Bibbiana Cau, l’ostetrica che ha scalato le classifiche raccontando le levatrici sarde
La levatrice (edizioni Nord) è un libro che parla di nascita e di cura, in un tempo in cui la cura istituzionale spesso non esisteva. In passato, le donne si sono affidate alle levadoras, le levatrici di casa della tradizione sarda, figure centrali nella nascita e nella cura quotidiana delle famiglie. Ma non solo. Il sapere delle donne ha tenuto insieme la vita quotidiana, garantendo nascita, assistenza e continuità quando mancava tutto il resto. Ne parliamo direttamente con l’autrice, Bibbiana Cau.
Bibbiana Cau è nata e vive in Sardegna. Ha studiato Ostetricia all’Università di Cagliari e ha fatto questo mestiere per anni. Si è laureata in Educazione degli adulti e in Formazione continua all’Università di Roma Tre e ha frequentato i corsi della Scuola Holden di Torino, di Medicina narrativa nelle Aziende Sanitarie Locali sarde e di Londra.
Come ostetrica, ma prima ancora come donna, quando ha sentito che le storie delle levadoras (come venivano chiamate in Sardegna le donne che assistevano le partorienti), non potevano restare solo memoria, ma dovevano diventare un libro?
«Se come ostetrica studio e ascolto storie di donne ogni giorno; come donna ho imparato che i corpi custodiscono memorie che, se non vengono narrate, si perdono. Durante la preparazione di una tesi di laurea in Storia sociale su come è cambiato il modo di nascere nell’ultimo secolo, chiuse negli archivi storici, nei registri parrocchiali e nei Comuni, ho trovato tante vite di donne dimenticate dalla storia.
Riflettendo sulla forza della memoria, solo scrivendone le storie potevo sperare di ridare loro voce, dignità e insieme comprendere il ruolo di figure come le levatrici. Figure che racchiudevano un sistema di conoscenze empiriche, costruite sull’osservazione, sull’esperienza pratica, sull’ascolto e sulla relazione. Caratterizzate anche da alcune ambiguità ma che nei millenni, ovunque nel mondo, hanno avuto un ruolo molto importante all’interno delle loro comunità. Lasciarle nel silenzio significava perdere un pezzo di storia delle donne e della medicina di genere. Scrivere è stato un processo lento, ma per me, un atto di restituzione, quasi di trasmissione, come si fa in ostetricia.
Il libro, uscito a maggio, ha scalato le classifiche diventando uno straordinario successo letterario che è arrivato alla undicesima ristampa. Come sta vivendo questo momento?
«Con gratitudine e meraviglia, ma anche con senso di responsabilità. Il fatto che una storia radicata in un tempo e in un luogo specifici abbia parlato a tante persone, dimostra che certi temi come la nascita, la cura, il corpo femminile, ma anche l’ingiustizia e l’orrore della guerra, siano universali.
Cerco di viverlo ricordandomi che al centro c’è il dialogo che il libro ha aperto tra modelli di cura diversi che devono integrarsi».
Nel suo racconto la Sardegna, con la sua storia e le sue tradizioni, non è mai folklore né uno sfondo, ma riveste un ruolo concreto, ruvido ma centrale all’interno della storia. Quanto hanno contato le sue radici sarde e la tradizione orale della sua famiglia?
«Hanno contato moltissimo. La Sardegna che racconto è una terra antica e aspra, con una architettura culturale articolata e complessa, e dove la vita è regolata da equilibri fragili.
In questo senso, non è uno sfondo: è un organismo vivo che condiziona i corpi, le scelte, perfino il modo di nascere e di morire».
In assenza di medici e farmaci, durante i primi del 900 le donne hanno sostenuto la salute delle famiglie: assistendo ai parti, raccogliendo erbe officinali, curando ferite, alleviando il dolore. Che immagine della donna emerge da questo ruolo di cura così centrale e silenzioso?
«Emerge una donna competente, resiliente, profondamente responsabile. Non idealizzata, ma concreta. Erano donne che si prendevano carico della vita e della salute in tutte le sue fasi, purtroppo senza alcun riconoscimento economico.
Dal punto di vista scientifico, potremmo dire che erano depositarie di un sapere basato sull’evidenza dell’esperienza: osservazione, tentativi con prove ed errori, con sincretismi continui. Un sapere non scritto, ma fondato sui legami umani di solidarietà, gratuito ed efficace in una realtà economicamente svantaggiata, dove poche persone avevano denaro per pagare cure mediche e farmaci».

Oggi ci troviamo in un momento in cui la nascita diventa spesso esclusivamente un atto medicalizzato. Cosa resta di quel sapere antico fatto di ascolto del corpo, osservazione e relazione durante il momento del parto?
«Uso il condizionale: dovrebbe restare la capacità di mettere la donna al centro e ascoltarla. La medicina moderna ha portato enormi benefici, quasi azzerando la mortalità, ma è a rischio la perdita della dimensione relazionale e umana. Il sapere e la scienza medica stessa ci dicono che la gravidanza non è un problema medico da risolvere, ma un processo fisiologico da accompagnare. Osservazione, tempo, rispetto e fiducia dovrebbero essere strumenti fondamentali, anche in un contesto ipertecnologico».
La storia di Mallena, protagonista del libro, porta alla luce un altro tema fondante, quello della solidarietà, soprattutto tra donne. Come lo percepisce oggi questo valore?
«Lo percepisco come un valore che cambia forma, ma non sostanza. Oggi la solidarietà passa anche attraverso la condivisione di informazioni, il riconoscimento delle competenze, il fare rete. Nel libro, come nella realtà, la solidarietà è alleanza, è sapere che da sole si è più vulnerabili, è sopravvivenza».
Se una giovane donna, oggi, si avvicinasse alla cura come ostetrica, quale consapevolezza vorrebbe portasse con sé leggendo La levatrice sul valore della competenza femminile nella cura?
«Vorrei portasse con sé l’idea che la competenza femminile nella cura è primordiale, profonda e legittima. Studiare, aggiornarsi, usare la scienza, oggi più che mai è fondamentale, ma senza dimenticare che la relazione deve essere parte integrante di quella competenza. La levatrice racconta proprio questo: la cura non è solo medicina scientifica e tecnologia, è presenza, responsabilità, rispetto non solo per il corpo ma per la persona che abbiamo davanti nella sua interezza e complessità».
“Ma cosa credete? Che la legge può ordinare ai bambini di nascere a forza di mejghine e a manos de ferru? E no: bisogna saper aspettare con pazienza e senza fretta e andare a portare soccorso nel luogo dove c’è il bisogno. Noi femmine facciamo così da quando il mondo esiste, che saranno millant’annos e più.”
Claudia Brattini, farmacista con specializzazione in nutrizione e chimica degli alimenti, laureata in Scienze della Nutrizione. È Giornalista pubblicista e si occupa di comunicazione nel mondo della salute. Ha conseguito un master in Comunicazione della Salute & Digital Marketing Sanitario, Giornalismo e Data
Journalism organizzato dal Corriere della Sera. È autrice del libro di cucina per bambini "Gustosissimo, favole ricette ed emozioni da impastare".







