Dietro le quinte del Natale c’è una donna troppo stanca
La domanda può sembrare retorica, ma ci siamo mai chiesti chi c’è alla regia del Natale?
Dietro alle tavole impeccabilmente apparecchiate e ai menù delle grandi occasioni, ai regali, alla presenza alle recite scolastiche e ai saggi dei bambini e delle bambine, alla cucina, agli addobbi, alle pulizie e quanto necessario in questo periodo non ci sono piccoli elfi tuttofare, ma quasi sempre una donna.
Sulle spalle di questa donna, oltre alle incombenze di routine e ovviamente al suo lavoro fuori casa, a Natale si posano anche gli straordinari delle feste e se è vero che di carico mentale femminile si parla tutto l’anno, ora diventa ulteriormente gravoso.
Si chiama “unpaid labour” e comprende tutte quelle attività relative alla cura che già vedono le donne occupate almeno quattro ore al giorno rispetto all’ora e mezza degli uomini e che a Natale aumentano ulteriormente.
La novità è che adesso ne parliamo, il che è di certo un buon inizio per una riflessione importante sull’argomento.
In particolare noi ne abbiamo discusso con Silvia Iesari, psicologa e psicoterapeuta sistemico relazionale.
Il carico mentale (e fisico) delle donne a Natale
Quello che accade durante le feste è una cartina tornasole di quanto i ruoli familiari ruotino ancora troppo attorno ad una separazione ormai anacronistica e di stampo patriarcale.
La concentrazione in pochi giorni di una serie importante di eventi, aspettative, necessità e bisogni spinge molte donne ad una sorta di burnout che compromette il proprio benessere.
Anche in presenza di partner disposti ad “aiutare”, a fronte di un piccolo alleggerimento fisico, spesso aumenta l’impegno mentale, perché si è costrette ad organizzarsi anche per delegare e spesso lo si fa con fatica.
I partner maschili infatti, spesso si rendono disponibili, ma a patto che gli si forniscano istruzioni precise e dettagliate, evidenziando così una endemica incapacità nella gestione autonoma e parallela delle incombenze familiari.
Dalla serie: “Se devo perdere tempo a spiegarti come fare, altrimenti lo fai male, faccio prima a farlo da me”.
A tal proposito Silvia Iesari precisa:
«In questo caso è centrale proprio il discorso della pianificazione, che è una cosa che spesso riteniamo un po’ sciocca, no?
“Basta che mi fai una lista, basta che mi dici quello che bisogna fare, che ci vuole!”.
Poi però sul lavoro la pianificazione la prendiamo molto più sul serio e infatti in azienda si lascia fare quasi sempre agli uomini, che possono decidere, organizzare o delegare.
Quindi forse chiamarlo “doppio standard” non è proprio il termine adatto ma un pochino sì, perché doppio standard vuol dire dare un rilievo differente alla stessa cosa in base a chi la fa».
Dunque se è una donna ad occuparsi delle pulizie di casa, è normale, se lo fa un uomo è di certo bravissimo e la sua compagna “molto fortunata”.

Il pregiudizio è radicato
Per esaminare nel dettaglio un fenomeno come questo, che si acuisce a Natale, ma che affonda le sue radici molto lontano nel tempo e che si manifesta silenziosamente tutto l’anno, occorre probabilmente fare un passo indietro per provare a ragionare con un po’ di distacco.
Silvia Iesari ci accompagna allora in una riflessione che va dal generale al particolare e arriva a colpire in modo disarmante:
«A volte si scende nel paradosso: i lavori di cura vengono percepiti come meno faticosi, eppure le donne faticano, ma spesso faticano anche a delegare.
Probabilmente in certe coppie, se tu oggi chiedi all’uomo di fare la valigia per i figli, oggettivamente lui non saprebbe farla, ma questa è una situazione che si è creata negli anni e non solo negli anni di quella coppia, ma negli anni anche della famiglia di prima e andando indietro ancora».
Come alleggerire il carico mentale natalizio
Abituate a contenuti social che in brevi passaggi ci spiegano come risolvere annose questioni, sbrogliare matasse intricate, risolvere problemi nel tempo di un reel o nelle poche slides di un carosello, viene quasi naturale chiedersi se esista una formula rapida per salvare l’imminente Natale.
La risposta purtroppo è negativa, per lo meno in tempi brevi.
«Natale non è di certo il momento migliore per alleggerire il carico mentale di questo periodo – dice Iesari – questo è un momento troppo carico emotivamente e arrivati a questo punto già la fatica è tantissima.
Arrivare ad alleggerire il carico mentale è un altro lavoro e non è una cosa rapida.
In questo momento, secondo me, la cosa più utile invece che si può fare è proprio quella di osservare, osservare e amplificare, quindi chiedermi ad esempio quali sono i compiti che io sento come indemandabili?
Se abbiamo poi la fortuna, o sfortuna, di avere altre generazioni con noi durante le feste di Natale, osserviamo dove abbiamo imparato questa cosa, vediamo come funzionano le altre coppie, come si gestiscono.
I pensieri che nascono da questa osservazione dobbiamo farli diventare grandi, devono occupare spazio dentro di noi».
Il peso del non detto
Osservare le dinamiche familiari può poi essere importante per individuare e riconoscere certi comportamenti, per capire da dove nascono.
L’assegnazione dei compiti “di genere” non è mai qualcosa di esplicito, ma semplicemente si accetta come qualcosa di ineluttabile, connaturato alla propria essenza.
È importante allora essere chiare, senza tuttavia scivolare nel lamento sterile.
«Un’altra cosa fondamentale – continua la psicologa – è passare dal lamentarci all’essere consapevoli della potenza e del tempo che effettivamente noi stiamo regalando facendo questo, perché dobbiamo renderci agenti attivi.
Fin quando la viviamo come una cosa passiva non si può fare niente.
Verbalizzare con coscienza ed essere consapevole è molto importante, perché metterlo in parola aggancia il meccanismo automatico di reazione.
Come siamo arrivati a questo punto? Forse questa situazione che mi pesa l’abbiamo costruita nel tempo e allora, piano piano, cominciamo intanto a osservare tutti questi messaggi».

Il partner non dovrebbe essere un nemico
Proseguendo con questa riflessione non si può poi evitare di considerare il ruolo del partner, che spesso, in certi momenti diventa peso o antagonista.
La dinamica è frequente: ci si sente sopraffatte e sole ad affrontare il peso della gestione straordinaria (ma talvolta anche ordinaria) e monta la rabbia verso chi ci da l’impressione di complicare ulteriormente le cose.
È qui che Silvia Iesari interrompe nuovamente il circolo vizioso di un ragionamento che spesso parte in automatico:
«Il nemico non è il partner, non è l’uomo, ma il carico mentale.
Il lavoro che dovremmo fare è quello di spostare la recriminazione, l’aggressività, non sul partner, ma sul peso delle incombenze.
Se in una conversazione io comincio ad accusare il mio interlocutore, quello non potrà fare altro che difendersi, ma se riesco a mettermi di fianco a questa persona, se ce la faccio a mettermi di fianco, e dico “guarda, c’è questo problema”, certe cose le possiamo risolvere».
Come cambiare la situazione
Non è però sempre possibile far cambiare mentalità, specialmente se un certo modus operandi è talmente introiettato da essere ormai naturalizzato.
La struttura della nostra attuale società è indubbiamente ancora molto orientata verso gerarchie familiari di stampo tradizionalista e spesso il problema dello squilibrio nella distribuzione dei compiti può essere avvertito solo dalla donna.
Per Silvia Iesari si tratta di una situazione al contempo complessa e complicata, intendendo dire che quando qualcosa è complesso, si deve lavorare gradualmente per dipanare una matassa aggrovigliata, mentre quando è complicato, ci troviamo davanti ad un nodo ancora più difficile da sciogliere.
«In questo senso, la situazione del carico mentale in relazione col patriarcato è complessa, ma nelle nostre famiglie diventa complicata.
Se noi oggi parliamo con persone che portano avanti queste dinamiche, probabilmente lo fanno da anni e sono anni che litigano tra partner e non sul carico mentale.
La prima persona su cui però posso effettivamente iniziare a lavorare sono io. Insomma, se io voglio cambiare la situazione, prima devo cambiare me stessa.
E allora, se l’altro va bene solo se fa qualcosa come dici tu, allora ti aiuta, ma se tu vuoi qualcuno che collabora con te, devi capire che quella è una persona diversa da te e dovrà trovare il suo modo per farlo.
Quindi, cosa sei disposta a cedere?».
Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.







