Madri, non Madonne: la letteratura rompe il mito della maternità perfetta
Il mito di un amore che non ammette crepe si rompe nei romanzi dove da più di un secolo si racconta anche l’imperfezione delle madri
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«Vedrai, quando nasce ti viene naturale». È una delle frasi che si dicono a una donna incinta, insieme a «dormi adesso finché puoi e goditela, che passa in fretta». Quasi sempre viene detta con affetto, da chi ci è già passata e vuole rassicurare. Eppure contiene una promessa e una minaccia insieme: se ti viene naturale, bene, se non ti viene, il problema sei tu.
Nessuno dice «vedrai, a volte ti sembrerà di non farcela». Nessuno dice «vedrai, ci saranno giorni in cui vorrai essere altrove». Sarebbe indicibile, perché la maternità, da noi, ammette una sola versione dei fatti, che non prevede alcun tipo di crepa. In Italia la madre è una figura che si dà per scontata. Si sacrifica, c’è sempre, ama senza condizioni e senza fatica, ha il volto delle Madonne nelle chiese di paese e quello delle nonne che cucinano la domenica per tutti.
Più che una persona è una funzione e, come tutte le funzioni, la si nota solo quando si inceppa. Il mito, poi, non è rimasto fermo: si è aggiornato, tenendo il passo con i social. Oggi abita anche i profili delle mamme influencer, tra colazioni ordinate, camerette color sabbia e didascalie piene di gratitudine. Anche quando mostrano la stanchezza, spesso la mostrano già trasformata in una lezione o in un sorriso.
Le madri snaturate
La realtà, però, è un’altra, e chiunque abbia avuto una madre, o lo sia diventata, lo sa. Ci sono madri stanche, arrabbiate, madri che a volte vorrebbero essere altrove, madri che amano tardi, o male, o a intermittenza. Madri che hanno desiderato un figlio e poi, davanti a quel figlio, si sono sentite estranee. Lo sappiamo tutti, ma non lo diciamo. Il discorso pubblico sulla maternità conosce una sola grammatica, quella dell’amore totale, e quello che non ci rientra finisce nel silenzio, o peggio, in cronaca, sotto l’etichetta più antica di tutte: madre snaturata.

Snaturata vuol dire che esiste una natura da tradire. Vuol dire che l’amore materno non è una relazione che si costruisce ma un’essenza, che o c’è o manca. E se manca, la colpa non è delle circostanze, della solitudine, della stanchezza, di un sistema che lascia le donne a gestire tutto da sole, ma è di chi non ha saputo essere all’altezza della propria biologia.
Le madri nella letteratura
C’è un luogo, però, dove questo silenzio si rompe da più di un secolo: i romanzi. Già nel 1906 Sibilla Aleramo pubblica Una donna, e la scelta più radicale del romanzo è la voce. È una donna a dire io, in un romanzo apertamente autobiografico, e a raccontare lo stupro, il matrimonio riparatore, un figlio da adolescente. Nessun personaggio ha un nome: il marito, il bambino, la protagonista stessa restano senza volto, come se quella storia potesse appartenere a chiunque. E quando alla fine la madre se ne va, la pagina non la redime e non la punisce, ma la lascia andare.
Quasi novant’anni dopo, Elena Ferrante apre L’amore molesto con una madre già morta, annegata la notte del compleanno della figlia. Tutto il romanzo è un’indagine all’indietro: Delia torna a Napoli, ricostruisce la vita di Amalia, ne indossa i vestiti, fino a confondersi con lei. Ferrante scrive la madre come un corpo, desiderante e desiderato, ed è proprio questo che una figlia non riesce a perdonarle. La lingua è tesa, quasi fisica, attraversata dal disgusto e da un dialetto tenuto a distanza. La madre non è un modello né un nemico, è un enigma che si abita e che, nonostante gli sforzi, non si riesce a sciogliere.

E poi c’è L’Arminuta, che Donatella Di Pietrantonio costruisce per sottrazione. La protagonista non ha nome, solo un soprannome dialettale che vuol dire la ritornata: è definita da qualcosa che le è stato fatto. E le madri sono due, una lo specchio dell’altra, mancanti entrambe: quella che l’ha cresciuta e la restituisce, quella che l’ha messa al mondo e non sa tenerla. Il sangue non basta, l’affetto nemmeno, resta una ragazzina che impara da sola che cosa significhi appartenere a qualcuno.
La maternità non è un istinto
Tre libri lontani nel tempo e nello stile, ma uniti da un gesto comune: guardare la madre senza l’obbligo di assolverla e senza il bisogno di condannarla. Quello che la letteratura riesce a dire, e la società fatica ancora ad ammettere, è che l’amore materno non è istintivo, né garantito.
Può arrivare tardi, può arrivare storto, può non arrivare, e ammetterlo non è una colpa. Detta così sembra una banalità, ma l’idea di istinto fa un lavoro preciso, e per niente innocente. Se amare un figlio è naturale, chi fatica ad amarlo è innaturale, e quindi sbagliata. Se la cura è un istinto, non è un lavoro, e non c’è bisogno di riconoscerla e sostenerla. Non servono asili, congedi, padri presenti: basta la natura. L’istinto prende una costruzione sociale e la trasforma in biologia e ogni fatica diventa un difetto personale, da nascondere ovviamente.

Non è un caso che, quando qualcuno prova a dirlo fuori dalla finzione, la reazione sia così violenta. Qualche anno fa la sociologa israeliana Orna Donath ha raccolto in Pentirsi di essere madri le testimonianze di donne che si sono trovate in questa situazione. Non donne che non amavano i figli, ma donne che, potendo tornare indietro, avrebbero scelto diversamente. Il dibattito che ne è nato, anche in Italia, ha mostrato quanto quel tema sia ancora un nervo scoperto: si può parlare di tutto, tranne che di questo.
L’imperfezione e il disamore
Forse è per questo che la narrativa arriva dove il dibattito pubblico non osa. Un romanzo non deve emettere sentenze e non deve stabilire chi ha ragione: può lasciare una madre nella sua ambivalenza, senza trasformarla in un’eroina né in un mostro, e lasciare chi legge a disagio. È un disagio utile, perché somiglia a un riconoscimento. Chi si ritrova in quelle pagine scopre di non essere un’eccezione, scopre di far parte di una lunga fila di donne che hanno provato le stesse cose, e che nessuno aveva autorizzato a provarle.
Leggere le madri imperfette, allora, non serve a giustificarle, ma a togliere a quelle reali un peso che non dovrebbe essere loro: quello di una misura che nessuna donna ha mai rispettato davvero, e che tutte continuano a usare per giudicarsi. Una misura costruita altrove, da altri, e spacciata per natura. Quindi il contrario dell’istinto non è il disamore: è il lavoro, lungo e imperfetto, di imparare ad amare qualcuno.
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Nicoletta Lupi
Praticante giornalista, editor, copywriter e femminista a tempo pieno. Scrive di libri,c ultura pop e disuguaglianze, con un'attenzione particolare ai corpi che fanno discutere e alle voci che restano ai margini







