Elisabetta Pieragostini
Elisabetta Pieragostini

Parità di genere in azienda, Elisabetta Pieragostini: «Equità remunerativa prima di tutto»

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Silvia Cotechini
Silvia Cotechini

a cura di Silvia Cotechini

Imprenditrice, scrittrice, attivista e madre: Elisabetta Pieragostini, Ceo di Dami srl di Sant’Elpidio a Mare nelle Marche, si è aperta con Donnemente per raccontare il suo impegno quotidiano per la parità di genere. Nella sua azienda e non solo.

La sua storia è fatta di impegno e determinazione. Anche se l’azienda è di famiglia, Elisabetta non ha preso scorciatoie nella sua carriera, sottoponendosi ad anni e anni di gavetta e affrontando tante sfide contro sé stessa.

Elisabetta Pieragostini ad un convegno

Una imprenditrice umano-centrica



Elisabetta Pieragostini, lei si definisce un’imprenditrice “umano-centrica”, che cosa significa?
«Concepisco l’azienda come una piccola comunità di persone, per questo motivo considero necessaria la cura dei dipendenti creando degli ambienti inclusivi in cui il rispetto è posto al centro.

L’azienda si deve trasformare in un luogo di confronto e non di scontro, dove le idee diverse vengono accettate e gli errori tollerati. In questo ambiente la persona riacquista la sua importanza, perché non posso dimenticare che se Dami esiste dal 1968 è grazie a coloro che hanno lavorato e che lavorano al suo interno.

In questa prospettiva l’azienda diventa anche un luogo di formazione grazie alla D-Factory, uno spazio per acquisire competenze tecniche e sviluppare abilità trasversali, utili non solo nel mondo del lavoro ma nella vita in generale. Le aziende hanno il dovere di formare culturalmente le persone che ci lavorano».

Equità remunerativa prima di tutto


È noto che lei porta avanti delle politiche per la parità di genere nella sua azienda. Cosa fa concretamente?
«Mi impegno per garantire alle donne e agli uomini le stesse possibilità di carriera. Prima di tutto garantendo l’equità remunerativa: assicurare la stessa retribuzione a parità di mansione e di livello. Ci tengo a ricordare che è un obbligo di legge anche se spesso le aziende se ne dimenticano.

Qualcuno ogni tanto mi chiede “e la meritocrazia non esiste più?”, allora rispondo certo che sì, esistono sicuramente premi produzione e altri riconoscimenti di questo tipo, ma è la base di partenza che deve essere uguale per tutti.

C’è poi il tema della conciliazione vita-lavoro, necessaria soprattutto per le donne che di solito si prendono cura della famiglia. In verità in Dami anche agli uomini viene garantita una flessibilità d’orario, ad esempio per prendere i figli da scuola, consentendo loro di essere più presenti con la famiglia senza stress.

Tutte le aziende possono attuare queste politiche, basta l’organizzazione e la reale intenzione di adottare queste buone pratiche quotidianamente. Se non si agisce in questo modo la parità rimane solo sulla carta».

Elisabetta Pieragostini, la presentazione del suo nuovo libro
La presentazione del suo libro

«Il fallimento è prototipazione»


Se le capitasse di incontrare una giovane donna che vuole diventare imprenditrice o che sta per diventarlo, cosa le consiglierebbe?

«La prima cosa che le direi è di credere in sé stessa. Si deve sempre tentare di realizzare i propri sogni, perché vi posso assicurare che con costanza e tenacia si arriva ovunque.

Proprio l’altro giorno a un convegno ho imparato una lezione importante che cito: “dobbiamo prendere fiducia in noi stesse, provarci sempre e non avere paura del fallimento, perché oggi non si chiama più fallimento ma prototipazione”.

Si tratta di un invito a provarci sempre, perché se non funziona si può tornare indietro e cambiare strada. Il fallimento non esiste, ma, proprio come avviene con i prototipi che non sono venuti bene, tutto si può sistemare e modificare.

Un altro messaggio che voglio rivolgere a tutte noi, soprattutto alle giovani donne, è di non essere troppo perfezioniste ma piuttosto imparare a buttarsi. Non conosceremo mai tutto, non possiamo essere tuttologhe, ma possiamo prepararci e studiare.

Quando mi chiamano a intervenire in un convegno non dico mai di no, anche se non mi sento all’altezza, perché ogni opportunità mi spinge a crescere. Insomma: buttatevi, provate, non abbiate paura di fallire. E ricordatevi di credere in voi stesse, sempre».

Solo 32 sindache nelle Marche



E a proposito di convegni, lei sta seguendo un progetto regionale che si intitola “La carica delle 32. Sindache unite contro la violenza di genere”. Com’è nato e quali sono gli obiettivi?
«Ho scoperto che in tutte le Marche le sindache sono solo 32, per parlare di parità di genere sono voluta partire da loro. Quello che facciamo è sensibilizzare sul tema con un tour in tutta la regione, partendo dall’analisi delle violenze nei luoghi di lavoro.

D’altronde proprio di questo parlo nel mio saggio “Oltre il silenzio. (Ri)conoscere la violenza” (pubblicato a maggio dall’editore Fall in lov, n.d.r), riportando cinque testimonianze di donne marchigiane che ho incontrato.

Nelle pagine suggerisco anche cosa l’azienda dovrebbe fare per accorgersi di certe situazioni e aiutare le persone che lo vivono. Ritengo che sia fondamentale fare tanta informazione e prevenzione su questo tema, perché non è così conosciuto come si crede. Con “la carica delle 32” abbiamo fatto un incontro a Monterubbiano pochi giorni fa, il prossimo sarà a Ussita il 28 novembre, contiamo di proseguire e chissà, magari arrivare anche fuori regione».

Elisabetta Pieragostini con il suo nuovo libro
Elisabetta Pieragostini con il suo nuovo libro

La scrittura per aiutare



Oltre al saggio che ha citato ha anche scritto libri di narrativa, giusto?
«Sì, anche attraverso la narrativa voglio veicolare messaggi importanti: i miei libri parlano di coraggio e di donne ce la fanno. La scrittura è per me un modo per aiutare gli altri, mi reputo una persona fortunata e voglio approfittare della posizione in cui mi trovo per dare una mano permettendo ai lettori di immedesimarsi nei personaggi.


Per questo motivo il tema della violenza torna spesso, ne parlo anche nel mio ultimo libro che si intitola “Nate due volte” e che racconta la storia di due donne appartenenti a generazioni diverse che si incontrano e sostengono. Questo dettaglio è importante, perché il rapporto intergenerazionale è un altro argomento che tengo sempre presente, anche in azienda.

In breve, la donna adulta aiuta la ragazza a riconoscere la relazione tossica in cui è finita, che purtroppo sfocerà in un caso di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso della persona ritratta. Con questa storia ho voluto trasmettere ai giovani l’importanza di riconoscere i pericoli a cui possono andare incontro.

Lo ritengo così importante che mi reco personalmente nelle scuole per permettere ai giovani di conoscere (prima che riconoscere) le situazioni di allarme. Lo step successivo è quello coinvolgere i genitori, perché da madre mi rendo conto che spesso noi genitori mettiamo la testa sotto la sabbia.

A seguito degli incontri a scuola mi è capitato di ricevere dei messaggi da parte di alcune ragazze che mi hanno contattato in privato e a loro ho offerto il mio aiuto indirizzandole alle autorità di competenza. Riconoscere che qualcuno si è fidato di me è davvero soddisfacente e anche solamente fare da tramite rappresenta un aiuto concreto».

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