Il business non è un trend da social: far quadrare i conti nel 2026 con Pecuniami

a cura di Gaia Bonomelli
Troppo spesso, nel rapporto con il denaro, le donne si affidano alla speranza: di un aumento, di avere abbastanza risparmi per gli imprevisti, che le cose si sistemino. Ma la speranza non è un piano d’azione.
Come sostiene Aminata Gabriella Fall, consulente finanziaria e divulgatrice, nota sul web e sui social come Pecuniami, il 2026 non deve essere un’incognita, ma può essere programmato. E a inizio anno è il momento giusto per farlo.
Primo step: smettere di delegare e iniziare a decidere
L’autonomia economica in Italia è ancora un miraggio per molte donne. Secondo un’indagine di Global Thinking Foundation, quasi una donna su tre dipende economicamente dal partner o dai familiari, mentre quattro su dieci non possiedono un conto corrente personale e pensano di non avere competenze finanziarie adeguate.
Nonostante le donne rappresentino solo il 22% degli investitori, i dati della Warwick Business School dimostrano che sono più abili degli uomini, con rendimenti annui superiori dell’1,8%. Progetti come Pecuniami nascono proprio per colmare questa lacuna e promuovere l’educazione finanziaria femminile.
Ma perché le donne delegano? «Spesso è una questione di abitudine o scarsa autostima nelle proprie capacità di gestione – spiega Aminata – Il denaro è sempre stato associato a una competenza matematica, ambito in cui le donne vengono spesso percepite e si percepiscono come meno forti, complice anche il modo in cui la materia viene insegnata nelle scuole».
Un aspetto confermato anche da numerose ricerche, come quella condotta daOCSE-Pisa nel 2022. L’Italia ha uno dei divari di genere più alti in matematica. Il gap non riguarderebbe le reali capacità delle studentesse ma sarebbe alimentato da variabili familiari, sociali ed educative, oltre che dall’ansia e dal ‘confidence gap’. In soldoni: le donne spesso sanno, ma la società insegna loro a dubitare delle proprie competenze numeriche.
Riprendere il controllo quindi è un atto di autodeterminazione: «Saper gestire i propri soldi permette di essere più forti e affrancarsi da situazioni di dipendenza. Anche se purtroppo spesso non basta la consapevolezza: servono i soldi fisici per uscire da certi schemi» prosegue Pecuniami.
Gli errori da evitare
L’errore più comune per chi si trova a impostare un piano finanziario? Porsi obiettivi inaccessibili o, al contrario, troppo comodi. «Molte donne in partita iva vogliono eliminare un ramo della loro attività perché poco ‘creativo’ – racconta Aminata – salvo poi scoprire dai conti che è proprio quello che le fa guadagnare di più. Non tagliatevi le gambe da sole: alimentate anche i lavori che vi piacciono meno mentre cercate nuove declinazioni».
Anche chiedere un aumento richiede strategia: «Non è colpa tua se non te lo danno. Se lavori in un’azienda di tre persone, un aumento del 5-10% può incidere parecchio sul bilancio dell’azienda. L’aumento della mia retribuzione deriva anche da elementi non necessariamente legati alle mie capacità.
Non è proprio così facile andare e chiedere un aumento perché me l’han detto sui social che si fa così. Bisogna capire la realtà in cui ci si trova. Se lavoro in una multinazionale, chiedere un 10% di aumento non fa niente a nessuno. Ma se lo chiedono tutti, allora lì bisogna avere una trattativa sindacale.
Quindi attenzione a non legare la nostra remunerazione alla nostra capacità, perché molto spesso non è quella la questione. Chiedere, sì, assolutamente, ed essere ragionevoli e avere delle alternative per riuscire a portare a casa qualcosa».
Istruzioni per chi ha partita iva, per non diventare “nuove povere”
Un punto critico riguarda la libera professione. Aminata è categorica: la partita Iva non è una bacchetta magica che risolve tutti i problemi: «Non cadete nella narrazione che sia la panacea di tutti i mali. Soprattutto i primi anni vuol dire lavorare molto per affermarsi, per crearsi un proprio giro. Dovresti aprirla solo se prevedi di guadagnare molto più che da dipendente, perché il rischio d’impresa deve essere ripagato».

Inoltre, è di «fondamentale importanza avere un’idea di come si muoveranno i soldi nel corso dell’anno. Questo non vuol dire prevedere cose che non posso prevedere, ma avere contezza di quello che invece so che potrà esserci e muovermi di conseguenza, programmando e capendo quali sono le cose che sono andate bene e quali meno bene nell’anno precedente».
Il rischio delle partite Iva, soprattutto quelle femminili, secondo la consulente è «di creare nuove povere». Per evitare questi scenari «è vitale gestire il carico fiscale e le tasse a priori, non a posteriori.
Anche quando si è forfettari non vuol dire che vale tutto. Vuol dire riuscire a prevedere quali sono le spese in tasse che si avranno, le uscite legate alle tasse e gestirle prima, per aver contezza».
Oltre il mito della gara sui social
L’ostacolo più grande per chiunque voglia iniziare a investire è comunicativo. Spesso, soprattutto sui social, l’investimento viene dipinto come una competizione. «Questa narrazione allontana chi non ha una formazione tecnica o ha una resistenza verso i numeri» dice Aminata.
Se l’investimento viene presentato come una sfida per diventare ricchi subito o per fare meglio degli altri, chi non si sente all’altezza fa un passo indietro. «Non è una competizione. È una realtà dove io mi occupo e mi preoccupo del mio denaro con l’obiettivo di mantenere la mia capacità di spesa nel futuro».
Una visione per il 2036: no al fai da te ma spazio ai consulenti
Cosa si augura Aminata per i prossimi 10 anni? «Vorrei, ma questo per tutti, che entro dieci anni ci sia un chiaro e costante accesso a quelli che sono gli strumenti di consulenza finanziaria senza barriere all’ingresso, con la possibilità di cambiare il proprio consulente in ogni momento, anche per i piccoli risparmiatori.
La cosa che mi viene chiesta più spesso è ‘ma io un consulente finanziario dove lo trovo?’ Il mondo è troppo complesso per il fai-da-te, che richiede tempo e risorse che spesso le donne non hanno. E quindi l’alternativa spesso è non fare, e non fare vuol dire perdere in partenza. Quello che mi auguro è che da qui a dieci anni si possa fare il più possibile».







