Fotografiste, storie di imprese femminili nella fotografia
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Per raccontare storie di imprenditoria femminile, partiamo da un progetto culturale di livello accademico e facciamo un viaggio nello spaccato sociale di un po’ di tempo fa, il cui vento arriva fino ai giorni nostri. Parliamo di “Fotografiste”, donne che hanno lavorato nella fotografia nei cent’anni tra la metà del milleottocento e la metà del Novecento.
Donne presenza costante negli studi fotografici
Scrivere finalmente i nomi e i cognomi, dare spazio e visibilità a chi c’era. Dove? Al lavoro, per giorni e mesi e anni, negli studi fotografici di tutta Italia. Sull’insegna compariva un nome maschile, nelle didascalie delle immagini pure, così anche nelle mostre: da ogni parte c’era il nome del fotografo. Bastava quello, anche quando il lavoro dello studio era per la maggior parte tirato avanti da moglie, figlie e donne di famiglia.

Per oltre un secolo, negli studi fotografici e nelle imprese a conduzione familiare, le donne sono state una presenza costante eppure invisibile: mani che ritoccavano, occhi che componevano, menti che gestivano archivi e attività, spesso senza firma né riconoscimento.
La Scuola Imt Alti Studi di Lucca e l’Accademia di belle arti di Brera hanno portato avanti un progetto ambizioso intitolato “Fotografiste” che sta per concludere la sua prima fase, ma che speriamo possa proseguire. Il progetto è coordinato scientificamente da Linda Bertelli, professoressa di estetica nella Scuola Imt, istituzione capofila, insieme a Nicoletta Leonardi, docente di storia della fotografia a Brera e curatrice della Fototeca nella stessa istituzione.
Due anni di studi, ricerche d’archivio, convegni e relazioni ma anche aperture al pubblico e alle scuole e alle università per mostrare le donne che hanno lavorato nell’impresa fotografica. Un’occasione per raccontare la storia com’è stata davvero.
Un nuovo punto di vista per raccontare il mondo della fotografia
Abbiamo intervistato Nicoletta Leonardi per raccontare com’è nato il progetto, quali risultati ha già prodotto e quali sviluppi si attendono per il futuro.
Perché raccontare le donne della fotografia?
«Abbiamo a disposizione consistenti archivi fotografici – dice la prof. Leonardi – il cui contenuto è spesso descritto come insieme di immagini d’autore e dunque poco racconta della fotografia come industria e commercio; l’immagine fotografica se intesa come un oggetto artistico, come il prodotto di un autore, non permette di far luce su tutto il lavoro sommerso.

Ci siamo chiesti come intervenire sulla catalogazione del materiale nell’ambito di un panorama nazionale e internazionale già articolato di progetti dedicati al censimento e alla riscrittura della storia della fotografia in una prospettiva di genere, scegliendo di adottare un punto di vista capace di mettere al centro la storia della fotografia come storia di un settore imprenditoriale e dunque come capitolo di storia del lavoro delle donne.
Nell’ambiente presto ci siamo rese conto che serviva un nuovo punto di vista per raccontare non solo il mondo della fotografia ma anche la storia di genere e della donna».
Uno spaccato nuovo della società del Novecento
Il gruppo di lavoro di “Fotografiste” ha scelto di partire proprio da qui: dagli archivi, dalle tracce minime, dai nomi cancellati o mai scritti, per indagare la presenza femminile nel lavoro fotografico di oltre un secolo fa. Ne emerge un racconto corale e inedito, fatto di donne dai molti ruoli – imprenditrici, tecniche, assistenti, autrici – che restituisce uno spaccato nuovo della società di allora, osservata attraverso il contributo decisivo, continuo e spesso anonimo del lavoro femminile nella fotografia.

Entriamo nel vivo e andiamo a vedere cosa facevano le donne dell’impresa fotografica.
«Cominciamo col dire che nel periodo preso in esame dal progetto, ovvero fino a metà Novecento, le donne potevano diventare proprietarie di un’impresa solo a specifiche condizioni – dice Leonardi -, anche perché non potevano essere titolari di un conto corrente se non sotto il controllo di un tutore.
In questo contesto generale affiorano storie d’impresa al femminile: donne – mogli, figlie, sorelle – che lavoravano operosamente accanto al marito fotografo, assumendo spesso un ruolo centrale nel funzionamento quotidiano dello studio e che, a seguito della morte del pater familias titolare della ditta, hanno preso in mano e portato avanti l’attività di famiglia senza che i loro nomi siano mai emersi nel racconto della storia.
Nelle imprese più grandi, le donne lavoravano come addette al fotoritocco, perché si riteneva che l’abilità delle mani femminili nel ricamo consentisse una certa efficacia anche in questo tipo di attività; molte donne erano impiegate nell’industria cartiera e negli stabilimenti di produzione di materiale fotografico e cinematografico, come è il caso della ditta Tensi e delle partecipate Cappelli e Ferrania.
Abbiamo esplorato gli archivi toscani e milanesi partendo dall’Archivio Fotografico Lucchese e altri fondi storici della città, che raccolgono materiale relativo agli studi fotografici dell’area di Lucca e alla loro attività, e dalla Fototeca dell’Accademia di Belle Arti di Brera, una raccolta costituita per la didattica artistica e contenente fotografie riportanti nomi presenti nelle storie tradizionali della fotografia, fatte di singoli autori, quasi esclusivamente uomini, e in prominenti raccolte museali.
A partire dalle nostre ricerche, si è potuta ricostruire la presenza delle figure femminili al lavoro negli stabilimenti fotografici piccoli, medi e grandi, di nomi più o meno noti, facendo riemergere storie rimaste fino ad oggi sommerse. Recuperare le figure di queste donne, i loro ruoli all’interno delle imprese fotografiche, vuol dire ripensare e riscrivere la storia della fotografia superando l’idea tradizionale del medium come il frutto del lavoro di un singolo autore (quasi sempre di sesso maschile)».
Geraldine Bate, Giulia Virginia Gargioni e Carlotta Rovelli
Leonardi racconta il lavoro di “Fotografiste” con grande energia, anche quando si sofferma su alcune storie che più di altre colpiscono.
«Geraldine Bate era la moglie di un notissimo fotografo inglese, Robert Macpherson, attivo a Roma, alla metà dell’Ottocento e morto nel 1872. Quando Gerardine resta vedova, forte della sua formazione e della sua spiccata creatività, per mantenere i suoi tre figli comincia a scrivere per professione e diventa la segretaria personale della scrittrice italo-inglese Jessie White Mario, che ebbe un ruolo di primo piano nella stampa internazionale a sostegno della causa risorgimentale italiana.

Avendo Macpherson gravi problemi alla vista e un braccio semiparalizzato, con ogni probabilità fu la moglie Gerardine a portare avanti l’impresa fotografica nonostante il suo nome sia sempre rimasto nell’ombra.
Giulio Rossi, altro riconosciuto fotografo della seconda metà dell’Ottocento, morì nel 1884 e fu la moglie Giulia Virginia Gargioni a continuare l’attività mantenendo invariato il nome della ditta (dopo che le fu assegnato un tutore), ottenendo peraltro alcuni importanti riconoscimenti per il suo lavoro.
C’è anche il caso dello studio fotografico Ganzini fondato nel 1862, il cui titolare Giovanni Battista sposò, nel 1864, la giovane pianista Carlotta Rovelli. Morto prematuramente a causa di un incidente sul lavoro (cade dalle guglie del Duomo di Milano), la vedova porta avanti l’impresa con grande successo, fino a ottenere uno speciale “brevetto” dal re Umberto I di Savoia così da aggiungere lo stemma reale all’insegna dello studio.
Anche in questo caso, la donna operò nel nome del marito e, dopo il secondo matrimonio con il fotografo Rodolfo Gabriel, lo studio cambiò il nome in Ganzini & Gabriel. Carlotta Rovelli dà inoltre avvio a una lunga storia di passaggio di testimone nel lavoro di madre in figlia, che letteralmente attraversa il Novecento, subendo diverse trasformazioni: l’attività diventerà un florido studio pubblicitario da cui usciranno anche le immagini di note aziende italiane, come le ceramiche Ginori».
Il lavoro autoriale è un processo collettivo
Prima di cominciare il lavoro di Fotografiste immaginavate di trovare così tanta e qualificata imprenditoria femminile?
«Sapevamo di non voler aggiungere un elenco di autrici fotografe. Il nostro intento è quello di fornire un contributo alla rilettura e alla riscrittura della storia della fotografia, partendo dalle fonti e dal patrimonio archivistico a nostra disposizione.

Al di là della narrazione degli autori ampiamente celebrati e raccontati, sapevamo poco o niente delle donne che, in molti casi, erano direttamente responsabili di buona parte del lavoro. Raramente il loro contributo e i nomi compaiono per esempio nei timbri delle attività, o sono riportati negli inventari degli archivi.
Oggi possiamo dire e confermare che il lavoro autoriale nella fotografia è frutto di un processo collettivo. Abbiamo realizzato un database che raccoglie molti dati e informazioni sull’esperienza lavorativa delle donne nel settore fotografico, concentrandosi principalmente sulla zona di Lucca in Toscana e sull’area milanese in Lombardia, anche se la raccolta dei dati è avvenuta sull’intero territorio nazionale e quindi il database va ben al di là di Lucca e Milano. Intendiamo, inoltre, arricchire il lavoro attraverso ricerche specifiche sulle singole protagoniste, condotte nell’ambito delle attività del nostro gruppo di ricerca».
Quali sono i prossimi passi e anche gli obiettivi successivi?
«Abbiamo intenzione di andare avanti, aprendo anche un dialogo con chi si occupa di mettere a punto gli standard ministeriali per gli archivi fotografici, regole codificate per descrivere, catalogare e digitalizzare le foto in modo uniforme, che riteniamo necessario mettere in discussione alla luce delle nuove prospettive di ricerca».
Lo stereotipo del coraggioso fotoreporter
Il progetto “Fotografiste” serve anche alla sensibilizzazione di giovani, istituzioni e società tutta sul tema della differenza di genere fino ai fenomeni di violenza sulle donne, di sfruttamento e difficoltà nell’affermazione dei diritti, sia in ambito professionale che personale.
Arriviamo a oggi e osservando gli studi di “Fotografiste” proviamo a fare qualche considerazione.
«A uno sguardo, anche di sorvolo, sui giorni nostri, la situazione nel mondo della fotografia non è cambiata moltissimo. Ancora oggi c’è una predominanza maschile nella categoria. Prendiamo il fotogiornalismo, è quasi interamente fatto da uomini con le donne che spesso hanno avuto un ruolo molto importante, e che pur tuttavia è stato considerato di retroguardia, a livello di prestigio.
Questo è, ad esempio, il caso del lavoro delle editor, che ha sempre ricevuto minore considerazione rispetto a quello degli uomini in giro per il mondo a fotografare – uno stereotipo sessista che ha creato il personaggio mitico del coraggioso fotoreporter. E nei rari casi in cui le donne sono riuscite a mostrarsi come autrici, hanno avuto poi difficoltà a essere prese in considerazione e pubblicate, faticando a ottenere il riconoscimento istituzionale che meriterebbero. Nei festival della fotografia, per esempio, le donne sono pochissime. E’ una conferma che il passato ha ricadute sul presente».

Grazie a “Fotografiste”, molti gruppi di studenti delle superiori, universitari, docenti e anche pubblico vario hanno avuto la possibilità di visitare i fondi d’archivio dell’Accademia di belle arti di Brera e gli archivi storici della città di Lucca. Anche in questa fase, con l’opportuna prenotazione (mail: fotografiste.prin22pnrr@gmail.com), le due accademie che portano avanti il progetto possono dare la possibilità di visite guidate agli archivi.
«L’anno scorso c’è stato anche un convegno internazionale, organizzato all’Accademia di Belle Arti di Brera a partire dai primi risultati del nostro progetto, di cui è possibile trovare alcuni materiali sul nostro sito web e sul nostro canale Instagram – conclude Leonardi. Questo convegno ha offerto la possibilità di ampliare la rete ed entrare in contatto con molte ricercatrici e ricercatori di altri paesi, anche non europei, che stanno portando avanti progetti analoghi al nostro. È stata un’occasione importante per pensare ad altre, future, iniziative di ricerca».
L’equità in pratica nella storiografia
Raccontando “Fotografiste” possiamo parlare di donne ed equità?
«L’equità in pratica consiste anche in un trattamento storiografico adeguato, nel recuperare le storie delle donne e le loro identità. Equità significa anche saper vedere (e valorizzare) l’esperienza e l’attività di tante donne e restituirle al racconto della storia.

Il nostro obiettivo è quello di rendere visibile ciò che rimane sommerso. Per questo motivo, abbiamo cominciato dalla ricerca archivistica, che ha reso possibile recuperare dati utili ricostruire storie dimenticate o censurate, e dalla riflessione sugli standard di descrizione archivistica e di catalogazione, chiedendoci in che modo questi abbiano contribuito a quella che si potrebbe definire una sorta di amnesia collettiva a danno delle donne».
Fotografiste: Women in Photography from Italian Archives, 1839–1939 è un progetto PRIN 2022 PNRR finanziato dall’Unione Europea – Next Generation EU e promosso dalla Scuola IMT Alti Studi Lucca e dall’Accademia di Belle Arti di Brera.
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Giornalista e scrittrice, formatrice sul tema della comunicazione.
Ha scritto “Equilibriste” (AltreVoci), un libro che affronta con ironia il tema dell’equilibrio tra vita personale e professionale. E’ autrice di due romanzi gialli Alzati e corri, direttora (Mondadori) e Il silenzio dell’erba (Kobo Originals), tiene corsi di comunicazione e svolge ricerche sul tema donne e lavoro. Ha ideato e dirige i percorsi “Equilibri al centro” per crescere e migliorarsi tra vita e lavoro. Collabora con riviste e tv.
Il suo motto è #conleparole







