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Fingersi maschio per avere più visibilità su Linkedin

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Riuscire a rendere visibile il proprio profilo social è un obiettivo inseguito da molte e molti, tuttavia non sempre si riesce ad essere scelti dall’esigentissimo algoritmo che monitora ogni piattaforma.

Sembra però che ultimamente alcune professioniste su Linkedin abbiano trovato un escamotage piuttosto singolare per ottenere visibilità: cambiare il proprio genere in “maschio” nella propria biografia.

Un esperimento collettivo nato dall’esigenza di provvedere ad improvvisi cali di attenzione che sembra siano seguiti all’aggiornamento dell’algoritmo della piattaforma, il 360Brew.

Si tratta di un nuovo modello di intelligenza artificiale basato su LLM, Large Language Models, che cambia il modo in cui i contenuti vengono scelti in modo specifico per essere mostrati sui singoli feed degli utenti.

Ebbene, sembra che le donne che hanno sperimentato il cambio di genere sul social network abbiano visto il proprio profilo riprendere vita e creare molte più interazioni.

Dunque Linkedin si affida ad un algoritmo sessista? La questione in realtà è più complessa.

Linkedin fa differenze di genere?

L’argomento ha suscitato l’attenzione di molti, sia all’interno della piattaforma, sia all’esterno, spingendo anche diverse testate ad approfondire il caso.

Ne abbiamo parlato con Beatrice Bragato, attivista milanese, umanista, esperta di gender equity e inclusione, che con un post su Linkedin in cui affrontava l’argomento, ha sollevato una grandissima attenzione, divisa tra consensi e perplessità.

«Non mi aspettavo una risposta così grande in realtà, perché ho semplicemente riportato un argomento che stavo vedendo da tempo nei profili di diverse professioniste di area anglosassone, attive nell’ambito che a me interessa, quello degli studi di genere e del femminismo.

I loro profili, con un seguito molto alto, ad un certo punto hanno subito un vero e proprio crollo di attenzione, come se ci fosse stato una sorta di intervento sull’algoritmo che ha fatto scendere in picchiata le loro performances.

A quel punto hanno iniziato a fare questo esperimento, cambiando il genere nella propria biografia, ma non solo: hanno iniziato a scrivere anche adottando uno stile più tradizionalmente maschile ed hanno visto l’attenzione tornare a crescere».

Beatrice Bragato

Il genere non incide sul ranking di Linkedin

Non è infatti stato solo il cambio di genere l’unico elemento dell’esperimento.

Come sostenuto in una dichiarazione lasciata da un portavoce di Linkedin al Sole 24 ore, la modifica del genere sul profilo non influisce sul modo in cui i contenuti appaiono nelle ricerche e nei feed.

Non si tratta quindi solo di quella variazione, ma di qualcosa di più ampio che ha comunque relazione con il modo in cui l’algoritmo reagisce alle attività degli utenti.

«Il focus su cui ho voluto porre l’attenzione con il mio post andava oltre il genere, pur comprendendolo – continua Beatrice Bragato – perché il problema ruota attorno al linguaggio, poiché sembra che alcune parole in qualche modo vengano oscurate».

La riflessione dunque si allarga, andando a comprendere ben più di un semplice cambio da femmina a maschio, ma continua a riguardare il modo in cui l’algoritmo viene istruito.

È noto infatti come, in tema di algoritmi da social, sia da considerare anche il così detto bias di interazione, che si manifesta quando gli utenti che interagiscono alimentano inconsapevolmente la predisposizione dell’algoritmo.

Come ha scritto Beatrice Bragato nel suo profilo: «L’algoritmo funziona un po’ come chi ti dice “sono super imparziale”, ma poi nei fatti è ammirato sempre dalla male voice di turno.

Insomma, LinkedIn non è cattivo, è solo… molto addestrato a reagire a ciò che gli utenti già amplificano. E questo crea distorsioni».

L’autorevolezza è tradizionalmente maschile

Chi ha sperimentato il cambio di genere sul profilo dunque è andata oltre.

Beatrice Bragato specifica infatti che «si tratta anche del tipo di comunicazione, quindi magari l’utilizzo di parole che parlano maggiormente di leadership, meno di sentimenti, meno di empatia, temi considerati tipicamente dei ruoli maschili.

Non è un segreto che esista questa tendenza a riconoscere una maggiore autorevolezza nella voce maschile e quindi quando questa si presenta, si è più portati banalmente a mettere lì il proprio click, il proprio apprezzamento».

Se l’algoritmo è viziato dall’intervento umano

L’influenza inoltre può derivare anche direttamente dalla volontà umana.

«Ricordiamoci – continua Bragato – che una delle prime iniziative del presidente USA è stata quella di selezionare un elenco di parole attinenti al settore DE&I [Diversity, Equity, Inclusion ] che non erano più ben accette nelle comunicazioni interne delle pubbliche amministrazioni».

A marzo 2025 il New York Times ha riportato infatti unalista di parole proibite dall’amministrazione Trump, per riflettere le proprie priorità politiche.

Tra le professioniste citate da Beatrice Bragato c’è anche Cindy Gallop, inglese, fondatrice della piattaforma “Make Love not Porn”, nata per combattere la cultura dello stupro e promuovere atteggiamenti sessuali sani.

cindy gallop linkedin
Cindy Gallop

Approfondendo proprio all’interno di Linkedin per risalire all’origine dell’esperimento del cambio di genere nella biografia, si arriva al suo nome, insieme a quello di Jane Evans, creativa, attivista e keynote speaker inglese.

È proprio quest’ultima, in uno dei suoi ultimi post, a rivolgersi ai giornalisti rivendicando la genesi dell’iniziativa e segnalando che il focus dell’esperimento non riguarda solo il genere, ma «chi può dire cosa».

L’attivista infatti sostiene che «si tratta di un bias per procura e colpisce chiunque parli di qualcosa che l’algoritmo non ritenga adatto a quella che l’algoritmo pensa sia una rete professionale bianca cisgender dominata dagli uomini».

L’esperimento, ancora in corso, ha previsto anche l’utilizzo di tutte le parole vietate estrapolate dal sito della NSA, la National Security Agency americana, compresi termini come “dea” e “femminista”.

jane evans linkedin
Jane Evans

Le conseguenze del presunto shadow ban su Linkedin

Come precisa Beatrice Bragato, non ci sono ancora dati definitivi e risposte a questa prova, e chi sta facendo ricerca al riguardo non ha ancora dato risultati completi.

«Tuttavia – continua – se i contenuti vengono oscurati per motivi che non so ancora indagare del tutto, comunque la divulgazione ne risente così come l’opinione e la consapevolezza pubblica.

Il punto non è solo il genere ma le parole usate, che persone esperte stanno cercando di monitorare per poi portare dati che dimostrino questa teoria.

Nel mio piccolo, attraverso il mio post su Linkedin ho solo voluto aprire il dialogo al riguardo e proporre un’idea alternativa su come invece dare risalto alla voce delle persone che pareva venissero oscurate».

L’idea proposta dall’attivista milanese è stata infatti quella di dare vita ad una sorta di “sorellanza social”, spingendo le professioniste a dare evidenza ai contenuti di altre colleghe per sostenersi a vicenda.

«Ricordiamoci – conclude – che quando nel mondo del femminismo dice che il personale è politico, si intende dire che ogni scelta è politica, ogni click che si fa, ogni decisione di supporto è una scelta politica che ha delle conseguenze in termini di visibilità, quindi meno engagement, che su una piattaforma social comporta avere meno contatti, meno possibilità, meno soldi».

Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.

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