’inclusione e alla tutela dei diritti», contribuendo a costruire una cultura aziendale fondata su rispetto, responsabilità e consapevolezza.

In un Paese in cui l’occupazione femminile resta tra le più basse d’Europa e in cui la violenza di genere continua a essere un’emergenza strutturale, iniziative come questa mostrano come le politiche del lavoro possano diventare strumenti di giustizia sociale. Non si tratta di assistenzialismo, ma di riconoscere che pari opportunità significa anche creare condizioni reali affinché tutte e tutti possano ripartire.

Il messaggio è chiaro: il contrasto alla violenza di genere non può limitarsi alle dichiarazioni di principio. Passa anche, e soprattutto, da scelte concrete che restituiscono autonomia, potere e futuro. E il lavoro, ancora una volta, si conferma uno degli snodi centrali di questo percorso.

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